È molto difficile dare una definizione della complessa figura di Ivan Illich (1926-2002): poliglotta ed eclettico, teologo e sociologo, filosofo e scrittore, ha compiuto una serrata analisi della modernità criticando soprattutto il predominio della macchina sull’uomo e la conseguente nascita di una società sempre più invivibile. Secondo Illich, la ricetta per superare l’imbarbarimento del mondo sta nella riscoperta dell’amicizia e della convivialità, cioè su una logica gratuita non fondata sullo scambio economico.

Illich nacque a Vienna il 4 settembre 1926, da padre croato e madre ebrea. Dopo aver frequentato il liceo di Firenze intitolato a Leonardo da Vinci, che gli assicura una preparazione scientifica di primo livello, si laureò in filosofia (1947) e in teologia (1951) presso la Pontificia università gregoriana a Roma, mantenendo un impegno costante nella ricerca nel settore delle scienze naturali.

Nel 1954 divenne sacerdote cattolico e due anni dopo fu nominato vice-rettore dell’Università cattolica di Porto Rico; nel 1961 fondò in Messico il Centro Intercultural de Documentacion che nelle intenzioni sarebbe servito a formare i missionari per il nord America ma che si rivelò uno strumento importante di analisi sociale, prendendo nette posizioni sui temi della pace e dell’incontro tra le culture. Tra mille polemiche con il Vaticano all’inizio degli anni ’70 il Centro venne chiuso e Illich, abbandonato il sacerdozio, cominciò a girare il mondo tenendo lezioni in molte università anche italiane: un’attività trentennale segnata dalla pubblicazione di molti libri in svariati ambiti.

Colpito da un tumore che tenta di curare utilizzando metodi tradizionali, in aperto conflitto con la medicina ufficiale, inizia a fumare oppio per alleviare il dolore. Convive con la malattia fino alla morte il 2 dicembre del 2002, a Brema.

                                                                                                            

Come detto, punto di partenza di molte sue riflessioni è il concetto di convivialità, inteso come l'opposto della produttività industriale. Se è vero che ogni essere umano viene identificato anche dal rapporto con l'ambiente e con le altre persone - "L'uomo che va a piedi e prende erbe medicinali non è l'uomo che corre a centosessanta sull'autostrada e prende antibiotici; ma tanto l'uno quanto l'altro non possono fare tutto da sé e dipendono da ciò che gli fornisce il loro ambiente naturale e culturale." - il rapporto industriale si configura come un riflesso condizionato, vale a dire come una reazione stereotipa del soggetto rispetto alle comunicazioni provenienti da un altro utente o da un ambiente artificiale che egli non sarà mai in grado di comprendere; viceversa, il rapporto conviviale è opera di persone che continuamente prendono parte alla costruzione della vita sociale.

La produttività, dunque, si identifica con un valore tecnico, mentre la convivialità è rappresentata come valore etico: una è un valore materializzato, l'altra un valore realizzato. Secondo il pensiero di Illich, le radici della crisi mondiale vanno ricercate nel fallimento dell'impresa moderna, vale a dire nella macchina che ha preso il posto dell'uomo. La scoperta umana porta alla specializzazione dei compiti, ma anche a una centralizzazione del potere e a una istituzionalizzazione dei valori: succede, però, che l'uomo si trasforma in un ingranaggio burocratico, in un accessorio della macchina. Se l'uomo vuole poter contare in futuro, disegnando egli stesso i limiti della società, non può che riconoscere e accettare l'esistenza di soglie naturali che non possono essere superate: in caso contrario, si rischia che lo strumento e la macchina si trasformino da servitori a tiranni. La società, insomma, una volta superata la soglia si trasforma in una prigione. La persona integrata nella collettività ricorre alla società conviviale per far sì che ciascuno possa utilizzare gli strumenti al fine di soddisfare le proprie esigenze, avvalendosi della libertà di modificare e cambiare gli oggetti che lo circondano, servendosene insieme agli altri.

"Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: «Guidatore, dacci dentro!». [...]
Ma «crisi» non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l'escalation del controllo. Può invece indicare l'attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all'improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero."


- Per approfondire:
La Perdita dei Sensi
Ivan Illich
La Perdita dei Sensi
Libreria Editrice Fiorentina
«La perdita dei sensi» è la raccolta di testi di appunti da conferenze fra il 1987 e il 2002, anno della morte di Illich.
Con la consueta libertà intellettuale, Illich delinea qui una «ecologia della percezione e dei sensi» che può ricostruire relazioni umane sostenibili e durevoli. Questo libro offre una summa del pensiero di Illich in modo ancor più suggestivo ed emotivamente carico rispetto ad altri testi, poiché si tratta della trascrizione di discorsi e lezioni.
Attraverso la sua viva voce, Illich propone una via di rinascita umana nel segno della responsabilità, radicalmente alternativa a quella propinata dall'imperante apparato tecnologico che ci mutila allontanandoci da noi stessi, dallo spirito e dalla natura. È un vero e proprio appello a superare «la disumanità di un mondo senza rapporti con il suolo», l'«impotenza programmata» e la «educazione alla sopravvivenza in un mondo artificiale», che per Illich rappresentano la «banalità del male».

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