Noi esseri umani abbiamo sviluppato abilità e tecniche uniche grazie ad alcune peculiarità: abbiamo i pollici contrapposti e camminiamo eretti, elemento questo di fondamentale importanza per la nostra struttura fisica, in particolare per lo spazio reso disponibile alla neocorteccia e per la forma del viso e della bocca. Così succede che possiamo baciarci, sorridere nell'inequivocabile modo umano e siamo dotati di un sistema di comunicazione verbale meraviglioso con cui possiamo dare espressione ai pensieri della nostra mente e descrivere in dettaglio la percezione del mondo.

Sembra che per una padronanza ottimale del linguaggio e del pensiero sia indispensabile poter esplorare tutte le tappe dello sviluppo motorio nella loro sequenza fisiologica (rotolare, strisciare, gattonare, camminare) senza forzare i tempi [secondo Rudolf Steiner]. Ciò significa che è salutare per il bambino essere libero di muoversi a piacimento senza essere invitato a camminare «presto» e cominciare a parlare non prima di aver integrato bene il processo della deambulazione. Questo aspetto della relazione tra lo sviluppo fisico, motorio, fonetico e psichico mette in luce le strette connessioni tra corpo, mente e articolazione della lingua.
Ma fino a che punto influenziamo realmente la percezione della realtà e plasmiamo il nostro mondo con le parole che sentiamo e pronunciamo? Fino a che punto esse condizionano i nostri sentimenti e le nostre reazioni? Fino a che punto esse partecipano al nostro stato di benessere ed appagamento? Coloro che parlano fluentemente più lingue spesso testimoniano come ognuna di esse sia come un vestito che facilita o meno l'espressione di alcuni tratti caratteriali, dando quasi l'impressione di essere «diversi» pur restando se stessi (si parla anche di anima della lingua). Forse che ciò può accadere anche a seconda dell'uso che facciamo in una singola lingua delle sue componenti –- parole, espressioni, modi di dire? Tutto mi porta a credere che sia proprio così e che una scelta consapevole di come ci esprimiamo possa ripercuotersi in modo favorevole su tutte le nostre relazioni arricchendole di rispetto, fiducia e gratitudine.

Buongiorno, Massimo Gramellini - La Stampa 7 agosto 2015


Parole volgari e mancanza di spessore
Colpisce al giorno d'oggi la situazione di estrema cacofonia -– si parla tanto, si scrive tanto, tuttavia il vocabolario è limitato, ripetitivo e domina un generale abbruttimento della lingua. Spesso penso a quel missionario gesuita in Cile che ha stilato un dizionario con gli ultimi due Indios Patagoni in vita e al suo amore per la pienezza e la poesia della loro lingua, mentre Darwin passando di là a suo tempo li aveva frettolosamente tacciati di essere dei selvaggi illetterati [vedi vita e opere di Bruce Chatwin]. A quanto pare disponevano di almeno trenta parole diverse per descrivere l'acqua e altrettante per l'amore! Mi pare proprio sia il momento di riscoprire la poesia, il piacere di giocare con le parole belle, profumate, intense e il gusto di azzeccare quella precisa e risonante [riesumiamo, per esempio, il classico di Gianni Rodari "Grammatica della fantasia"].
Colpisce inoltre un appiattimento del discorso, nei contenuti e nella forma –- in particolare l'abuso di espressioni e parole denigranti, volgari, improprie. Evidentemente plagiati dal livello culturale televisivo, amiamo vivere sospesi in un mare di parolacce e bestemmie, cullati qua e là da improperi selvaggi. Quando esco dal mio paradiso campagnolo molto o privilegiato resto ammutolita di fronte alle scene che mi si presentano: liti furibonde tra automobilisti, persone che imprecano ad ogni passo contro tutto e tutti, addirittura un padre che dice a suo figlio di circa tre anni «sei proprio un pezzo di m*». Sono d'accordo sul fatto che sia più che opportuno sfogare le tensioni che ci opprimono e credo che la loro repressione sia un fattore patogeno di rilievo. Non è però gettandocele in faccia uno con l'altro o maltrattando lo zerbino che ce ne liberiamo! Piuttosto possiamo trovare valvole di sfogo appropriate, senza danneggiare alcuno, come ci suggerisce brillantemente Christian Tal Schaller nel suo lavoro sulle emozioni, e soprattutto sanare il bisogno di esplodere alla radice con scelte coraggiose che implicano sia una rimessa in discussione dello stile di vita che l'impegno in un percorso di guarigione personale. Una conversazione dove le usuali espressioni sono sostituite da interiezioni fuori moda (quali ohibò, accipicchia, sorbole, mannaggia) può di primo acchito sembrare puerilmente ridicola ma con il tempo ci rallegra e solleva l'animo. Quelle espressioni usuali sono infatti pregne di disamore verso gli escrementi, i genitali e la sessualità. Non posso fare a meno di notare il legame tra la relazione distorta e alienata con questi aspetti fondamentali per la salute e la gioia di vivere, e il modo di parlarne. L'uso massiccio di modi di dire allusivamente sessuali per sfogare rabbia, violenza, disgusto, disapprovazione svuota di significato le parole e ciò che rappresentano. Ho avuto occasione di osservare un gruppo di bambini prima e dopo un anno di scolarizzazione materna e sono rimasta di stucco. Quei pochi mesi sono loro bastati per acquisire un disprezzo verso gli escrementi, un'imbarazzo verso la nudità e l'abitudine di prendersi in giro l'un l'altro con malizia, tutto in forte contrasto con le loro abitudini precedenti. Ho letto spesso che cio' avviene spontaneamente ad una certa età (per quel che riguarda l'attitudine verso la nudità viene chiamato «naturale senso del pudore») tuttavia continuo ad incontrare bambini non scolarizzati che stranamente non lo sviluppano e mi chiedo anche che ne sia di tutte le popolazioni native presso cui è sconosciuto: altre razze? sottosviluppo?

Sempre/mai
Un esempio interessante dell'uso improprio di piccole parti del discorso ci viene offerto dagli inflazionati avverbi «sempre» e «mai». Essi sono del tutto innocui e pertinenti quando ce ne serviamo per illustrare un dato concreto: per esempio, sono sempre andato in treno a Milano (ed è successo davvero così). Le complicazioni iniziano quando li inseriamo in frasi concernenti il presente o il futuro, per esempio vado (andrò) sempre a Milano in treno. Improvvisamente non siamo sinceri, come possiamo infatti escludere di andarci un giorno in bicicletta? L'allontanamento dalla verità sembra di poco conto eppure ha ripercussioni profonde, e se ne accorge bene chi ha a che fare con i bambini, i quali a questo riguardo non ne perdonano una. Infatti essi si aspettano che gli adulti sappiano cosa stanno facendo e siano impeccabili, facendo esattamente quello che dicono. Chi ha osservato la tristezza di un bambino che comincia a rassegnarsi di fronte alla confusione e alla «bugia» si accorge della gravità di queste continue bagatelle linguistiche. Un aiuto concreto per migliorare la pertinenza del linguaggio è porsi come obiettivo di dire esattamente quello che si fa, cosa che risulta un esercizio più semplice del contrario (fare ciò che si dice). Si tratta di una vera e propria pratica spirituale. Ci accorgiamo infatti di quanto spesso ricorriamo a sempre e mai per cammuffare le nostre debolezze (affermare non mangio mai lo zucchero raffinato sottintende la paura di non riuscirci, mentre dire non mangio lo zucchero raffinato è perfetto e sufficiente per dichiarare il proprio intento) e per biasimare impietosamente gli altri (non hai mai una parola gentile per me! sei sempre una peste!).

Cerco di...
La nostra debolezza trapela da ogni dove, pensiamo a quante volte cominciamo dichiarazioni di assoluta priorità per la nostra vita con «cerco di...». Cerchiamo di fare cosa? Se cerchiamo soltanto, non ci sorprenderà molto non riuscirci. Quanta forza possiamo farci cominciando ad affermare senza esitazioni «evito di parlarti mancandoti di rispetto» piuttosto di «cerco di evitare di mancarti di rispetto»! Con il solo cambiamento di queste piccole abitudini linguistiche possiamo recuperare molta dignità personale, determinazione e coerenza di vita. Se ne dubitate, andate a verificare l'entusiasmo dei bambini di fronte a queste «banalità».

Etichettatura e giudizio
Quando come sopra ci accusiamo l'un l'altro di non avere mai una parola gentile incappiamo in un'altra trappola: l'etichettatura. Siamo abituati ad apostrofarci fissandoci in una categoria, sei stupido, sei bravo, sei un'incapace e lo facciamo in modo così convincente che davvero viviamo la nostra vita prigionieri di una gabbia comportamentale. Non fa molta differenza se si tratta di caratteristiche socialmente positive o negative perché comunque è ingiusto identificarci con esse – la differenza sta nel comprendere (e dire!) che stupida è l'azione, non una persona. È comune sentire chi si lamenta di non riuscire ad essere pienamente se stesso e di essere alla ricerca della sua vera natura –con o senza l'aiuto della psicanalisi si arriva a riconoscere come le situazioni in cui siamo stati convinti di essere tale cosa costituiscano dei veri abusi psicologici che ci hanno sconnesso con il nostro vero io. È comune inoltre riconoscere rabbia e rivolta contro la critica. Eppure continuiamo a comportarci nello stesso modo con tutti e soprattutto con i bambini. Etichettiamo e giudichiamo senza posa. Vedo molti bambini soffrire da matti per questo trattamento che li «costringe» a non essere quello che sono in realtà. Ogni volta che ci viene da dire «bravo» sostituiamolo con «bene» e osserviamo il cambiamento. Invece di dire «sei cattivo» spieghiamo che non togliamo un oggetto di mano bensì lo chiediamo; invece di dire «sei maleducato», diciamo quello che ci aspettiamo (per esempio la calma e il silenzio) e soprattutto facciamo noi stessi per primi quello che ci aspettiamo [video: Children See Children Do - I bambini imitano]. Se siamo noi i primi a strappare di mano, alzare la voce, dire bugie come possiamo aspettarci qualcosa di diverso? 

Rendere grazie
In questo mondo frettoloso sovente ci si dimentica di ringraziare oppure lo si fa meccanicamente, senza sentimento. Sarà forse il Grazie che sgorga dal cuore come una cascata di genuina riconoscenza, che sboccia sulle labbra come un fiore profumato a purificare tutte le nostre relazioni, ad abbellirci e a ritornarci il posto che ci spetta in seno al creato. Possiamo guarirci grazie al linguaggio non appena ne riconosciamo il valore nutritivo per l'anima -– come veicolo dei grandi valori universali di rispetto, fiducia e gratitudine e come fonte inesauribile di gioia e bellezza, le emanazioni tangibili del nostro stato di salute.

Grazie per aver letto tutto. E adesso... buona visione :-D


...La più cattiva di tutta la terra
è una parola: la guerra;
per cancellarla senza pietà
gomma abbastanza si troverà.

Un paio di post attinenti dalla nostra pagina facebook

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nessun atto di #gentilezza, per quanto piccolo sia vano e per #MassimoGramellini è anche una soluzione...
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