Dalla rubrica settimanale “This column will change your life: empathy”, Oliver Burkeman.


Secondo lo psicologo di Yale Paul Bloom, il mondo ha bisogno di un po’ meno empatia. Sì, lo so che suona male, e lo sa anche lui: come ha dichiarato qualche tempo fa alla Boston Review, “è come dichiarare che odiate i gattini”.

In un mondo che palesemente soffre di quello che Barack Obama chiama “deficit di empatia”, sembra un’affermazione paradossale e gratuita. Diverse ricerche hanno dimostrato che le persone empatiche sono più altruiste e che questo sentimento è associato a rapporti umani migliori.

Roman Krznaric, autore di Empathy, pensa che l’estrospezione (il deliberato tentativo di comprendere le esperienze altrui) potrebbe contribuire a risolvere quasi tutti i problemi, dalla disuguaglianza al cambiamento climatico. Bloom si è forse convertito ai vaneggiamenti di Ayn Rand? Quella mattina era sceso dal letto con il piede sbagliato? In realtà secondo me non ha tutti i torti.

Il problema è che l’empatia, lo sforzo di sentire o capire quello che provano gli altri, non sempre ci aiuta a fare del bene. Tanto per cominciare, ci è più facile provarla per le persone che hanno un bell’aspetto e per quelle della nostra stessa razza, quindi più ci lasciamo guidare dall’empatia, più rischiamo di essere influenzati da questi pregiudizi.

Un’altra trappola è il cosiddetto effetto della vittima identificabile, che ci fa preoccupare di più per un unico bambino scomparso che non per le migliaia che potrebbero essere danneggiati da una certa politica del governo, per non parlare delle vittime ancora non nate del futuro riscaldamento globale.

Bloom cita l’economista Thomas Schelling: “Se una bambina di sei anni con i capelli chiari ha bisogno di qualche migliaio di dollari per sottoporsi a un intervento che prolungherà la sua vita fino a Natale, arriveranno fiumi di donazioni. Se si viene a sapere che senza un aumento dell’iva gli ospedali del Massachusetts non avranno abbastanza fondi e questo provocherà un leggero aumento dei decessi evitabili, nessuno verserà una lacrima”. Un eccesso di empatia può anche danneggiare chi la prova: è stato dimostrato che a volte provoca esaurimenti nervosi e depressioni, che non rendono certo più capaci di aiutare gli altri.

È difficile accettare che a volte potremmo avere una visione più chiara del mondo se resistiamo alla tentazione di metterci nei panni degli altri. Ma a volte evitare le personalizzazioni è il modo migliore per prendere decisioni. È per questo che le interviste di lavoro possono portare a scelte più basate sul merito ed essere meno condizionate dal sessismo o dal razzismo se non prevedono un incontro faccia a faccia e si basano solo su test strutturati. Secondo l’economista Tyler Cowen per chiedere un’opinione è meglio non usare la formula “Che cosa ne pensa?”, ma “Secondo lei, che cosa pensa la maggior parte delle persone?”.

Piuttosto che di empatia, conclude Bloom, abbiamo bisogno di compassione: un sentimento più freddo e razionale, “un modo più distaccato di amare, essere gentili e preoccuparci per gli altri”. Un suo parente che si sta sottoponendo a una cura per il cancro non ama l’eccesso di empatia da parte dei medici, ma “preferisce i dottori che sono calmi quando lui è ansioso, fiduciosi quando lui è incerto”.

Come ha scritto il comico Jack Handey, prima di criticare qualcuno fatti una passeggiata di un chilometro nei suoi panni, così sarai a un chilometro di distanza e potrai tenerti i suoi panni. Ma se vuoi aiutarlo, forse ti conviene tenerti i tuoi vestiti. Invece di provare il suo dolore, non sarebbe meglio fare qualcosa?

illustrazione by PaulThurlby 


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Il bambino sta per uscire dal canale del parto, già si vedono i capelli, ancora poche spinte spontanee e tutto il suo corpo sguscia fuori dal ventre della madre e atterra sul morbido cuscino posto sotto la donna accovacciata. La donna lo vede e per un attimo non crede ai suoi occhi, poi tende una mano incerta verso di lui, o sfiora con un dito, quasi con timore reverente… Ancora qualche frazione di secondo e qualche migliaio di espressioni che si dipingono sul suo volto, poi la donna, la madre, lo riconosce: m certo, è proprio lio. È il suo bambino, quello che h portato in pancia per nove mesi e di cui ha già conosciuto i contorni, i ritmi, i movimenti… ora che può vederlo si accorge che sapeva già com'era fatto, non poteva che avere questo viso, questo corpo. Istintivamente lo prende tra le braccia e lo avvicina al seno, come per riunirsi a lui, guardando i suoi occhi, i suoi occhi che si aprono e si fissano nei suoi.
In quello sguardo così indefinibile, intenso, antico, così amoroso, la madre misura in un attimo la distanza incredibile che entrambi hanno dovuto superare per incontrarsi, e anche il padre che ora si è unito a loro in quello scambio di sguardi, si lascia sopraffare dall'immensità di quel prodigio nel quale ora, forse per la prima volta in nove mesi, riesce a sentire con orgoglio che grande parte ha avuto.
Un momento come quello forse non si ripeterà più nel corso della loro vita futura, ma non lo scorderanno mai perché da quel momento saranno tutti e tre indissolubilmente legati in un vincolo spontaneo e naturale di reciproco amore, di reciproca pre-occupazione di reciproca assistenza. Un vincolo fatto di gioia, di responsabilità e di attenzione che proteggerà la vita e il benessere del bambino e il senso dell'essere genitori nei due adulti. Un legame sì, ma ricco di soddisfazioni come quella grande che provano adesso, di aver messo al mondo un essere completo, perfetto, che già dà segni di comprenderli e di riconoscerli e che con il suo sguardo attento comunica intelligenza e fa sentire più intelligenti. Un legame, certo, ma anche un'esperienza fondamentale, un primo modello di relazione per quel bambino destinato a crescere e, un giorno, ad accogliere e proteggere anche lui un figlio della sua specie.
Questa magia di sguardi e di sensazioni, il cui avverarsi dovrebbe essere garantito per diritto costituzionale a tutti i neonati e a tutti i neo-genitori: è il bonding, la nascita del primo legame e, come per la fuoriuscita della placenta, come per la suzione del colostro dal capezzolo della madre, completa e sancisce il processo della nascita. Come le femmine dei mammiferi del nostro Pianeta riconoscono di aver messo al mondo un cucciolo dall'odore che questo emana e che provoca in loro un'ondata di istinti all'accudimento che durerà fino alla sua completa autonomia, anche le madri umane e i padri umani hanno bisogno di questo primo contatto esclusivo col proprio piccolo per mettere in moto l'istinto materno e paterno e vivere in seguito con sicurezza e competenza il ruolo di genitori: è la memoria arcaica, quella legata all'istinto della procreazione e alla sopravvivenza della specie che si risveglia, e ci si accorge di fare e di provare con naturalezza gesti e sentimenti che si credeva di non conoscere, ricevendone un grande piacere e un senso di appartenenza.
Anche il piccolo, del resto, è arrivato col suo bagaglio di memorie arcaiche e si aspetta di essere accolto proprio così, di ritrovare nel calore delle braccia e nel nutrimento del seno, un senso rassicurante di continuità con ciò che provava dentro la pancia. Non si aspetta certo di essere messo da parte, solo, in una culla fredda e ferma, troppo grande, o di essere manipolato da mani estranee di cui non riconosce l'odore. Ma spesso accade proprio questo e il neonato si ritrova solo mentre i genitori si ritrovano a mani e pancia vuoti, e in tutti e tre resta un senso di stupore che non è meraviglia, un senso di disagio sottile e di estraneità che sarà difficile superare e che renderà più duro diventare genitori e figlio. Disagio che nasce anche dal fatto che questa mancanza il più delle volte non è neanche vissuta consapevolmente, perché certe credenze e procedure protocollari l'hanno mascherata dietro parole come sicurezza, igiene, prevenzione, controllo, ma che invece ha un nome solo: separazione.
Cominciare una nuova vita insieme da separati è un controsenso che può portare in alcuni casi anche a conseguenze molto negative nel futuro: malessere, depressione, insofferenza, difficoltà di relazioni, ne vale la pena?
Ma restiamo alla situazione ideale, quella dell'incontro non interrotto, del legame non interferito, quella naturale. È favorita certo dalla libertà, da un ambiente rispettoso, da un contesto sociale che ne riconosce il valore, ma anche da quei nove mesi vissuti assieme prima della nascita, nove mesi in cui il contatto fra nascituro, madre e padre ha avuto tanti momenti per essere vissuto e espresso, da quando la mamma ha cominciato ad avvertire i suoi primi movimenti leggeri come sottili vibrazioni, da quando il papà lo ha accarezzato attraverso la pancia e lo ha calmato col suo vocione, da quando i membri della famiglia e gli amici lo hanno accettato con gioia e hanno cominciato a immaginarlo. Il legame in qualche modo si era già creato, il bonding prenatale predisponeva già a un incontro felice.
Di questo bonding prenatale e di quello che avviene al momento della nascita, siamo tutti custodi e responsabili, tutte le persone che circondano una coppia in attesa, tutti gli operatori che si prendono cura di loro hanno un dovere di protezione verso il primo legame. Certo, sarà più facile per tutti se ognuno avrà avuto il suo bonding, quand'era il momento. Ciò può avvenire solo se, come dice Michel Odent, "ritorniamo alle origini", cioè alla fisiologia della nascita, nel senso più profondo del termine fisiologia. La fisiologia, infatti, va al di là di un parto "normale", nei canoni epidemiologici, perché fa riferimento a un evento globale in cui ci si sia predisposti al rispetto dei bisogni delle donne e dei nascituri. Per la donna, la parte più attiva al momento del parto è la parte profonda del suo cervello, le strutture cerebrali primitive che condividiamo con tutti gli altri mammiferi: l'ipotalamo, la ghiandola iposfisaria e tutti gli ormoni che devono essere messi in moto per poter partorire. L'ambiente in cui si svolge il parto dovrebbe quindi tenere conto della fisiologia ed evitare di stimolare la neocorteccia, la parte razionale, cosa che avviene per esempio con l'uso di luci violente e di un linguaggio razionale. Le donne hanno bisogno di intimità, di sentirsi al sicuro e protette, di non sentirsi osservate, affinché i processi endogeni chimici e ormonali possano trovare libera espressione e il compimento di quanto la natura ha predisposto.


Nascita e società: un legame non casuale 
In quella che viene chiamata "la terza fase del parto", cioè l'ora successiva alla nascita, la madre, il neonato e il padre si trovano in una condizione emotiva e chimica eccezionale, pronti all'incontro e al riconoscimento che crea in loro per sempre il legame d'amore. È il seme della relazione familiare, ma anche il seme della relazione col mondo, ciò che crea nell'individuo la capacità di amare, cioè di rispettare e di proteggere. Fa notare Odent che in tutte le società basate sull'aggressività e la dominanza, come la nostra, c'è la tendenza a interrompere questo momento di incontro: il neonato viene subito preso, lavato, manipolato, visitato, misurato, valutato e soprattutto separato dai genitori, mentre a madre e padre anziché poter godere di quell'onda incredibile di felicità che sarebbe anche la ricompensa dell'attesa, della paura, del dolore del parto, resta un senso di vuoto, e del legame solo la catena.
John e Troya Turner, psicoterapeuti del Whole Self Institute dissero queste parole, dopo l'attacco alle Twin Towers:
«Il problema non è il terrorismo, il problema è una generazione di esseri umani senza identità. La questione è: che cosa rende gli esseri umani incapaci di provare amore, compassione o empatia verso se stessi e chiunque altro, diventando così distruttori della stessa specie? Che cosa è successo perché degli esseri umani possano diventare così distorti psicologicamente, emozionalmente e spiritualmente da credere che l'Islam, una delle vie più spirituali nel mondo, possa incoraggiare l'assassinio e il suicidio per guadagnare il paradiso? Le condizioni che danno ai terroristi una falsa identità sono le terribili circostanze alle quali le loro madri furono esposte durante la gravidanza, il parto e dopo la nascita dei loro figli: le condizioni di impotenza, disperazione, inadeguatezza, paura emozionale, terrore e panico di madri gravide ai cui figli era impossibile nascere in un ambiente sicuro e pieno di amore, in una relazione di fiducia con il mondo».
Riflettendo su queste visioni, espresse da persone che hanno dedicato le loro migliori energie e conoscenze a curare la Nascita, viene da pensare che tutti noi potremmo contribuire responsabilmente a creare situazioni e ambienti adeguati per la nascita e per il primo incontro col neonato, potremmo riavvicinarci consapevolmente alla naturalità del parto e conoscerci meglio come esseri umani bisognosi di un imprinting d'amore da restituire come energia d'amore verso gli esseri che ci circondano e la nostra madre Terra. In un'epoca di Transizione la casa potrebbe essere da riscoprire come luogo ideale per la nascita? Una Nascita naturale e "sociale", elemento per ritessere quella tela di rapporti comunitari che l'arrivo di un bambino ha il potere di stimolare con la forza della vitalità di una nuova vita. Una forza che ci spinge a dare il meglio di noi come esseri umani e a proteggere il nostro futuro come specie. Potrebbe darsi che curando la nascita cominceremmo a guarire il Pianeta?



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"come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?
Joseph Conrad

Prendersi del tempo per guardarsi intorno, annusare l'aria, ammirare una gemma, osservare l'arrivo del buio, contemplare le stelle. Tutto ciò è fisiologico. Eppure... se guardiamo un panorama in televisione lo ammiriamo estasiati, invece, nel mondo reale siamo distratti. Senza una cornice che definisca una porzione delimitata di paesaggio su cui posare gli occhi ci sentiamo persi, privi di punti di riferimento. Viene allora da chiedersi: cementifichiamo perché non siamo più in grado di vedere?
Certamente abbiamo sviluppato altre abilità: foto strepitose scattate con smartphone "impazziti" che non permettono di alzare lo sguardo, fino all'ultimo scatto, privando totalmente della visione d'insieme; tastiere minuscole che possono portarci ovunque... ma per favore niente gita in campagna, ci sono le zanzare tigre! sto sudando! c'è troppo vento! abbracciare un albero dici? la resina è appiccicosa!

Emanuela, autrice dell'articolo,
passeggia con il suo taccuino
Sarebbe assurdo scrivere tutto questo se non lo avessi - e stessi - sperimentando in prima persona. Dalla città di Roma alla Sabina laziale, perché? A questa domanda rispondo sempre: "ritengo che vivere in luoghi così sia intrinseco all'essere umano". Ma questa è un'altra storia... Fatto sta che se nella mia vita ho preso tante decisioni in tempo record, ho compiuto scelte importanti senza batter ciglio... ora mi è impossibile capire al volo cosa voglio piantare e soprattutto dove!
E dunque: riacquistare la vista. Certamente non è cosa da poco e richiede pazienza.
In Permacultura si dice: prima di fare qualunque cosa, pianta una tenda sul tuo terreno e osserva; osserva per due anni, osserva e interagisci. Caspita, eh? Senza per forza raggiungere l'optimum da manuale, ho cercato di fare del mio meglio: un giorno seduta qui osservo, un altro giorno mi giro e osservo; osservo il sole e le ombre; contemplo. Ritrovare il gusto di immergersi in un luogo, farsi conoscere, conoscere e instaurare un dialogo. Per i cinesi questo dialogo deve essere ininterrotto e il giardino è il prolungamento di questo rapporto vitale. Così finalmente mi alzo e pianto il primo ciliegio...

«Da bambino ho scoperto il valore della terra. L'ho imparato stando seduto con i vecchi della mia Liguria, seduti davanti alla porta di casa. O quando si andava in montagna con i muli.» a parlare “è un botanico, ma preferisce farsi chiamare giardiniere […] conosce tutte le piante, le ha mangiate tutte, le ha assaggiate tutte, anche quelle velenose!” come lo introduce Serena Dandini: Libereso Guglielmi, il giardiniere allievo di Mario Calvino ed Eva Mameli, botanici nonché genitori di Italo, conosciuto quindi come il giardiniere di Calvino ed anche come il giardiniere con il fiore in bocca.
5 marzo 2013. Ricordo perfettamente tutta la serata. Auditorium di Roma, registrazione della terza puntata de "Il Paradiso è Perduto?", andato poi in onda a luglio dello stesso anno (guardala QUI). Di Libereso ne avevo una vaga conoscenza, ma sono un'appassionata dei libri di Italo Calvino e così spinta dalla curiosità, andai. Sorriso sempre pronto a fiorire sul volto incorniciato da una gran massa di capelli e da una barba bianchi, ma sopratutto gentilezza nel parlare. Certamente un giardiniere deve avere uno sguardo attento, deve sapere attendere e praticare pazienza, ma soprattutto (ripeto l'avverbio) deve essere gentile. La gentilezza è espressione del sentimento di cura.

Il suo nome in esperanto vuol dire “libertà assoluta, di pensiero, di azione e di parola”, ed infatti Libereso si dichiara libero, ha 89 anni ed è libero. Come può non esserlo un uomo che da giovane se ne andava in giro saltando da un albero all'altro? Come Cosimo, il protagonista del "Il Barone rampante".
«Tra i personaggi del Barone rampante ci sono anch'io: noi ragazzi saltavamo veramente da un pino all'altro, di ramo in ramo, per raccogliere le pigne. In fondo, tutti i personaggi di Calvino sono persone reali e io li ho conosciuti: il Visconte dimezzato era un suo zio, dal carattere molto mutevole. Era capace di dirmi "Va', va' a mangiare la frutta" e poi, dopo che l'avevo presa: "Ma cos'hai fatto? Hai mangiato la frutta?". Italo era un grande osservatore, ci veniva dietro sempre con un suo libriccino, io non pensavo che annotasse tutto e invece...».

Libereso crede nella magia della natura e le sue storie sono meravigliose, ricche di sfumature, consigli e soprattutto di fiori e piante da mangiare! «Oggi si consumano pochissime specie vegetali e ci perdiamo un’infinità di sapori. Almeno trecento. È buona l’Alstroemeria: si mangiano i getti nuovi come asparagi, insieme con le patate. È buono il Tropaeolum: i fiori si mettono in insalata, i boccioli si usano come capperi. Della Calendula si mangiano i germogli come verdura, mentre i fiori si mettono in alcol e se ne ricava un linimento [...] E il fiore d’Abutilon, squisito! [...] Le foglie di Philadelphus hanno il gusto di cetriolo, mentre quelle di Plantago major sembrano porcini.».
Alain Baraton, nel libro Je plante donc je suis, scrive "Le qualità di un giardiniere sono la capacità di osservazione, la pazienza e l'estro di concepire un giardino come un piatto"; Libereso va oltre, ci invita a fare un giardino commestibile (o a renderci conto che c'è davvero molto di commestibile!) e a mangiarlo di gusto. Il messaggio è: se non riuscite più a vedere la natura con gli occhi, provate almeno a riconquistarla con il palato.


Il nuovo giardiniere era un ragazzo coi capelli lunghi [...] veniva su per il viale con l’innaffiatoio pieno, sporgendo l’altro braccio per bilanciare il carico. Innaffiava le piante di nasturzio, piano piano, come versasse caffelatte: in terra, al piede delle piantine, si dilatava una macchia scura; quando la macchia era grande e molle lui rialzava l’innaffiatoio e passava a un’altra pianta. Il giardiniere doveva essere un bel mestiere perché si potevano fare tutte le cose con calma. 
Italo Calvino: Un pomeriggio, Adamo.


Forse con un titolo come quello dato a questo articolo ti aspettavi qualche indicazione su come cucinare un piatto succulento con erbe spontanee e fiori... va bene, non voglio lasciarti a bocca asciutta! 
Ecco una ricetta pensata e condivisa, raccolta, cotta e mangiata da Vittorio, Veg Autoproduzioni che magari potrai proporre per il pranzo/cenone di Natale (con bacche di ginepro che si raccolgono proprio in questo periodo):

VEGravioli
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ps. per il 2015 vorremmo organizzare degli incontri di cucina, rimani aggiornato/a!


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