Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; bellezza della natura e della vita e del legame profondo che unisce tutti gli esseri viventi. Tutto questo si legge nelle parole di Etain Addey e noi le condividiamo, mese per mese.

Stavo lavorando di mattina sul campo vicino al bosco, smistando legna, quando si sentì un grido, un urlo, una specie di strillo che veniva dalla parte superiore del bosco. In questa stagione il bosco è nudo, un fitto incrociarsi di rami, ma non riuscivo a vedere alcun movimento. Continuai a lavorare, ma quel grido continuo mi disturbava come il pianto di un neonato, era impossibile ignorarlo. Sembrava quasi il verso di un maialino, che fosse un piccolo cinghiale, ma per quale motivo strillerebbe così? Che fosse preso in una trappola? Eppure qui non c'è più nessuno che mette trappole.
Per ben dieci minuti quell'urlo continuò con un tono così forte che non riuscivo a levarmi dalla testa l'immagine di un cinghiale ferito. Poi, piano piano, il tono del grido si abbassò e alla fine mi resi conto che era un uccello. Quale uccello poteva essere, e perché gridava in quel modo torturato?
Il sole cominciava a scaldarmi la schiena. Il lavoro era lungo e non lo volevo interrompere, ma alla fine fui quasi trascinata verso il bosco dall'inspiegabilità di quel grido. Dovevo vedere. Così cominciai ad avanzare nel bosco, verso il punto da dove veniva il rumore. Non era facile, perché non c'era un sentiero, così mi arrampicai giù per un grosso fosso e su per l'altro versante, strisciando per terra e attaccandomi ai tronchi degli alberi più giovani per non cadere indietro. Era bagnato per terra e si scivolava sulle foglie morte e sul muschio. Attraversai una fitta sterpaglia di rovi. Il grido non cessava mai, ormai ero vicinissima. Per un attimo mi tornò in testa l'immagine del cinghiale: cosa pensavo di fare con un animale ferito?
Improvvisamente ci fu silenzio e vidi sopra la mia testa una giovane poiana che, con un movimento lento, si lanciò in volo dalla cima della quercia spoglia sotto la quale mi trovavo. Mi fermai, ero ormai circondata dal sottobosco ed era difficile muovermi. Rimasi lì immobile, cercando di capire se era stata la poiana ad emettere quel grido e perché.
 Passarono forse due minuti, non mi decidevo di rifare la strada percorsa ed ero là ferma, poi con un impeto sconvolgente, mi volò in faccia un picchio verde, che evidentemente era stato appollaiato su un ramo bassissimo dello stesso albero dove era stata la poiana. Mi volò così vicino al viso che mi è rimasta negli occhi l'immagine dettagliata dei piumini arruffati verdegiallo del suo corpo. Scomparve anche il picchio verso la parte bassa del bosco e io rimasi esterrefatta a chiedermi in quale storia mi ero intromessa. Era stata la poiana o il picchio a gridare? Possibile che la poiana faccia la caccia ad un uccello grande come un picchio? In ogni caso, avevo interrotto qualcosa che non mi riguardava.
Tornai al mio lavoro e meditai sulla mia ignoranza. Pensavo a tutte le volte che mi capita di essere una comparsa in storie di altri esseri, senza capirne il senso. Siamo continuamente circondati da altre narrazioni. L'eco-filosofo Anne Bell parla del suo desiderio di riconoscere «significati oltre il regno del discorso umano» e dice che stiamo perdendo l'esperienza diretta, personale con gli animali selvatici. Bell connette questa perdita con la nostra mancanza di attenzione per i nostri stessi corpi e per il modo in cui noi, come esseri selvatici, come animali, rispondiamo alla luce, ai sapori, ai tessuti del mondo naturale.

Eppure il cervello umano si è evoluto nel mondo naturale, in cui era fondamentale la nostra affiliazione con gli altri organismi. L'atteggiamento scientifico, che studia e misura, ci porta a dimenticare che gli altri esseri viventi conducono una loro vita e noi dobbiamo aprirci alla molteplicità di storie che vengono vissute attorno a noi. Bell dice: «il senso dell'attività del ghiandaia mi può sfuggire», ma non per questo le loro attività non hanno un senso preciso.
campo estivo 2015, Dario ascolta i suoni della natura
Il poeta David Thodal si lamenta:
Mai abbastanza tempo seduto ad ascoltare. 
eri sera le strolaghe, i caprimulgi all'alba.
Comprenderò mai tutto il racconto
del fiorire del narciso
o il parlare della nuova foglia d'acero
sulla lunga neve invernale?
Nel buio della notte
mi sveglio
e ascolto le oche selvatiche
che cantano al chiaro di luna,
antichi racconti di primavera.

Oggi torno dal pascolo dei cavalli e passo accanto alla quercia grande che sorge lungo il sentiero. Sotto questa quercia, vedo sparse per terra centinaia di piccole palline di muschio. Mi chino e ne prendo in mano una: il muschio è fresco e vi è ancora attaccato un pezzo della corteccia della quercia. Guardo i rami grossi dell'albero: sono coperti da un fitto strato di muschio. E' un albero molto vecchio. Devono essere degli uccelli che tolgono il muschio dai rami per cercare gli insetti che d'inverno sono nascosti sotto. Non vedo uccelli in questo momento, così rimango con il dubbio: che uccello sarà? Come è possibile che non abbia mai notato questa pioggia di muschio in tutti questi anni?
Devo ascoltare meglio, aprire meglio gli occhi.
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Aveva le lacrime agli occhi quando mi ha detto “vorrei saper insegnare come fai tu, ma ho troppa paura”. Non sapevo cosa dire, l'ho abbracciata e ho mormorato qualcosa che probabilmente non ha mitigato la sua preoccupazione. Vorrei provare a risponderle adesso.
Nel lungo viaggio che mi portava in Italia, dove ero stata invitata per condividere le mie idee sull’insegnamento, anche io ho versato molte lacrime. So molto bene come ci si sente a essere sopraffatti dall’enormità del nostro compito e dall’impossibilità di fare sempre quello che è necessario per ogni studente delle nostre classi. Anche io ho una paura terribile di non essere all’altezza.
Ma quando faccio un salto verso l’ignoto, ogni volta che tento di fare qualcosa di nuovo in classe, mi aggrappo alla profonda angoscia che provo al pensiero del disagio che troppe volte i miei studenti vivono a scuola, e la mia continua irritazione per questo spreco della loro creatività.
Avete notato quante notizie, negli ultimi tempi, di nuove scoperte o invenzioni realizzate da adolescenti? Quante altre ce ne potrebbero essere se smettessimo d’ingozzarli di noia e liberassimo i loro cervelli, permettendo loro di affrontare con uno sguardo nuovo i difficili problemi del nostro tempo?
Mi domando quanti insegnanti, dopo aver ascoltato l’appello nel quale Ken Robinson ci invitava a stimolare la creatività nelle scuole, facciano un salto verso pratiche d’insegnamento innovative. Dal febbraio 2006 il suo discorso è stato visto più di 36 milioni di volte ed è stato tradotto in 59 lingue, ma sarei curiosa di capire l’impatto che ha avuto sull’elemento centrale dell’insegnamento: il rapporto tra insegnanti e studenti.
È qui che si trova in realtà la “prima linea” dell’innovazione: lo spazio tra uno studente e un insegnante. Qui trovo la motivazione per continuare a cercare di cambiare. In questo spazio emerge la domanda che ogni studente mi rivolge: ti importa davvero?
Non importa che tu sia un insegnante severo che carica di compiti o uno più indulgente, un carismatico alla John Keating (l’insegnante del film L’attimo fuggente) o un esigente alla Jaime Escalante (l’insegnante del film La forza della volontà), in un’aula ci si può prendere cura degli allievi in molti modi. E, fortunatamente, gli studenti non sono schizzinosi quando si tratta di ricevere cure, ma accettano tutto quello che viene loro offerto. Non hanno veramente bisogno di tutti quegli strumenti tecnologici che vengono pubblicizzati durante i corsi d’aggiornamento professionale. Può darsi che apprezzino le novità ma, quando queste svaniscono, torneranno a chiedersi se tu, il loro insegnante, tieni davvero a loro.
“Cura” è una di quelle parole che possono essere interpretate in molti modi, ma quello che intendo io è un processo non privo di ostacoli.
Prendersi cura è un atto concreto. Anche se oggi non posso cambiare tutto il sistema, ogni giorno posso fare in modo che i miei studenti, nella mia classe, si sentano il più possibile a loro agio, permettendogli di muoversi, di mangiare, di fare delle pause. Posso decidere di essere consapevole di ciò di cui hanno bisogno in quanto essere umani, e non contenitori da riempire e mettere alla prova.
Prendersi cura è un compito impegnativo. Mi impone di mettermi nei panni di qualcun altro, di essere comprensiva ed empatica; di vedere l’altro, il mio studente, come vorrei essere vista io. Anche quando, e anzi soprattutto quando, quello studente non è così disponibile. Gli studenti difficili sono stati i miei più straordinari insegnanti, perché i conflitti avuti con loro hanno stimolato le mie riflessioni sul mio essere insegnante.
Queste riflessioni sono necessarie, perché è in quel momento che comincia il cambiamento. Dall’interno.
Pertanto, se vogliamo cambiare i sistemi d’istruzione, è sì importante che ci sia un sostegno politico ed economico al cambiamento, che ci sia un sostegno sociale all’innovazione, e che agli insegnanti sia dato abbastanza tempo per esplorare nuove idee. Ma la cosa più importante di tutte è che ciascun insegnante trovi il coraggio necessario a superare la propria paura di cambiare, ogni giorno, in classe. Perché il cambiamento richiede coraggio. Quel tipo di coraggio di cui parla Brene Brown in un’altra famosa conferenza. Quel coraggio che impone alla volontà di essere vulnerabile, di correre il rischio di essere ferita. Quel tipo di coraggio che viene lubrificato dalle lacrime.
Cara collega, quando sarai pronta a spiccare quel salto coraggioso, sarò lì a tenerti la mano. Salteremo insieme.
 
di Lizanne Foster, 27 dicembre 2015 -  articolo originale: "Take the leap"
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