Nota personale - Recentemente un'anima grande, bella e splendente ha preso il volo. Insieme abbiamo spesso ammirato le lucciole, stringendoci poi in un abbraccio d'amore. La foto pubblicata è sua, una personale delle migliaia che con lui hanno fatto il giro del mondo. E continuano a farlo, mentre io continuo ad ammirare, in queste sere di maggio, la scia luminosa delle lucciole, ricordando. Sebbene trovi conforto nella scrittura, non sono ancora riuscita a trovare parole, pertanto pubblico questo articolo che vede protagoniste proprio le lucciole e... l'amore. Per te Antonio, grazie per tutto l'immenso che sei stato e per tutto quello che ci hai insegnato e donato.

L'ecosistema è l'insieme delle relazioni intercorrenti tra le specie e tra queste e l'ambiente. Da milioni di anni gli esseri viventi interagiscono e comunicano tra di loro creando una rete intricata di voci che corrono veloci in ogni luogo dove risiede la natura. Uno dei "linguaggi" più usati è il colore: il sapore gradevole e zuccherino dei frutti viene raccontato dalle tonalità accese della buccia. Gli uccelli, che conoscono bene gli idiomi degli ecosistemi, interpretano il messaggio nutrendosi dei frutti e trasportando i semi lontano dalla pianta madre.
I colori splendidi assumono tutt'altro significato nelle farfalle: esse avvertono i potenziali predatori  del veleno con cui le perle dell'aria infarciscono il loro corpo.
La profusione di tinte splendenti sta dicendo: "attenzione! pericolo di mal di pancia!". E poi ci sono quelli tenui che si confondono con l'ambiente e che hanno la funzione di nascondere l'animale dai suoi nemici. Anche gli odori veicolano dei significati: il delicato profumo dei fiori annuncia alle api e agli altri insetti impollinatori la presenza del dolce nettare nelle corolle. E poi ci sono i movimenti del corpo: le zanzare, per esempio, esprimono il loro amore scatenandosi in un ballo vorticoso. Osservatele in giardino: quando un gruppetto di zanzare vola disegnando nell'aria un vortice turbolento potete stare certi che lì a poco tante piccolo larve sgusceranno da migliaia di uova.
Tra i numerosissimi linguaggi ne esiste uno particolarmente bello e romantico ed è quello usato da un gruppo di insetti che, proprio in questo periodo, illumina d'immenso i prati e i boschi della nostra Italia. Sono le lucciole, piccoli coleotteri dalle particolari caratteristiche.
photo ©Antonio Zambardino, maggio 2012 Sestri Levante
Osserviamo la loro vita attraverso la lente d'ingrandimento del biologo: gli individui che volano disegnando le scie colorate nell'aria sono i maschi innamorati in cerca di una femmina. Le femmine non hanno le ali e vengono dette neoteniche in quanto non assumono mai le sembianze di un adulto. Non sviluppano mai le ali e, invece di volare, camminano per i prati. La loro forma è vermiforme e sono lunghe circa 20mm. Quando sopraggiunge il crepuscolo e sulla terra scendono le tenebre, le lucciole femmine decidono che è giunta l'ora dell'amore. Si arrampicano sopra un filo d'erba e iniziano a emettere il famoso flebile luccichio intermittente.
Al pari delle loro compagne, anche i maschi manifestano la loro dolce emozione accendendo la parte distale dell'amore con una luce intermittente. E quando il "lucciolo", sorvolando un prato, intravede su un filo d'erba una luce con la medesima pulsazione, allora il gioco è fatto, l'alchimia dell'amore sarà nuovamente comparsa su questa terra e il mistero della vita verrà tramandato. Il maschio ha infatti riconosciuto, grazie alla particolare intermittenza della luce, una femmina della medesima specie, è sceso e dopo alcuni giorni dalle esternazioni amorose, la femmina deporrà numerose uova da cui sgusceranno tante piccole larve affamate.
Questa progenie non si comporterà da figlie dell'amore e non manifesterà alcun sentimento poetico: le larve delle lucciole sono infatti dei voracissimi predatori di lumache e chiocciole che attaccano in gruppo sbranandone diversi esemplari.
Ed è per questo motivo che le lucciole sono molto abbondanti nei luoghi ricchi di calcare, la sostanza essenziale per l'edificazione della casetta dei molluschi (la chiocciola). Dove ci sono le prede ci sono anche i predatori ed ecco spiegato il ricco sfarfallio luminoso sopra i prati ricchi di calcare (ma comunque non solo). Dopo essersi satollate di molluschi e dopo essere diventate adulte, le lucciole cambiano dieta e alla carne preferiscono il dolce: nell'ultima fase della loro vita esse si nutrono di zuccheri che trovano principalmente nei fiori.
Anche se per noi le lucciole brillano tantissimo, in realtà la loro emissione luminosa è alquanto flebile: la lunghezza d'onda della loro luce corrisponde ai 5000-6000 Angstrom, cui l'occhio umano - e quello degli insetti - è sensibilissimo. Grazie a questo espediente, le lucciole risparmiano energia e non scaldano troppo il loro corpo. Ed è questo il motivo per cui le lucciole hanno creato il sistema biologico più efficiente sulla Terra. Il processo chimico che avviene per produrre la luce infatti dissipa solo il 2% di calore. Il 98% dell'energia viene effettivamente convertita in luce. In una normale lampadina a incandescenza circa il 90% dell'energia utilizzata viene dissipata in calore e solo il 10% diventa effettivamente luce.
È questa grande efficienza che permette alla lucciola di non bruciarsi durante la ricerca del partner. Una grande efficienza per un grande messaggio.

leggi tutto...

Giorgio Gaber cantava "libertà è partecipazione", ecco perché, seppur ormai alla vigilia 
del #referendum e prima di prendere qualunque posizione, intendiamo invitare tutti al voto
Puoi anche non andare avanti a leggere, ma per quanto chiara è la nostra posizione, vogliamo, come sempre, offrire qualche spunto di riflessione. A confrontarsi con chi la pensa come noi non si cresce e quindi ci auguriamo che i lettori di questo articolo siano per la maggior parte individui che volgono verso il "no"...

comune di Ancona
Italiani al voto il 17 aprile per l’unico quesito sopravvissuto dei sei iniziali in merito alle trivellazioni per le estrazioni di combustibili fossili nel nostro Paese. Il Governo ha evitato il cosiddetto “election day” (l’accorpamento del voto referendario con le prossime elezioni amministrative), chiesto da associazioni e comitati, che avrebbe fatto risparmiare alle casse dello Stato oltre 300 milioni di euro.
Il coordinamento nazionale No Triv ha stigmatizzato la scelta definendola “un boicottaggio, il tentativo evidente di scoraggiare la partecipazione degli elettori” e ora tutto si gioca sul quorum. Affinché il voto referendario sia valido devono andare a votare almeno 26 milioni di italiani.

Che il referendum sia l’unica occasione per indirizzare le scelte dello Stato lo sanno anche i produttori ortofrutticoli, gli allevatori [...]. Questo referendum rappresenta la porta stretta attraverso cui solo uno potrà passare: o vinceranno la furbizia e il gioco sporco che il governo Renzi sta conducendo in nome del TTIP, delle multinazionali, delle lobby degli inceneritori e di quelle finanziarie, o vinceranno le ragioni di chi chiede diritti, dignità, rispetto dei territori e della salute, l’affermazione del valore d’uso del territorio attraverso l’esercizio dei diritti diffuso, decentrato, diretto e dal basso, da parte di chi insomma vorrebbe più democrazia”. coordinamento No Triv
 
"Ma perché questo referendum fa così paura? [...] Perché ci si è messo anche Napolitano, 
il nostro Presidente emerito. Come se Ratzinger, il Papa emerito, invitasse a non andare a messa"
Maurizio Crozza, video

Speciale editoriale: Votare - di Giovanni de Mauro, direttore di Internazionale“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: ‘Per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale’?”.
È un referendum difficile da capire, su una questione troppo complicata, tecnica, e come spesso succede quand’è così, si tratta innanzitutto di una sconfitta della politica, di chi ci governa: in parlamento ci sono deputati e senatori che hanno il compito proprio di affrontare ogni giorno questioni difficili, documentandosi e consultando molti esperti, e dopo approfondite discussioni prendere decisioni sulla base delle quali noi elettori valutiamo se confermarli in parlamento oppure no alla fine della legislatura.
La democrazia rappresentativa funziona così. In ogni caso, domenica 17 aprile viene fatta a tutti noi una domanda. E la domanda non è solo quella del complicato quesito referendario: è anche una domanda sulla nostra attenzione ai temi ambientali, al futuro del pianeta, alla politica energetica e industriale del paese. Più in generale, dalla risposta che daremo si misurerà il nostro coinvolgimento, la nostra partecipazione, la nostra capacità di prendere decisioni dopo esserci informati e senza farci spaventare dalla difficoltà della questione. Se votare a questo referendum servisse anche solo a dare un segnale, sarebbe importante non restare a casa. I buoni motivi per votare non mancano, e i buoni motivi per votare sì sono tanti.

>>> Leggi anche Il referendum sulle trivelle spiegato da chi l’ha scritto

Speciale editoriale: Petrolio che tutto move - di Mimmo Tringale, direttore rivista TerraNuova
Mai come in questi ultimi mesi, il petrolio sembra essere il protagonista assoluto di quello che accade intorno a noi. Gli immensi interessi economici e geopolitici che l'oro nero muove sullo scacchiere internazionale sono in maniera molto evidente la principale causa dell'instabilità del mondo arabo. È ormai evidente che quella che viene proposta ogni giorno come una guerra di religione è in primo luogo un conflitto per il controllo dei giacimenti petroliferi più ricchi del mondo e non è un caso che il nostro paese si sia autocandidato a dirigere la coalizione internazionale per "stabilizzare" la Libia.
La nostra Eni è oggi la più importante compagnia straniera presente in quel paese. Ed è questa probabilmente la ragione principale che ha spinto il Consiglio dei ministri ha varare lo scorso 10 febbraio l'autorizzazione all'utilizzo di forze speciali in Libia, al di fuori di qualsiasi autorizzazione dell'Onu. Per evitare il vaglio parlamentare è stato sufficiente mascherare l'operazione come invio di forze speciali per una "operazione di emergenza". Un'emergenza che si può spiegare solo con la volontà di proteggere gli interessi di Eni. Sì, perché per quanto possa apparire incredibile e inquietante, stiamo assistendo a una corsa frenetica tra le forze speciali italiane, francesi, statunitensi e britanniche per accaparrarsi per primi le risorse petrolifere della Libia.
Il filo nero del petrolio lega il desiderio di protagonismo in Libia con l'appuntamento referendario del 17 aprile voluto da un largo fronte di forze per abrogare la legge che permette di estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro 12 miglia dalla costa. I motivi per essere allarmati non mancano: solo cinque anni fa, a 80 miglia dalla costa statunitense, esplodeva nel Golfo del Messico la piattaforma petrolifera Deep Water Horizon della BP. In seguito all'incidente, risolto solo dopo 106 giorni di duro lavoro, sono finiti in mare oltre 500 mila tonnellate di petrolio, causando danni incalcolabili e durevoli sulla flora e la fauna dei fondali marini e delle coste della Florida, Louisiana, Mississippi e Alabama.
Immaginate le possibili ripercussioni di un analogo incidente in un ecosistema assai più fragile e infinitamente più piccolo quale il Mare Adriatico? Sarebbe un disastro incommensurabile e senza possibilità di ritorno. Una scelta difficilmente condivisibile se si considera che la posta in gioco sono giacimenti di modesta entità. Per pochi barili di petrolio si rischia di mettere a repentaglio per sempre e non solo l'equilibrio ecologico, ma anche l'economia di intere regioni e migliaia di famiglie.
Per tutti questi motivi è necessario votare Sì al referendum del 17 aprile e dichiarare il proprio NO risoluto alle guerre e alle bombe, che per loro natura non potranno mai essere né umanitarie, né tantomeno intelligenti.


leggi tutto...

Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; bellezza della natura e della vita e del legame profondo che unisce tutti gli esseri viventi. Tutto questo si legge nelle parole di Etain Addey e noi le condividiamo, mese per mese.

Quando, venticinque anni fa, de­cisi di lasciare Roma e di trasfe­rirmi in un casale umbro appena abita­bile con un terreno scosceso e in­colto attorno, avevo delle fortissime intuizioni a proposito di quel che mi accingevo a fare, ma i contorni della visione erano poco ni­tidi.
In ogni migrazione, come ci spiega la sociologia, ci sono fattori che spingono e fattori che attirano: motivi per andare vie e motivi per prendere una certa direzione speci­fica. Vi vorrei raccontare due dei tanti episodi della mia vita lavora­tiva nella metropoli che hanno rappresentato per me il principale fattore di spinta.
Lavoravo, allora, per una grossa azienda farmaceutica multinazio­nale, dove facevo la segretaria del direttore. La casa madre dell’azienda era in Olanda e tutta la corrispondenza con l’estero si svolgeva in inglese. Quindi, i dirigenti dei vari reparti mandavano i loro messaggi per l’Olanda in italiano a me, io li traducevo e li tra­smettevo. Un giorno scese nel mio ufficio il dirigente che si occupava dei rapporti con il Ministero della Sanità che mi diede un messaggio che recitava più o meno così: “Il Ministero insiste per avere nel fo­glio illustrativo un avvertimento contro l’uso del nostro farmaco X durante la gravidanza. Come possiamo evitare questo?”.
“Quando arriva la risposta, mi chiami!” disse il dirigente.
Io rimasi sola e pensai: insomma, quanto ai neonati deformi che po­trebbero nascere dalle mamme che assumeranno questo farmaco, di chi è la respon­sabilità? Eviden­temente del Mini­stero, ma in se­guito abbiamo vi­sto che alti funzionari di quel Ministero intascavano i miliardi pas­sati dalle ditte farmaceutiche per nasconderli nel di­vano! Intanto, nessuno all’interno dell’industria farmaceutica ope­rava con senso etico, almeno non nel proprio lavoro, le uniche con­siderazioni erano quelle fatte in nome del profitto. Io avevo quel pic­colo margine di libertà che la traduzione da una lingua all’altra offre, e quindi lo usai per tradurre il messaggio in modo tale da dare la sensazione al de­stinatario olandese che c’era poco da discutere con il Ministero, che tanto valeva rassegnarsi a quell’avvertenza. Ci misi cinque minuti in più per formularlo.
Arrivò la risposta che speravo: “Pazienza, inserite l’avvertenza”. Per me fu una piccola vittoria, ma io non ero pagata certo per fare quello che avevo fatto, e questi episodi erano all’ordine del giorno!
Seconda scena: erano le cinque già passate e quasi tutti i 300 di­pendenti della ditta erano ormai usciti per andare a casa. Suonò il mio telefono, in linea c’era un medico di un grande ospedale di Mi­lano. “Signorina, qui abbiamo un bambino di due anni in coma. Ha preso un vostro prodotto Y, mi passi immediatamente qualcuno che mi possa dire qual è l’antidoto.” “Subito –risposi io- ma mi si gelò il cuore perché sapevo che a quell’ora il nostro medico sarebbe stato di certo bloccato in mezzo al traffico sulla via Cassia. Erano tempi ‘pre-cellulari’. Difatti, il medico non c’era e io passai la telefonata al di­rettore e cominciai a telefonare a destra e a sinistra alla disperata ri­cerca di una risposta. La donna che lavorava con me, Pamela, si mise anche lei al telefono e entrambe avevamo chiara in testa l’immagine di una piccola figura immobile sotto le mani dei medici e due geni­tori piangenti e terrorizzati fuori dalla porta bianca di un Pronto Soccorso milanese. Passavano minuti preziosi e il direttore, lui che era così bravo a fare discorsi ai convegni sul bene che offriva l’industria farmaceutica all’umanità sofferente, corse al secondo piano con la faccia bianca e spaventata a cercare aiuto presso i re­sponsabili del reparto Ricerca. Finalmente riuscii a trovare un me­dico della nostra azienda sorella in Germania e passai la telefonata al direttore che era ancora al secondo piano. Pamela ed io rimanemmo sedute alle nostre scrivanie, aspettando notizie, incapaci di andare a casa senza sapere cosa sarebbe successo. Dopo cinque minuti, ecco fare la sua comparsa il direttore con il suo pesante passo autoritario, ma con un’espressione di grande sollievo, un sorriso largo. Senza dire una parola, prese la sua borsa e ci salutò. “Allora avete trovato l’antidoto, meno male” disse Pamela. “No –rispose il direttore-, non è un nostro prodotto!” e partì.
Era salva la reputazione commerciale della sua azienda! Io e Pa­mela rima­nemmo paralizzate e senza parole a guardarci in faccia, immaginando le telefonate disperate che in quel mo­mento, dopo una buona mezz’ora di tempo perso, stava facendo qualche altra segreta­ria di un’azienda rivale, e il re­spiro del bambino che si faceva sem­pre più affannoso su quel lettino del Pronto Soccorso.
No! Io non volevo più prestare il mio cervello, per quel poco che poteva valere, a questo Mercato senza anima. I Buddisti hanno un concetto di “giusto sostentamento”, un modo per guadagnarsi la vita che non nuoce agli altri, ma questa idea sembra non far parte della mappa mentale occidentale. Io qualche volta parlavo con il di­rettore, con il capo delle Ricerche o con il capo del reparto Pubblicità di questi problemi etici, ma la risposta era sempre la stessa: “Io fac­cio il mio lavoro!”
Il disgusto per questa mancanza di senso di responsabilità era un fattore di spinta forte nella mia migrazione. Non si può “uscire dal sistema”, ma certo si può smettere di collaborarvi così strettamente.
Ma quale fu invece la visione che mi attirò in campagna?
Mi sembrava che alle mie mani mancasse, quasi come al viso può mancare dolorosamente una carezza, quello scorrere sulle palme di erba, d’acqua, di grano, di lenticchie, e di quelle mille altre forme di materia da toccare, mi mancava la presenza degli altri animali, di sguardi amichevoli di altre specie, il tocco di altri corpi non umani, avevo il sentimento che la solitudine umana non è la condizione naturale per noi, sentivo che ci siamo allontanati dal mondo reale, che è quello naturale. E tutto questo lo sentivo in una maniera in­sieme fortissima e poco chiara.
Non sapevo niente di vita in campagna, ma mi sono detta che i mestieri per la sopravvivenza umana non possono essere estranei ad un essere umano! Si impareranno, si troverà chi spiega, chi apre la porta ad una persona che torna alla terra con l’amnesia di tre o quattro generazioni di vuoto. La mia terra, quando i miei antenati erano contadini, era lo Yorkshire, e difatti sono venuta in Umbria perché qui il paesaggio e la vegetazione mi ricordavano un po’ il clima e il paesaggio e la vegetazione di quei posti.
E fui accolta da molti bravi insegnanti, contadini generosi e delicati nel loro insegnare, che cercavano di non fare pesare la mia igno­ranza. “Oggi noialtri piantiamo le fave!” urlavano Rosa e Antonio dal loro campo, ed era per dire: “È ora di piantare le fave, lo sai!”.
Ieri un mio amico, Felice, anche lui contadino di ritorno, cercava di spiegare quello che succede quando si torna a fare il contadino alla vecchia maniera. “Nonostante tutte le difficoltà, e sono tante, quell’intuizione che avevo sul fatto che mi mancava qualcosa di molto importante era giusta. La vita qui, in mezzo ai monti, circon­dati da alberi e dai rumori della vita selvatica, mi dà molto, molto più di quello che potevo immaginare prima, o di quello che posso esprimere.”.
È difficile non sembrare un romantico quando si cerca di spiegare com’è questo ritornare a casa, e certo che potrei elencare esperienze assolutamente non romantiche: il terremoto, l’acqua che ti piove dentro casa, il vicino ubriaco che sfonda il cancello, il cercare animali dispersi di notte nella neve, la mancanza di soldi per fare quelle cose che si facevano spensieratamente in città, ma tutto questo è niente in confronto al fatto fondamentale di sentirsi un essere umano intero, capace di provvedere in tutto e per tutto a sé stesso e, soprattutto, in confronto alla misteriosa scoperta di essere accolta e contenuta dal e nel mondo selvatico come una parte integrante di esso.
Ed è questo la gioia inesprimibile che conosciamo noi che consa­pevolmente viviamo nel mondo selvatico.
buona primavera!
leggi tutto...

...osservando alla maniera di Johann Wolfgang Goethe, significa sperimentare un pensare diverso, mobile, artistico. 
L’agricoltura biodinamica non è quindi una metodica ma un metodo, un percorso che [...] porta l’agricoltore 
ad essere creatore di un organismo aziendale denso di vita e diffusore di prodotti sani e di vitalità.
 - agricolturabiodinamica.it


NOTA INTRODUTTIVA. Poiché sulla nostra pagina facebook nei primi giorni di inizio mese pubblichiamo il calendario biodinamico, un lettore mi ha inviato alcuni articoli che prendono di mira tale metodo agricolo. Non mi interessa giudicare o commentare, perché mi è chiaro che questi autori, talvolta giornalisti, talvolta appassionati, talvolta scienziati, ignorino cosa sia l'agricoltura biodinamica. Eh si, non basta leggere e citare Steiner, bisogna approfondire. L'agricoltura biodinamica nasce dalla visione goethiana del mondo e della natura per svilupparsi nel metodo scientifico-spirituale iniziato da Rudolf Steiner. Dunque: la biodinamica è una visione del mondo in relazione al cosmo e ai suoi effetti sulla crescita delle piante, è osservazione e conoscenza scientifica della terra e dei suoi elementi e degli effetti dei minerali sul mondo vivente, è la possibilità di creare e sviluppare un "Io" dell'azienda agricola, è la percezione di "esseri" che cooperano con le forze terrestri... e tutto questo - che personalmente mi affascina - non può essere spiegato né criticato in poche righe. È nostra responsabilità in quanto esseri umani adulti e sviluppati avere coscienza di ciò che stiamo dicendo/facendo, è nostra responsabilità ricercare, approfondire, domandarci. 
Come sempre la nostra intenzione è stimolarvi :-) 
leggi tutto...

Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; bellezza della natura e della vita e del legame profondo che unisce tutti gli esseri viventi. Tutto questo si legge nelle parole di Etain Addey e noi le condividiamo, mese per mese.

Oggi Martino è venuto su dalla cantina con il vino nuovo per offrirlo al nostro ospite canadese, Alon,capitato qui d'inverno. Fa molto freddo, fra poco è tempo di carnevale e il vino è un ricordo dei giorni estivi! Sappiamo che è buono perché l'abbiamo già assaggiato, durante la raccolta delle olive, alla fine di novembre.
In quella occasione eravamo solo noi due: la mattina avevamo raccolto già mezzo quintale di olive e, per riscaldarci (le mani ma anche lo spirito), avevamo aperto la botte e risucchiato un litro di buon rosé per accompagnare il pranzo. "Non so cosa hai fatto a questo vino" avevo detto a Martino, "non solo è delizioso ma fa ridere!" E difatti, ci eravamo bevuti l'intera bottiglia in due, ridendo come due matti, e poi ci eravamo guardati "Tu pensi che siamo nelle condizioni di arrampicarsi su un ulivo?" aveva chiesto Martino alla fine del pasto. "Penso proprio di no!" risposi, e così, invece di raccogliere le olive, eravamo andati a letto.
Anche Alon ha bevuto e riso, e ci ha raccontato storie dal suo Quebec. Alcune erano preoccupanti, come quella in cui si era trovato chiuso fuori dal suo quartiere, tornando a casa una sera dall'università, perché durante il giorno era stato eretto un muro di filo spinato attorno all'intera zona, per proteggere una riunione dei "grandi" sul commercio globale. Il soldato che faceva la guardia all'inaspettato muro gli aveva consigliato di farsi dare un permesso, per la zona interdetta, dall'ufficio competente. "È aperto ora?" aveva chiesto Alon. Il soldato aveva guardato l'orologio: erano le cinque. "Domani mattina alle nove" rispose. "E io dove dormo stanotte?" Il soldato questa volta senza rispondere, aveva fissato gli occhi su un punto lontano, assumendo un'espressione di serietà e segretezza militare.
Alon è ebreo e, parlando di vino, ci ha anche raccontato delle loro feste tradizionali, in cui si balla e si beve. Durante il Purim, festa ebraica di Luna Piena, è d'obbligo ubriacarsi perché è il momento del Caos e, come durante il nostro Carnevale, ci si maschera per nascondere la propria identità e per poter così godere dell'anonimato nell'abbandonarsi ai piaceri sregolati. A Purim, si evocano due protagonisti leggendari, l'eroe Mordecai e il cattivo Haman, ma si usa bere molto proprio per oscurare la distinzione fra "Mordecai il Benedetto" e "Haman il Maledetto": bisogna arrivare a capire che sono solo due facce della stessa medaglia. Anche nella nostra tradizione, che include sia la Saturnalia romana che il carnevale cristiano, il periodo di licenza evoca il Caos. Nella vita di tutti i giorni cerchiamo di creare ordine, ma sentiamo che il Caos è la Madre dell'Ordine e che, ogni tanto, dobbiamo dare spazio a questa matrice della nostra vita.
Questo pensiero funge, almeno per stasera, da giustificazione alle molte bottiglie di buon vino scolate!
leggi tutto...

Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; bellezza della natura e della vita e del legame profondo che unisce tutti gli esseri viventi. Tutto questo si legge nelle parole di Etain Addey e noi le condividiamo, mese per mese.

Stavo lavorando di mattina sul campo vicino al bosco, smistando legna, quando si sentì un grido, un urlo, una specie di strillo che veniva dalla parte superiore del bosco. In questa stagione il bosco è nudo, un fitto incrociarsi di rami, ma non riuscivo a vedere alcun movimento. Continuai a lavorare, ma quel grido continuo mi disturbava come il pianto di un neonato, era impossibile ignorarlo. Sembrava quasi il verso di un maialino, che fosse un piccolo cinghiale, ma per quale motivo strillerebbe così? Che fosse preso in una trappola? Eppure qui non c'è più nessuno che mette trappole.
Per ben dieci minuti quell'urlo continuò con un tono così forte che non riuscivo a levarmi dalla testa l'immagine di un cinghiale ferito. Poi, piano piano, il tono del grido si abbassò e alla fine mi resi conto che era un uccello. Quale uccello poteva essere, e perché gridava in quel modo torturato?
Il sole cominciava a scaldarmi la schiena. Il lavoro era lungo e non lo volevo interrompere, ma alla fine fui quasi trascinata verso il bosco dall'inspiegabilità di quel grido. Dovevo vedere. Così cominciai ad avanzare nel bosco, verso il punto da dove veniva il rumore. Non era facile, perché non c'era un sentiero, così mi arrampicai giù per un grosso fosso e su per l'altro versante, strisciando per terra e attaccandomi ai tronchi degli alberi più giovani per non cadere indietro. Era bagnato per terra e si scivolava sulle foglie morte e sul muschio. Attraversai una fitta sterpaglia di rovi. Il grido non cessava mai, ormai ero vicinissima. Per un attimo mi tornò in testa l'immagine del cinghiale: cosa pensavo di fare con un animale ferito?
Improvvisamente ci fu silenzio e vidi sopra la mia testa una giovane poiana che, con un movimento lento, si lanciò in volo dalla cima della quercia spoglia sotto la quale mi trovavo. Mi fermai, ero ormai circondata dal sottobosco ed era difficile muovermi. Rimasi lì immobile, cercando di capire se era stata la poiana ad emettere quel grido e perché.
 Passarono forse due minuti, non mi decidevo di rifare la strada percorsa ed ero là ferma, poi con un impeto sconvolgente, mi volò in faccia un picchio verde, che evidentemente era stato appollaiato su un ramo bassissimo dello stesso albero dove era stata la poiana. Mi volò così vicino al viso che mi è rimasta negli occhi l'immagine dettagliata dei piumini arruffati verdegiallo del suo corpo. Scomparve anche il picchio verso la parte bassa del bosco e io rimasi esterrefatta a chiedermi in quale storia mi ero intromessa. Era stata la poiana o il picchio a gridare? Possibile che la poiana faccia la caccia ad un uccello grande come un picchio? In ogni caso, avevo interrotto qualcosa che non mi riguardava.
Tornai al mio lavoro e meditai sulla mia ignoranza. Pensavo a tutte le volte che mi capita di essere una comparsa in storie di altri esseri, senza capirne il senso. Siamo continuamente circondati da altre narrazioni. L'eco-filosofo Anne Bell parla del suo desiderio di riconoscere «significati oltre il regno del discorso umano» e dice che stiamo perdendo l'esperienza diretta, personale con gli animali selvatici. Bell connette questa perdita con la nostra mancanza di attenzione per i nostri stessi corpi e per il modo in cui noi, come esseri selvatici, come animali, rispondiamo alla luce, ai sapori, ai tessuti del mondo naturale.

Eppure il cervello umano si è evoluto nel mondo naturale, in cui era fondamentale la nostra affiliazione con gli altri organismi. L'atteggiamento scientifico, che studia e misura, ci porta a dimenticare che gli altri esseri viventi conducono una loro vita e noi dobbiamo aprirci alla molteplicità di storie che vengono vissute attorno a noi. Bell dice: «il senso dell'attività del ghiandaia mi può sfuggire», ma non per questo le loro attività non hanno un senso preciso.
campo estivo 2015, Dario ascolta i suoni della natura
Il poeta David Thodal si lamenta:
Mai abbastanza tempo seduto ad ascoltare. 
eri sera le strolaghe, i caprimulgi all'alba.
Comprenderò mai tutto il racconto
del fiorire del narciso
o il parlare della nuova foglia d'acero
sulla lunga neve invernale?
Nel buio della notte
mi sveglio
e ascolto le oche selvatiche
che cantano al chiaro di luna,
antichi racconti di primavera.

Oggi torno dal pascolo dei cavalli e passo accanto alla quercia grande che sorge lungo il sentiero. Sotto questa quercia, vedo sparse per terra centinaia di piccole palline di muschio. Mi chino e ne prendo in mano una: il muschio è fresco e vi è ancora attaccato un pezzo della corteccia della quercia. Guardo i rami grossi dell'albero: sono coperti da un fitto strato di muschio. E' un albero molto vecchio. Devono essere degli uccelli che tolgono il muschio dai rami per cercare gli insetti che d'inverno sono nascosti sotto. Non vedo uccelli in questo momento, così rimango con il dubbio: che uccello sarà? Come è possibile che non abbia mai notato questa pioggia di muschio in tutti questi anni?
Devo ascoltare meglio, aprire meglio gli occhi.
leggi tutto...

Aveva le lacrime agli occhi quando mi ha detto “vorrei saper insegnare come fai tu, ma ho troppa paura”. Non sapevo cosa dire, l'ho abbracciata e ho mormorato qualcosa che probabilmente non ha mitigato la sua preoccupazione. Vorrei provare a risponderle adesso.
Nel lungo viaggio che mi portava in Italia, dove ero stata invitata per condividere le mie idee sull’insegnamento, anche io ho versato molte lacrime. So molto bene come ci si sente a essere sopraffatti dall’enormità del nostro compito e dall’impossibilità di fare sempre quello che è necessario per ogni studente delle nostre classi. Anche io ho una paura terribile di non essere all’altezza.
Ma quando faccio un salto verso l’ignoto, ogni volta che tento di fare qualcosa di nuovo in classe, mi aggrappo alla profonda angoscia che provo al pensiero del disagio che troppe volte i miei studenti vivono a scuola, e la mia continua irritazione per questo spreco della loro creatività.
Avete notato quante notizie, negli ultimi tempi, di nuove scoperte o invenzioni realizzate da adolescenti? Quante altre ce ne potrebbero essere se smettessimo d’ingozzarli di noia e liberassimo i loro cervelli, permettendo loro di affrontare con uno sguardo nuovo i difficili problemi del nostro tempo?
Mi domando quanti insegnanti, dopo aver ascoltato l’appello nel quale Ken Robinson ci invitava a stimolare la creatività nelle scuole, facciano un salto verso pratiche d’insegnamento innovative. Dal febbraio 2006 il suo discorso è stato visto più di 36 milioni di volte ed è stato tradotto in 59 lingue, ma sarei curiosa di capire l’impatto che ha avuto sull’elemento centrale dell’insegnamento: il rapporto tra insegnanti e studenti.
È qui che si trova in realtà la “prima linea” dell’innovazione: lo spazio tra uno studente e un insegnante. Qui trovo la motivazione per continuare a cercare di cambiare. In questo spazio emerge la domanda che ogni studente mi rivolge: ti importa davvero?
Non importa che tu sia un insegnante severo che carica di compiti o uno più indulgente, un carismatico alla John Keating (l’insegnante del film L’attimo fuggente) o un esigente alla Jaime Escalante (l’insegnante del film La forza della volontà), in un’aula ci si può prendere cura degli allievi in molti modi. E, fortunatamente, gli studenti non sono schizzinosi quando si tratta di ricevere cure, ma accettano tutto quello che viene loro offerto. Non hanno veramente bisogno di tutti quegli strumenti tecnologici che vengono pubblicizzati durante i corsi d’aggiornamento professionale. Può darsi che apprezzino le novità ma, quando queste svaniscono, torneranno a chiedersi se tu, il loro insegnante, tieni davvero a loro.
“Cura” è una di quelle parole che possono essere interpretate in molti modi, ma quello che intendo io è un processo non privo di ostacoli.
Prendersi cura è un atto concreto. Anche se oggi non posso cambiare tutto il sistema, ogni giorno posso fare in modo che i miei studenti, nella mia classe, si sentano il più possibile a loro agio, permettendogli di muoversi, di mangiare, di fare delle pause. Posso decidere di essere consapevole di ciò di cui hanno bisogno in quanto essere umani, e non contenitori da riempire e mettere alla prova.
Prendersi cura è un compito impegnativo. Mi impone di mettermi nei panni di qualcun altro, di essere comprensiva ed empatica; di vedere l’altro, il mio studente, come vorrei essere vista io. Anche quando, e anzi soprattutto quando, quello studente non è così disponibile. Gli studenti difficili sono stati i miei più straordinari insegnanti, perché i conflitti avuti con loro hanno stimolato le mie riflessioni sul mio essere insegnante.
Queste riflessioni sono necessarie, perché è in quel momento che comincia il cambiamento. Dall’interno.
Pertanto, se vogliamo cambiare i sistemi d’istruzione, è sì importante che ci sia un sostegno politico ed economico al cambiamento, che ci sia un sostegno sociale all’innovazione, e che agli insegnanti sia dato abbastanza tempo per esplorare nuove idee. Ma la cosa più importante di tutte è che ciascun insegnante trovi il coraggio necessario a superare la propria paura di cambiare, ogni giorno, in classe. Perché il cambiamento richiede coraggio. Quel tipo di coraggio di cui parla Brene Brown in un’altra famosa conferenza. Quel coraggio che impone alla volontà di essere vulnerabile, di correre il rischio di essere ferita. Quel tipo di coraggio che viene lubrificato dalle lacrime.
Cara collega, quando sarai pronta a spiccare quel salto coraggioso, sarò lì a tenerti la mano. Salteremo insieme.
 
di Lizanne Foster, 27 dicembre 2015 -  articolo originale: "Take the leap"
leggi tutto...