Dalle campagne mediatiche alle petizioni per le vaccinazioni coatte, storia di un popolo in preda alla paura.

Il New York Times riferisce di un nuovo studio che ha rilevato come il maggior rischio per i bambini di essere infettati con il batterio che causa la pertosse arrivi dai fratelli maggiori. Il Times spiega che questo “è probabilmente il risultato della diminuita immunità tra i bambini e adolescenti che hanno ricevuto il vaccino DTaP (ndt: difterite, tetano pertosse acellulare)”.  Infatti, la diminuita immunità è un problema serio del vaccino combinato DTaP. Uno studio recente pubblicato su Pediatrics concludela protezione data dal vaccino DTaP diminuisce nel giro di 2-4 anni. È possibile che la mancanza di una protezione a lungo termine dopo la vaccinazione contribuisca ad aumentare i casi di pertosse tra gli adolescenti. Ma il Times sta disorientando i suoi lettori raccontando loro solo una parte della storia, lasciando i lettori con l’impressione che basterebbe fare più “richiami” per risolvere il problema. Non è così.

Individui Vaccinati diffondono la malattia
La diminuzione della immunità in se stessa non spiega il trend descritto. Come puntualizza un altro recente studio pubblicato nel giornale Clinical Infectious Diseasesla pertosse è attualmente la malattia prevenibile da vaccino meno sotto controllo nonostante una eccellente copertura vaccinale e nonostante le 6 dosi di vaccino raccomandate tra i 2 mesi di età e l’adolescenza. La bassa copertura vaccinale non è il problema. Una informazione basilare di cui il Times non rende edotti i suoi lettori è che il vaccino NON previene la trasmissione della malattia. Al contrario, gli individui vaccinati possono esserne portatori asintomatici. Uno studio condotto dalla FDA e pubblicato in PNAS ha evidenziato come i babbuini vaccinati fossero protetti da sintomi severi associati alla pertosse ma non dalla colonizzazione, non si liberassero dell’infezione prima degli animali “naive” (ndt: non da esperimento), e trasmettessero facilmente la Bordetella pertussis ai loro contatti non vaccinati.
I ricercatori hanno argomentato che questo era dovuto alle differenze tra l’immunità conferita dalla infezione contratta naturalmente e quella conferita dal vaccino. L’infezione naturale conferisce una robusta immunità cellulo-mediata che la vaccinazione in realtà previene favorendo l’immunità umorale, che significa che il vaccino stimola la produzione di anticorpi ma non la memoria di cui le cellule hanno bisogno per una immunità robusta e di lunga durata. La FDA ha riassunto in un comunicato stampa che le loro scoperte suggerivano che sebbene gli individui immunizzati con un vaccino antipertossico acellulare possano essere protetti dalla malattia, essi possono comunque infettarsi con il batterio senza necessariamente ammalarsi e sono in grado di diffondere l’infezione ad altri individui, inclusi i neonati.
Il direttore del Centro per le valutazioni e la ricerca biologica del FDA, dove lo studio è stato condotto, lo ha descritto come “significativamente importante per la comprensione di alcune delle ragioni del crescente numero di casi di Pertosse”. Il New York Times ha in effetti, incidentalmente, riferito quanto scoperto dallo studio FDA, ovvero che “gli individui vaccinati di recente possono continuare a diffondere l’infezione senza ammalarsi”. Il giornale ha anche riportato quanto dichiarato dall’autore capo dello studio che spiegava quando sei stato da poco vaccinato, sei un portatore asintomatico, cosa che va bene per te ma non per il resto della popolazione.
Questo è l’opposto di quanto viene solitamente detto ai genitori riguardo la necessità di vaccinarsi, che il “gregge” ha bisogno di essere vaccinato per proteggere quelli troppo giovani per ricevere il vaccino: i neonati. Infatti, la logica conclusione di quanto scoperto dallo studio è che i genitori che vaccinano un bambino che ha un fratello neonato stanno mettendo a rischio il neonato. E sono i neonati, non i bambini più grandi, che sono più a rischio di sviluppare serie complicanze dalla malattia. Non c’è bisogno di dire che il rischio non è qualcosa di cui i genitori vengono normalmente informati durante le loro visite dal pediatra (o dai media, come il Times ha così appropriatamente dimostrato in questo esempio). Ma non è tutto. C’è un altro rischio connesso alla vaccinazione di cui i genitori non vengono messi al corrente.

Politiche vaccinali e selezione genetica
L’utilizzo diffuso del vaccino antipertossico sembra abbia portato alla naturale selezione (o sarebbe meglio dire innaturale selezione) di ceppi batterici che non solo sono più resistenti al vaccino, ma in effetti “preferiscono” individui vaccinati. Come l’abuso di antibiotici ha portato all’allarmante aumento di “super microbi” antibiotico-resistenti, allo stesso modo i vaccini possono spingere i virus ed i batteri ad operare una selezione di ceppi più resistenti e potenzialmente più virulenti. Nel caso della Pertosse, il CDC ha notato internamente che “la recente ripresa di casi di pertosse è stata associata alla diminuzione dell’immunità nel tempo in persone che hanno ricevuto il vaccino acellulare”, ma che uno studio recente suggerisce un’altra spiegazione per la diminuita efficacia del vaccino: un aumento di campioni di Bordetella pertussis nei quali manca la pertactina (PRN) – un componente antigenico chiave del vaccino antipertossico. Uno studio che ha esaminato ceppi di B.pertussis isolati tra il 1935 ed il 2012 per verificare inserzioni di geni che impediscono la produzione di PRN, ha evidenziato un aumento significativo di campioni clinici privi di PRN in tutti gli Stati Uniti. Il primo ceppo privo di PRN venne isolato nel 1994; al 2012, la percentuale di campioni privi di PRN era più del 50%. I ricercatori del CDC hanno esaminato i dati delle epidemie accadute a Washington e nel Vermont. Questo è cio’ che hanno scoperto: i risultati indicavano che l’85% dei campioni clinici erano privi di PRN e che i pazienti vaccinati avevano probabilità significativamente maggiori rispetto i pazienti non vaccinati di infettarsi con ceppi privi di PRN. In più, quando venivano paragonati i pazienti con vaccinazioni DTaP aggiornate e pazienti non vaccinati, le probabilità di essere infettati con ceppi privi di PRN erano maggiori (nel primo gruppo, ndt), cosa che suggeriva che i batteri PRN potrebbero avere un vantaggio selettivo nell’infettare le persone vaccinate con DTaP.

Quindi, per riassumere:
• Il vaccino antipertosse non previene la trasmissione della malattia (infatti può aumentare la trasmissione visto che gli individui vaccinati possono essere asintomatici e quindi non viene presa alcuna precauzione nell’esporre i neonati).
• La maggior parte dei ceppi di Bordetella pertuissis circolanti negli stati uniti sono privi di prn.
• Gli individui vaccinati sono a rischio maggiore di infettarsi con ceppi privi di prn rispetto gli individui non vaccinati.

La logica conseguenza è che ora – ironicamente grazie alla politica vaccinale – è inevitabile che vaccinare i bambini contro la pertosse non solo mette a rischio i neonati della famiglia di contrarla, ma mette a grande rischio anche gli stessi bambini vaccinati.
Un successivo studio in Clinical Infectious Diseases analizzava i dati provenienti da otto stati (degli stati uniti, ndt) e ha evidenziato che, complessivamente, 85% dei campioni di pertosse erano privi di PRN, con un range che andata dal 67% in Colorado al 100% nel New Mexico. Inoltre è stato rilevato che gli individui vaccinati avevano “significative maggiori probabilità” di avere la Bordetella Pettussis priva di PRN rispetto gli individui non vaccinati. E per “significative” intendevano che gli individui vaccinati avevano doppie probabilità di infettarsi rispetto i non vaccinati. Infatti, scoprirono che i pazienti completamente vaccinati (in regola con i richiami, ndt) avevano “da 2 a 4 volte maggiori probabilità” di avete la B.pertussis priva di PRN rispetto i non vaccinati. Senza voler identificare esplicitamente la politica vaccinale quale motivo scatenante, notano la comparsa di un “vantaggio selettivo nel non avere la proteina” per il batterio. Infatti. Naturalmente uno potrebbe pensare che queste scoperte possano portare a mettere in discussione le politiche vaccinali. Ma la miopia istituzionale fa sì che mettere in discussione queste politiche sia fuori questione. Lo studio dell’FDA che ha scoperto che i vaccini antipertosse non prevengono la trasmissione della malattia, per esempio, concludeva che la soluzione fosse “lo sviluppo di migliori vaccini”.
Il semplice concetto che il corpo umano è stato disegnato naturalmente per avere un sistema immunitario in grado di respingere le malattie infettive e che dovremmo quindi focalizzarci sui modi per costruire una immunità naturale, rappresenta un anatema rispetto la teoria alla base della politica vaccinale pubblica (senza contare i profitti megagalattici per le compagnie farmaceutiche alle quali il governo degli Stati Uniti ha garantito l’immunità dai danni provocati dai loro vaccini). I genitori dovrebbero per lo meno essere informati adeguatamente dai media, dal personale sanitario, e dai propri pediatri. Ma far sì che anche solo quel pizzico di sensibilità venga largamente praticato sarà di certo una lunga strada in salita per chi difende il consenso informato.

Fonte: thevaccinereaction.org traduzione a cura di Redazione Comilva - articolo originariamente pubblicato nel blog di Jeremy Hammond.

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In Italia, le vaccinazioni obbligatorie per l’infanzia (pediatriche), sono quattro: antipoliomielitica (Legge n. 51/1966), antidifterica (L.891/1939), antitetanica (L. 292/1963), antiepatite-b (L. 165/1991). Esse dovrebbero essere somministrate una alla volta, a distanza di tempo, e a un’età giusta onde non fare correre rischi al minore. Invece, vengono somministrate in forma esavalente o eptavalente, ovvero in un gruppo di sei vaccinazioni. Ciò vale a dire che unitamente alle quattro obbligatorie, oggi le varie ASL inseriscono altre due o tre vaccinazioni, generalmente Pertosse, Haemophilus, Antimeningococco. Di fatto, con questa inclusione, il minore assume sei o sette vaccinazioni e un carico ‘tossico’ corrispondente. Il genitore però, sempre nel supremo esercizio dei diritti di potestà genitoriale (ora divenuta ‘responsabilità genitoriale’ - art. 316 e segg. c.c.), ha il diritto di potere chiedere l’effettuazione di una vaccinazione alla volta, limitandosi alle sole quattro obbligatorie, e anche distanziate nel tempo.
Nessuno può essere obbligato a subire le vaccinazioni ‘facoltative’ che, per tale definizione, possono ben essere rifiutate. Generalmente le Asl ‘spingono’ molto anche per l’effettuazione delle altre vaccinazioni non-obbligatorie, quali l’antinfluenzale, la vaccinazione MPR (morbillo, rosolia, parotite) e altre. Va detto che sovente gli avvisi delle Asl in merito alle vaccinazioni facoltative sono piuttosto ambigui, non risultando con chiarezza che tali vaccinazioni non sono obbligatorie. Ciò dovrebbe invece essere comunicato in maniera manifesta e ben comprensibile, onde non indurre in errore il cittadino. Stante l’insorgere di problematiche, sin dalla loro introduzione, legate al potenziale danno, le vaccinazioni oggi sono argomento molto dibattuto. Oggetto di leggi e di interventi ora sempre più frequenti e tutelanti da parte della Magistratura, lo stesso Stato italiano ha preso atto, già da tempo, del fattore di rischio, e ha promulgato norme di grande modernità relativamente alla cautela vaccinale. Vediamole sommariamente:
- la L. 210/1992 che unitamente alla L. 229/2005, stabilisce un indennizzo per i danni da vaccinazione;
- il D.M. 12.12.2003, cosiddetta ‘Vaccinovigilanza’ o ‘Farmacovigilanza’, ovvero una procedura obbligatoria per le ASL di avviso agli utenti, di raccolta dati e di segnalazione, in merito ad ogni reazione avversa alla vaccinazione;
- il D.P.R. n. 355/1999 che ha sancito la libera frequenza scolastica ai soggetti non vaccinati. Norma questa estesa in via analogica a tutte le comunità infantili (nido, materne, asili), sia pubbliche che private.

Il rifiuto alla vaccinazione: l'Obiezione Attiva 
Parallelamente alla grande attenzione sulla questione vaccinale, sia da parte dei cittadini che da parte del mondo scientifico e normativo-giudiziario, nel corso dell’ultimo ventennio si è consolidata una diffusa procedura di rifiuto alla vaccinazione, procedura consentita e tutelata dall’Ordinamento.
Questa è l’Obiezione Attiva. L’Obiezione Attiva consente il rifiuto della prassi vaccinale obbligatoria, senza incorrere nella commissione di un illecito. È stata codificata in numerose norme regionali che l’hanno disciplinata. Le Regioni in questione sono: Veneto, Lombardia, Provincia di Trento, Piemonte, Emilia Romagna, Umbria, Toscana. Abruzzo, Sardegna (ricordiamo che l'articolo è del trimestrale ottobre/dicembre 2014). Di fatto la procedura è comunque estesa a tutte le Regioni attraverso circolari regionali; oppure lo è per estensione analogica detta in bonam partem. È una procedura molto importante, addirittura fondamentale, di moderna ispirazione etico-giuridica. Vediamo in cosa consiste.

Per praticare l'Obiezione Attiva è necessario: 
1) prendere posizione sulla prassi vaccinale formalmente con l’Asl a mezzo di raccomandata a.r.;
2) presentarsi sempre ai colloqui convocati dall’asl;
3) firmare il modello di Dissenso Informato (pdf - word), o modificandolo nella parte in cui si viene definiti ‘debitamente informati’, oppure firmarlo senza alcuna modifica, qualora ci si ritenga sufficientemente informati dall’asl.
Dal punto di vista del diritto genitoriale, è assolutamente sconsigliato nascondersi o ignorare gli inviti e le missive dell'Asl. Non sarebbe obiezione, ma semplice fuga o inerzia e rappresenterebbe un rischio per la potestà (responsabilità genitoriale). L'obiezione di coscienza, nella forma dell’Obiezione Attiva, è un comportamento 'attivo' dal punto di vista etico e civico, serve a manifestare regolarità genitoriale (altrimenti si potrebbe sostenere che i genitori 'se ne fregano' della salute dei figli, nonchè delle Istituzioni), e a diffondere una buona cultura sanitaria. È importante praticare correttamente l’Obiezione Attiva, poiché recentemente alcuni Tribunali per i Minorenni hanno riattivato procedure sulla potestà, proprio nei confronti degli obiettori silenti e inattivi, ovvero coloro che non avevano praticato Obiezione Attiva. Inoltre praticare l'Obiezione Attiva serve a dare all'Asl la dimensione del dissenso sul territorio, altrimenti sovente si è sentito dire che "l'obiezione non esiste!".

Che cos'è il Dissenso Informato
Vale la pena di esaminare la procedura di Dissenso Informato, che è parte integrante dell’Obiezione Attiva. La procedura di Dissenso Informato, istituita dalla Conferenza di Oviedo del 4 aprile 1997 (partecipazione e adesione consapevole e formale dei cittadini europei alle procedure sanitarie che li riguardano), non prevede alcun obbligo di forma, né obbligo di modulistica. Prevede che l’adesione consapevole del cittadino europeo alla procedura sanitaria sia manifestata in maniera personale, libera, cosiddetta 'di scienza'. Tale volontà dei genitori quali cittadini europei, non è subordinabile a nulla, né coercibile o richiedibile come conforme a modulistica, a prestampati, o contenuti già preparati (come vorrebbero le Asl). Secondo la normativa uscita dalla Conferenza di Oviedo e secondo tutta la normativa italiana che ne ha dovuto recepire i contenuti, la procedura di Dissenso Informato tutela la consapevole partecipazione del cittadino all'iter sanitario, non certo il 'banale' rispetto della modulistica. In ossequio a ciò, come è ovvio, il genitore dichiara ciò che vuole e nella forma che vuole. Poiché il Dissenso Informato proposto dall’Asl è un modulo ministeriale "di comodo", si suggerisce per fare accettare meglio le eventuali aggiunte (così come indicate nell’Obiezione Attiva) senza che nascano controversie inutili, e prima di redigere un modello ex novo, di utilizzare quello dell'Asl, opportunamente modificato, se lo si ritiene necessario. L’Asl è obbligata ad accettare tutto ciò che viene dai dichiaranti, liberi e identificati come cittadini, e non può subordinare nulla al rispetto della modulistica: sono successi casi di denunce e cause già risolte in favore dei dichiaranti. Qualora l’Asl non accetti la dichiarazione o le modifiche dei genitori, allora il Dissenso Informato lo si può inviare modificato, inviandolo con spedizione raccomandata a/r. o consegnandolo all'Ufficio Protocollo dell'Asl. Non partecipare all'iter del dissenso rappresenta un addebito genitoriale (fuga e menefreghismo).

Le vaccinazioni sportive 
Altra questione di grande importanza è quella delle vaccinazioni sportive, in relazione, generalmente, alla richiesta vaccinazione antitetanica. Le vaccinazioni cosiddette "sportive" sono un retaggio di norme vecchie, obsolete e paradossali. La Costituzione ha l'assoluta preminenza in base a un semplice e doveroso rapporto di gerarchia di norme. Infatti in ogni caso, in ossequio alla nostra Costituzione, non è possibile subordinare la pratica sportiva all'effettuazione delle vaccinazioni, soprattutto quando questa sia rifiutata con serie motivazioni. Il diritto alla libera determinazione dei cittadini nelle forme ritenute congrue (sport, associazionismo, ecc.) è preminente rispetto alla norma vetusta che impone le vaccinazioni sportive. E poi c’è l’invalicabile diritto alla salute (art. 32 Cost), di fronte al quale ogni norma deve arretrare.
Quindi sussiste il pieno diritto alla frequenza sportiva anche senza le vaccinazioni. In tal senso è sovente risultato risolutivo e perfettamente in linea con la normativa, fare un dosaggio anticorpale antitetanico (semplice esame del sangue) e verificare la presenza di anticorpi del tetano. Generalmente tale dosaggio è in misura più che sufficiente, cosa che rende assolutamente superflua la vaccinazione. In ultima istanza si potrà proporre al centro sportivo una liberatoria con assunzione di responsabilità dei genitori quanto alla mancata pratica vaccinale.
Se tutto questo non bastasse, allora bisogna intervenire legalmente. Le stesse considerazioni valgono per le cosidette "vaccinazioni lavorative".

Articolo pubblicato per gentile concessione di Scienza e Conoscenza n. 50 - Scritto da Luca Ventaloro Avvocato Cassasionista, esperto di Diritto Familiare-Minorile, Diritto Penale, Diritto Sanitario. Docente di Diritto di famiglia e sanitario presso l'ISSPOS, Membro dell'Ufficio del Garante per l'Infanzia della Regione Emilia Romagna, Esperto Giuridico AUSL di Rimini U.O. Tutela dei Minori. Relatore a convegni universitari e giuridici di Diritto minorile e familiare, Docente in Corsi di Formazione per Servizi Sociali, Avvocati e Giuristi autore di articoli su riviste specializzate di Diritto di Famiglia, autore di pubblicazioni giuridiche di diritto minorile. Fa parte del Consiglio direttivo del Comilva, il Coordinamento del Movimento Italiano per la Libertà delle Vaccinazioni. Per info: ventaloro.avv@libero.it

per approfondire ecco un'estratto dal libro "Le Vaccinazioni Pediatriche" di Roberto Gava
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Pere dall’Argentina, mele dalla Nuova Zelanda, vino dalla California, pomodori dalla Cina. Uno degli effetti più evidenti della globalizzazione è la grande disponibilità di prodotti alimentari provenienti da paesi lontanissimi. Non ci riferiamo ai tradizionali prodotti esotici che richiedono condizioni climatiche tropicali (banane, ananas, tè e caffè), ma a frutta, verdura, vino, latte, addirittura acqua minerale importati in Italia da altri paesi perché disponibili sul mercato internazionale a prezzi più convenienti. A pagare i costi di questo incessante traffico di merci da un continente all’altro è in primo luogo l’ambiente: sono anni ormai che la maggioranza degli esperti punta il dito sull’elevato consumo di combustibili fossili, che grande impiego trovano proprio nell’agrochimica e nei trasporti su lunga distanza. Un'altra conseguenza del cosiddetto libero mercato è la destabilizzazione dell’economia dei paesi (di tutti i paesi!), le cui aziende locali non riescono a fare concorrenza ai prodotti di largo consumo provenienti dall'estero. Non parliamo poi di qualità. Quale? Dei prodotti, del lavoro, della vita... fai tu; qui non ne parliamo perché il dubbio è dove sia. Insieme a lei ci sono la diversità e soprattutto la moralità. Come sempre, però, c'è una soluzione e forse anche più di una...!

L'economia della Felicità
Nel periodo dei premi nobel e durante la svendita di expo (guarda qui) tiriamo fuori dall'archivio un'intervista a Helena Norberg-Hodge, premio nobel alternativo e pioniera del movimento per il cibo locale. Già nel 2003 (ma anche prima) l'antropologa, considerata tra gli ambientalisti più influenti al mondo, ci comunicava che "la soluzione è nella localizzazione". Qualche anno più tardi è uscito il suo documentario "L'economia della felicità", dove ci racconta di un altro mondo possibile, di una strada da affrontare per uscire dalla crisi. Ve ne consigliamo la visione e intanto... buona lettura!


Consumare cibo locale. Sembra quasi un ritorno all'autarchia. Non è un controsenso in un'epoca di grandi scambi internazionali?
Consumare cibo locale non significa tornare all'auto-sufficienza alimentare, ma semplicemente mirare ad un equilibrio tra commercio e produzione locale, diversificando l'attività economica e accorciando, ogni volta che sia possibile, la distanza tra produttore e consumatore.

Quali sono a grandi linee i limiti dell'attuale globalizzazione alimentare?
La globalizzazione alimentare si basa su una teoria economica molto semplice: invece di produrre una varietà di cibi diversi, ogni nazione o regione è spinta a specializzarsi su uno o due tipi di produzioni alimentari, quelle che possono essere ottenute ad un costo tale da essere concorrenziale nei confronti di tutti gli altri produttori. In teoria questo sistema dovrebbe assicurare grandi benefici economici, in realtà si è dimostrata una delle maggiori cause di fame e di degrado ambientale.

Puoi spiegarne meglio i motivi?
L'ambiente ne ha risentito in modo particolare. La globalizzazione delle colture richiede la racconta centralizzata di enormi quantità di singoli raccolti e conduce alla creazione di immense monocolture. Queste a loro volta richiedono l'uso massiccio di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici. Tutte pratiche che portano all'eliminazione sistematica della biodiversità, all'erosione dei terreni, all'antropizzazione dei corsi d'acqua e all'avvelenamento degli ecosistemi circostanti. Dal momento che i prodotti del sistema globalizzato sono destinati a mercati lontani, il chilometraggio delle derrate alimentari è cresciuto tanto da rendere il trasporto di cibo uno dei maggiori fattori d'uso di combustibili fossili e del conseguente inquinamento ad emissione di gas.
[NOTA: nell'intervista originale Helena fa un esempio, ma essendo passati più di dieci anni non riteniamo opportuno riportarlo]

Questo fenomeno di concentrazione della produzione spesso è accompagnato da un vistoso declino della qualità...
"Prendemmo dell'acqua distillata, che normalmente
forma splendidi cristalli, e la riscaldammo per 15 sec
in un forno a microonde. Riuscimmo a scattare solo
immagini grottesche..." Masaru Emoto
dal libro "Il vero potere dell'acqua"
Sì, a causa della globalizzazione alimentare, la gente in tutto il mondo è indotta a consumare grosso modo lo stesso cibo. In questo modo le monocolture alimentari vanno a braccetto con una crescente monocoltura umana nella quale i gusti e le abitudini alimentari della gente vengono omogeneizzati. Ciò avviene, almeno in parte, attraverso la pubblicità che promuove cibi adatti alle monocolture, alle raccolte meccanizzate, al trasporto su lunghe distanze e alla lunga conservazione. Si sviluppano continuamente nuovi additivi e nuove tecniche per allungare la durata degli alimenti. Ad un consumatore sempre più frettoloso, le multinazionali forniscono cibi "comodi" che si possono rapidamente riscaldare nel forno a microonde. Per non parlare poi del valore nutrizionale degli alimenti che a causa degli elaborati sistemi di trasformazione e tempi di trasporto oggi risulta drasticamente ridotto. Gli alimenti di produzione locale sono invece più freschi e quindi più nutrienti. Hanno bisogno di meno conservanti o altri additivi e i metodi di coltivazione che seguono l'agricoltura naturale contribuiscono a eliminare i residui di pesticidi. Anche la sicurezza alimentare aumenterebbe se la gente facesse più ricorso agli alimenti locali, perché il controllo sugli alimenti sarebbe sparso e decentralizzato invece che in mano ad un pugno di multinazionali. E se i paesi del Sud del mondo fossero incoraggiati ad utilizzare la loro forza lavoro e le loro terre migliori per i consumi locali e non per coltivare prodotti di lusso per i mercati del Nord, diminuirebbe anche la fame endemica e la migrazione forzata.

pesticidi rischio fertilitàVisti tutti questi limiti perché la globalizzazione alimentare sta prendendo piede così rapidamente?
Anche coloro che ne riconoscono gli effetti negativi sono portati a credere che il sistema alimentare globalizzato sia necessario perché produce più cibo e lo distribuisce a un prezzo minore. In realtà, tale sistema non è più produttivo di quello localizzato, né tanto meno più economico. Studi condotti in tutto il mondo dimostrano che aziende agricole a produzione diversificata su piccola scala assicurano una produzione totale per unità di terreno maggiore delle monocolture su vasta scala. In realtà se la priorità fosse davvero quella di combattere la fame, il cambiamento verso i sistemi di produzione localizzati dovrebbe iniziare immediatamente dal momenti che essi sono molto più efficienti in tal senso. La produzione globalizzata è anche molto più costosa, anche se una larga parte del costo di produzione non si riflette nel suo prezzo finale. Una parte significativa del prezzo degli alimenti globalizzati è costituita da costi sociali "nascosti" che noi paghiamo attraverso le nostre tasse che vanno a finanziare la ricerca sui pesticidi e sulle biotecnologie, a sovvenzionare i trasporti, le comunicazioni e le infrastrutture energetiche che il sistema della globalizzazione richiede e a fornire ai paesi del terzo mondo quegli aiuti economici che trascinano le loro economie nella distruttività del sistema globalizzato. Senza considerare poi il costo dei guasti ambientali causati da un ristretto numero di multinazionali, ma sopportato da tutta la collettività. In realtà, quando acquistiamo cibo di produzione locale paghiamo di meno perché non paghiamo l'eccesso di trasporto, gli inutili imballaggi, la pubblicità e gli additivi chimici. La maggior parte dei nostri soldi non va a bubboniche multinazionali dell'alimentazione, ma ad agricoltori e a piccoli negozianti locali.

Ma cos'è esattamente un sistema alimentare localizzato?
L'alimento da economia localizzata è semplicemente un alimento prodotto per un consumo locale o regionale. Per questo motivo i chilometri percorsi dell'alimento sono relativamente pochi e questo riduce notevolmente l'uso di combustibili fossili e il conseguente inquinamento. Ci sono anche altri benefici ambientali. Il mercato localizzato dà agli agricoltori un incentivo a diversificare le produzioni, permettendo la creazioni di un gran numero di nicchie ecologiche occupate da piante selvatiche e specie animali nell'azienda agricola. Inoltre, una produzione diversificata non da spazio ai macchinari pesanti usati per la monocoltura eliminando in tal modo una delle cause principali dell'erosione del suolo. La diversificazione della produzione si presta particolarmente al metodo di coltivazione biologico (certificato o meno) e biodinamico (in permacultura, organico, ecc. - aggiungo io) perché i raccolti sono molto meno soggetti alle infestazioni di parassiti e alle malattie.

All'ultima domanda "Cosa si può fare per sostenere il cibo di produzione locale?" vorrei rispondessi tu. Helena conclude l'intervista parlando di deregolamentazione, di campagne informative, mercatini, sistemi di acquisto diretto presso gli agricoltori... Come riportato all'inizio di questo articolo, la soluzione proposta è la localizzazione, metterla in pratica - manifestarla - è anche dare spazio alla propria creatività creando rete, accorciando le distanze, saper dire no. È gratificante sapere che scegliendo soluzioni valide, per noi e per la nostra famiglia, contribuiamo realmente a preservare la biodiversità e la vita agricola, nonché quella dell'ambiente in tutto il mondo.

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Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; bellezza della natura e della vita e del legame profondo che unisce tutti gli esseri viventi. Tutto questo si legge nelle parole di Etain Addey e noi le condividiamo, mese per mese.

Ieri pomeriggio Martino ha finito di torchiare il vino e ha scaricato le vinacce fuori dalla cantina, sotto il sambuco, prima di smontare il torchio. Potrebbe farci la grappa, ma dice sempre che ha paura poi di mettersi a berla. «Già bevo questo buon vino tutti i giorni, se comincio pure con la grappa...».
Stamattina di buon'ora gli asini avevano già trovato la fonte del profumo inebriante di mosto fermentato e erano in un cerchio stretto attorno al mucchio di vinacce nel cortile a mangiare. L'ultima arrivata, Astrid, ancora non proprio accettata dal gruppo, era rimasta un po' fuori dalla festa, ma rimaneva nei pressi e apena vedeva che gli altri commensali si distraevano, si affrettava a prendere un boccone. Passai di là più volte quella mattina, a portare acqua alle galline, a cogliere l'insalata nell'orto, a vangare die piante enormi di bietola per darle all'anatra Simon e alle sue tre moglie che ne sono ghiotte, e ogni volta vedevo gli asini sempre là, sul lato del cortile che dà sulla valle, a mangiare le vinacce e mi sembravano già un po' barcollanti. «Non li farà male?», chiesi a Martino che stava lavando i pezzi del torchio con il tubo dell'acqua. «Lo fanno tutti gli anni!», rispose lui.
Difatti anche le pecore, dopo questa bella stagione in cui corrono dalle querce ai cerri per mangiare le ghiande che cadono a fiotti, passando per il cancello di casa dove spesso trovano le foglie gialle del gelso, si rassegnano alla stagione magra e passano i giorni dell'inverno a mangiucchiare le cime della ginestra che sono leggermente narcotiche per via della sparteina che contengono, un fatto risaputo da pastori da secoli. Si vede che le piante che inebriano fanno parte del patrimonio di tutti e non siamo solo noi con il nostro vino e caffè a tirarci su di morale quando il tempo è grigio. L'effetto della sparteina è quello di eccitare per poi calmare, e quello di intensificare i colori. Che le pecore, come le mucche e le capre, percepiscano i colori p noto, ed è notissimo a me, che sono costretta a mungere sempre vestita di nero, perché se metto una gonna rossa o blu le pecore fuggono spaventate... «Questa chi è?» Quindi forse per il gregge imbottito di ginestre l'effetto sparteina rinverdisce la valle.
È una stagione, questa, in cui si sentono gli ultimi sprazzi d'estate. Qualche susina ancora c'è. I cachi e le nespole, i kiwi e l'uva fragola mandano i profumi della maturazione e il sole è ancora caldo a mezzogiorno.
Si vedono molti piccoli animali che fanno provviste. Ieri il cagnolino, scavando nelle radici di un ulivo, ha tirato fuori le cacche di un topolino di campagna e tante ghiande che ha messo da parte in fondo alla sua tana dove il topolino aspetta l'inverno, al sicuro, con la sua raccolta. Oggi, durante le ore calde, ho visto una cosa strana che volava per aria nel cortile: sembrava un fiore di tiglio, ma quando è caduto a terra, ho visto che invece era una vespa che cercava di trasportare in volo il "prosciutto" di un grosso grillo verde, con un'ala ancora attaccata. Il volo della vespa era intralciato da quell'ala e, ogni volta che la vespa finiva per terra, faceva di tutto per staccare quella parte non commestibile del grillo. Avrei quasi voluto aiutarla però alla fine è riuscita a volare via con il peso ingombrante.
Ma l'osservazione più stupefacente di raccolte raffinate l'ho fatta stasera mentre il cielo diventava sempre più nero e si capiva che stava arrivando la tempesta. Improvvisamente le formiche che abitano sotto un grosso sasso dietro casa nostra, sono entrate nel cortile con fare determinato. «Cosa vengono a cercare?», mi sono chiesta. Ho visto i mucchietti di gusci di semi fuori dall'entrata del loro nido ma non ho mai visto questa fiumana di formiche avventarsi dentro il nostro cortile. Le ho seguite e ho notato che trasportavano piccoli semi neri angolari. Mi sembravano i semi delle campanelle che sono fiorire quest'anno attorno alla porta del nostro bagno. Sì, era proprio là che si dirigeva la folla di formiche e ognuna si affrettava a portare il peso di uno di quei semi verso casa, prima che la pioggia guastasse la festa autunnale. Non l'ho mai provato, ma so che i semi delle campanelle (ipomea violacea) contengono un potente principio attivo dalla proprietà allucinogene, l'ammide dell'acido lisergico, che differisce dall'LSD per soli due gruppi etilici. Si dice che gli effetti allucinogeni dei semi siano intensi e duraturi, e secondi i primi cronisti spagnoli, il tlitliltzin fu usato nei rituali sciamanici dei popoli indigeni del Centro e del Sud America. Il suo nome azteco significava "sacra cosa nera". Ecco, le formiche lo sanno! Quando la tempesta le costringerà a rimanere chiuse nella tana, come useranno questi semi?
È arrivata la tempesta. Noi rimettiamo gli animali al sicuro nelle stalle e ci chiudiamo in casa davanti al focolare con un bel bicchiere di bino e io penso con stupore alla serata delle formiche.
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