di Enzo Bianchi

Vivo in mezzo ai boschi che coprono quasi tutta la Serra morenica di Ivrea: solo nelle strette vallate
pianeggianti riempite dai detriti glaciali c’è spazio per prati non coltivati da un secolo. Ma fin dall’infanzia, quando mi rifugiavo in solitudine nei boschi che separavano il mio paese da quello di mia madre, Montabone, so che il bosco è un mondo: un microcosmo di erbe, fiori, funghi, insetti, animali… Non solo alberi, quindi, eppure sono loro a costituire il bosco, ad attirare l’attenzione di chi vi si avvicina e a costituire una muraglia per chi intenda addentrarvisi dal mondo esterno.

photo by Navesh Chitrakar
Il bosco va frequentato con assiduità, va attraversato lentamente se lo si vuole conoscere e capire. Nelle fiabe e nelle leggende, ascoltate tante volte fin dall’infanzia, il bosco è sempre presente come luogo di paura, di pericolo: un luogo abitato da creature e forze inquietanti. Molti bambini hanno paura a entrare in un bosco: paura di perdersi, ma anche di incontrare figure impensate, mostruose... Il bosco partorisce presenze inedite, ma soprattutto fornisce metafore per la nostra esistenza, essa pure un ecosistema.

In ogni caso, raccolti in un bosco o in splendida solitudine, allineati in filari o disseminati sulle colline, gli alberi si offrono come compagni nella nostra vita: sta a noi frequentarli, imparare ad ascoltare il loro profumo e le loro voci, guardarli a lungo, ciascuno nella sua unicità e tutti insieme nel loro stare accanto con le fronde intrecciate. Sta a noi abbracciarli per salire sui rami quando siamo giovani, oppure appoggiarvisi da anziani per dire loro che meritano affetto. Quante amicizie nate attorno agli alberi, con le prime scappatelle da ragazzini per rubare la frutta o le uova dai nidi, quante fantasticherie d’amore alla loro ombra discreta e complice...

Così gli alberi, il bosco diventano maestri, offrendoci lezioni di vita e di morte. Sì, di morte, perché anche gli alberi muoiono, nonostante la loro vita possa essere molto più lunga della nostra, come tante querce secolari testimoniano ai nostri occhi affascinati. Ma anche quelli più possenti a un certo punto si ammalano fino a seccare e morire: cadono a terra, si sbriciolano lentamente e diventano humus, terra fertilissima. Noi, come tutti gli esseri animali, siamo molto più fragili e il nostro ritmo di vita è più breve. L’albero vive un’alleanza tra vita e morte differente dalla nostra: è possibile, per esempio, che la morte colpisca una o più fronde, persino un insieme di rami, senza che muoia l’intera pianta. A volte possiamo contemplare alberi, come gli ulivi, con il tronco interamente scavato, senza più il «cuore» ma con la linfa che continua a scorrere dalle radici ai rami: restano in vita, anzi paiono ricominciare vite nuove, e continuano a verdeggiare. Certo, mi stringe il cuore vedere in questi ultimi anni i castagni della Serra colpiti dal cancro, osservare le loro foglie come raggrinzite dal dolore, seguire quotidianamente lo sforzo immane compiuto dalla pianta per proseguire comunque il suo ciclo vitale... In questo loro «morire a pezzi» riusciranno a sconfiggere la malattia o almeno a isolarla, impedendogli di invadere e stroncare tutta la pianta attraverso le metastasi?

Eppure anche gli alberi di un bosco, eccetto i sempreverdi, ogni autunno sembrano morire o, meglio, avviarsi verso il sonno profondo, da sempre metafora della morte. A partire da settembre, quando il sole abbassa la sua traiettoria quotidiana, le giornate si accorciano e la luce appare più diafana sulle brume in dissolvenza al mattino, gli alberi preparano una festa di congedo: le foglie si vestono di giallo, di rossastri variegati, di bruno e di ruggine È l’autunno che avanza infondendo nel cuore un senso di pace velata da tristezza: viene il freddo, sopraggiungono le piogge minute e insistenti, l’alba ritarda il suo apparire al mattino e il sole anticipa il suo nascondersi dietro le Alpi. Le foglie cominciamo a cadere a ogni soffio di vento: sembrano danzare con movimenti lenti, come se esitassero a posarsi a terra. Piangono, perché anche loro percepiscono lo staccarsi dal ramo come una morte, ma come canto del cigno trasmettono i colori al terreno che ricopre le radici, così che rami e suolo indossano lo stesso abito gioioso: è come se un tappeto e un arazzo si richiamassero prima di dissolversi. Tra poco il vento ammasserà le foglie, la pioggia e la neve le macereranno e le ricondurranno alla terra da cui sono state generate e alimentate.

Attorno restano colorati solo pini e abeti, alti e maestosi, autentici signori dell’inverno. Non temono il freddo, accolgono la neve che li rende ancor più gloriosi: sotto il suo peso i rami si piegano ma non si spezzano, ogni tanto si rialzano come se un arciere avesse lasciato la corda, altre volte nel silenzio si odono strazianti scricchiolii, segnale che anche per loro il curvarsi può essere doloroso. Per giorni e giorni paiono sentinelle in postura di vigilanza, incaricate di custodire la terra: resistono alla durezza dell’inverno e rispondono alla rigidità del gelo ondeggiando al vento con signorile eleganza. A volte sosto alla mia finestra, accanto al camino acceso, e li contemplo a lungo... Anche di notte, quando nel chiarore lunare disegnano un orizzonte frastagliato e ricamano le colline imbiancate, la loro voce mi inquieta: nessuno li guarda, nessuno si accorge di loro, nessuno sosta sotto i loro rami in questa stagione grama, eppure loro stanno là, presenti e resistenti finché l’inverno non sarà passato.
Ma tra le foglie secche, sulle ripe già a fine gennaio fioriscono le primule che gareggiano con i tappeti di bucaneve, le esplosioni azzurre e bianche dei crochi e le punteggiature di violette. Il primo favonio di febbraio scuoterà i rami infreddoliti e li farà sgocciolare: è il pianto di gioia degli alberi, è il loro grido di vittoria. Anche quest’inverno ce l’hanno fatta! E la buona notizia della vita che riprende si diffonde rapidamente: le betulle osano le prime foglioline, i ciliegi selvatici – così abbondanti sulla Serra – accennano un timido rifiorire, macchie di verde quasi fosforescente e di bianco tenue rallegrano un bosco dalle sembianze ancora rabbuiate.

Un nuovo ciclo di vita si apre: a fine aprile il bosco è nuovamente coperto di foglie verdi, ogni albero ritrova la sua forma maestosa e inizia la danza degli aromi: la precoce acacia con il suo dolce profumo invade le ore del giorno, mentre l’inconfondibile tiglio attende la brezza del mattino e il refolo serale per invitarmi a uscire e inebriarmi del profumo effuso. Percorro allora il viale di tigli che ho piantato poco lontano dal mio eremo fino a raggiungere i castagni, più lenti a destarsi, quasi restii a emettere i loro effluvi amarognoli. Sono profumi che ritrovo nel miele delle nostre api, instancabili operaie che osservo ronzare tutto intorno, andare e tornare incessantemente nell’aria tiepida della tarda primavera.

Amo gli alberi perché li sento come fedeli compagni della mia vita: da loro ho imparato a durare, a perseverare, a «stare lì», a resistere nelle stagioni dure, a piegarmi sotto pesi che a volte sembrano volermi schiacciare. Dagli alberi ho imparato a perdere tante cose, come loro perdono le foglie e si denudano e sto ancora imparando ad accettare l’inverno quando sembrerà che tutto sia finito. Davanti al mio eremo c’è una grande quercia che pare abbia più di duecentocinquant’anni: altissima, domina maestosa una ripa di fronte a un prato esteso. Dal mio tavolo posso sempre vederla e a volte le parlo, anzi le rispondo perché le domande è lei a farle. Mi è divenuta così familiare che a volte vado a trovarla, mi metto alla sua ombra, guardo i suoi rami, osservo gli scoiattoli che vi si rincorrono... Poi, prima di rientrare al mio eremo, la abbraccio senza poter congiungere le mani attorno a quel tronco così grande: l’abbraccio come si abbraccia una persona amata, quando stringendola al petto gli si dice una sola parola: «Grazie!».
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In occasione della Giornata internazionale della lotta contadina, oggi 17 aprile, e della Giornata della Terra domani 18 aprile, pubblichiamo la "Carta per il Rinascimento della Campagna e delle Libertà originarie e naturali dei contadini e dei popoli indigeni", stesa da Wendell Berry, Giannozzo Pucci, Vandana Shiva, Maurizio Pallante a sostegno della Campagna Contadina (avviata a gennaio 2009). È disponibile anche la premessa di Vandana Shiva, QUI. Ricordiamo inoltre che il 2015 è stato dichiarato l'anno internazionale dei suoli (il 2014 era l'anno dell'agricoltura familiare) e che per tutelare il suolo è necessario tutelare i suoi custodi, i contadini. La Campagna Contadina non si ferma, vi terremo aggiornati su nuove iniziative. Intanto, tutti vi possono aderire... semplicemente mettendo le mani nella terra.

PRINCIPI
L’agricoltura con le attività forestali è indispensabile alla sopravvivenza umana.
 La campagna provvede a tutti i bisogni fondamentali di acqua, aria, biodiversità, cibo, energia, fibre (cotone, lana, lino ecc) e a tutti i materiali da costruzione.
 La terra è sacra, non l’abbiamo fatta noi. È la dimora naturale di ogni essere vivente. 
Sulla terra si fonda l’identità delle comunità umane se non è alienata, frammentata e non è basata su mere considerazioni utilitaristiche. 
Il suolo su cui camminiamo è mescolato alla polvere dei nostri antenati; i nostri corpi, morendo, arricchiscono la terra dimostrando che essa non ci appartiene ma noi apparteniamo alla terra.

La campagna è una comunità vivente di innumerevoli organismi e come un corpo deve essere nutrita, curata, fatta riposare. Si parla con lei attraverso il proprio corpo. 
La campagna è essenziale per rigenerare la società umana, perciò occorre arricchire le campagne, riscoprendone la sacralità.
 Tutte le civiltà si basano sull’agricoltura, compresa quella industriale, ma nessuna è stata così distruttiva per la natura come la nostra che è perciò la più fragile di tutte.
 Le tecnologie industriali applicate alla terra — prodotti chimici di sintesi come diserbanti, concimi chimici, anticrittogamici, macchine a energia fossile, sementi geneticamente manipolate, monocolture di merci per il mercato internazionale, che modificano il paesaggio per renderlo funzionale alle macchine — non sono agricoltura ma attività industriali, e non devono godere di privilegi per “pubblico interesse”.
 Il furto anche di una sola mela è un reato punito penalmente, ma il saccheggio sistematico dell’eredità genetica e l’inquinamento dei cicli alimentari con conseguenze immense sulle popolazioni, non è considerato illegale dai governi, eppure viola i diritti fondamentali di tutti i popoli. Non c’è profitto derivante da questa distruzione che possa giustificarla.

La terra non è e non sarà mai una merce. È un bene comune. Il suo destino naturale è l’uso e il godimento comune.
 Comune è l’aria che gli alberi e i venti rendono pura, comune è l’acqua che le radici delle piante, le rocce, le cascate rendono potabile e salutare come nessun impianto tecnologico può fare, comune è l’humus che si forma sotto gli alberi e nei campi ben coltivati perché arricchisce la catena alimentare, la quale è comune anch’essa insieme al polline dei fiori e a tutto ciò che serve a far vivere gli insetti, gli uccelli, gli animali e le piante selvatiche, delle quali comuni sono i semi spontanei così come quelli delle piante coltivate, selezionate dall’opera di tanti contadini e comunità indigene anonime che da sempre hanno lasciato in eredità gratuita a tutte le generazioni i risultati delle loro fatiche e scoperte. Comune infine è la terra per le popolazioni tribali. Ma anche nelle società contadine in cui è ben instaurata la proprietà privata, restano forme di usi civici e comuni sono le strade vicinali, la rete dei fossi, le sponde dei fiumi e i ruscelli, l’uso delle sorgenti liberamente aperto alla sete dei vicini e dei viandanti.
Coloro che conservano e trasmettono questa ricchezza insostituibile, obbedendo alle leggi naturali di alimentazione delle piante, migliorando la depurazione naturale e l’accumulo delle acque nelle falde, aumentando l’assorbimento di anidride carbonica e di acqua nelle biomasse sotto forma di humus, arricchendo i suoli, neutralizzando e trasformando le sostanze tossiche in utili e sane, proteggendo la terra dall’erosione, aumentando e migliorando la qualità degli alimenti per se stessi e le comunità locali, imprimendo sul paesaggio i segni della bellezza domestica, svolgono il lavoro fondante il pubblico interesse. Questo lavoro precede e supera quello degli stati e delle organizzazioni internazionali.
I contadini e i popoli indigeni non sono produttori di merci, sono guardiani della terra e della nostra sopravvivenza comune. Producendo beni strategici per la loro sussistenza, nutrono il paesaggio e lo umanizzano, cioè lo rendono domestico per la comunità di esseri, viventi o meno, a cui apparteniamo.
Le culture contadine e indigene sono orali, perché si basano su un’intelligenza e intuizione analogica e simbolica diretta, un linguaggio comune con la natura: scrivono nel paesaggio, con le piante, gli animali, gli strumenti e i beni che producono, non sulla carta. Nel loro operare lasciano spazio alle voci e al silenzio di tutti gli esseri viventi.
Le comunità contadine e tribali applicano l’etica della sussistenza, cioè soddisfano i loro bisogni essenziali direttamente dalla natura, rispettandone l’ordine, in economie locali di circuito, fondate su pratiche di coltivazione e uso della terra ereditate da saperi e abilità ancestrali che comportano l’impegno continuo a mantenere e ricostruire equilibri naturali, sociali e culturali. Il ciclo alimentare è per sua qualità intrinseca locale, finalizzato alla sussistenza.

DOVERI NATURALI
Il lavoro dei piccoli contadini e dei popoli tribali che obbediscono all’etica della sussistenza, in quanto la protezione e cura che dedicano ai loro luoghi ha effetti sul mondo intero, adempie ai seguenti doveri:
conservare e arricchire il suolo, usando le biomasse per moltiplicare l’humus;
favorire il manto vegetale perenne sia di leguminose che di siepi e alberi, rispettando la necessaria e salutare convivenza del maggior numero di specie;
aumentare la capacità di assorbimento delle acque nel suolo, nelle falde e sorgenti e proteggerne la potabilità locale e gli altri usi comuni;
curare i suoli tramite la manutenzione e adattamento di fossi, viottoli, muri a secco, ciglionature, strade vicinali, campi terrazzati ecc.
migliorare le varietà e il ripopolamento delle specie vegetali e animali adattate ai luoghi aumentando così la biodiversità ed evitando le monocolture;
curare la pulizia delle loro abitazioni, la salute dei loro alimenti e territori che abitano senza prodotti tossici, di sintesi e di plastica;
produrre alimenti ugualmente sani per se stessi e per gli altri;
rispettare la sovranità alimentare, cioè l’autosufficienza regionale: infatti solo se ogni popolo si nutre coi prodotti della sua terra è sicuro della sua indipendenza politica e di non rubare alimenti agli affamati dei paesi poveri;
fare la manutenzione delle parti comunitarie della terra, dell’accessibilità dell’acqua da bere per la sete dei viandanti, delle strade vicinali, dei boschi e degli altri percorsi tradizionali;
praticare e trasmettere le loro culture orali, che non escludono nessun essere vivente, e difendono il silenzio come diritto di uso civico;
tendere allo stadio climax e alla massima simbiosi degli esseri umani con le altre forme viventi e i loro sostrati minerali.

DIRITTI NATURALI
Conseguentemente, chi opera sulla terra in violazione dei suddetti doveri non può vantare alcun diritto di precedenza e non può indennizzare le popolazioni con esborsi economici ma solo ripristinando l’ecosistema locale o bacino imbrifero nelle condizioni precedenti ai danni.
Chi opera sulla terra per fini di profitto esercita un’attività industriale e deve essere sottoposto a ogni regolamento, certificazione, controllo sanitario ecc. riservato a tali attività, rispettando tassativamente i limiti imposti dalle leggi nelle forme indicate dallo stato in cui opera. Gli Stati agiscono illegittimamente ogni volta che garantiscono alle imprese industriali diritti che sono in conflitto coi diritti tradizionali dei contadini.
A coloro che, anche soltanto su un fazzoletto di terra, assolvono i suddetti doveri appartengono i seguenti diritti originari, inalienabili e imprescrittibili;
1. il diritto di conservare la prosperità e la natura comunitaria della terra che rende immorale e illecito ogni e qualsiasi esproprio, anche per pubblica utilità, in quanto la pubblica utilità di chi esercita i doveri di cui sopra è superiore a ogni altra utilità;
2. il diritto all’analfabetismo, cioè il diritto di vivere e comunicare per mezzo di una cultura orale in tutto ciò che riguarda la campagna e le sue opere, il che comporta il divieto di obblighi scritturali o elettronici o certificatori di alcun genere per le attività contadine che saranno esclusivamente a carico degli uffici burocratici, per i popoli tribali ciò comporta anche il divieto di pretendere una documentazione scritta di proprietà della terra, bastando l’uso prolungato ab immemorabili;
3. il diritto alla gratuità dello scambio e della selezione dei semi che comporta il divieto di brevettare esseri viventi ancorché manipolati dalla scienza e dalla tecnica. Le varietà adattate ai luoghi fin da tempo immemorabile sono state il risultato attività svolte gratuitamente per il bene della comunità;
4. il diritto di accesso all’acqua e il divieto di qualsiasi attività che comprometta le falde, privatizzi le acque e ne riduca la disponibilità per i piccoli contadini, le popolazioni indigene o gli residenti/utenti;
5. il diritto al regime di esenzione dalle norme igieniche imposte dai governi: gli organismi sanitari di controllo hanno l’onere della prova nel caso sostengano che specifiche pratiche tradizionali adottate dall’agricoltura contadina provochino danni alla salute del suoi utenti;
6. il diritto al regime di esenzione dalle norme commerciali in quanto le attività di vendita diretta al pubblico e a dettaglianti da parte dei contadini e indigeni sono sempre state libere e non considerate attività commerciali.

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In occasione della Giornata internazionale della lotta contadina, oggi 17 aprile, e della Giornata della Terra domani 18 aprile, pubblichiamo la "Carta per il Rinascimento della Campagna e delle Libertà originarie e naturali dei contadini e dei popoli indigeni", stesa da Wendell Berry, Giannozzo Pucci, Vandana ShivaMaurizio Pallante a sostegno della Campagna Contadina (avviata a gennaio 2009). Questa di seguito è la presentazione di Vandana Shiva.

Anche se potete pensare che i nostri contadini indiani siano al sicuro nelle loro libertà, devo ricordare che le stesse leggi e politiche che hanno distrutto le basi su cui si reggevano i piccoli contadini in Italia, gli stessi processi sono stati avviati anche in India in questo periodo e i nostri sforzi e la nostra lotta è la stessa, per una medesima libertà.

Sono tre i processi coi quali le libertà dei contadini sono soffocate: il primo è il furto dei semi, la trasformazione dei semi in un prodotto industriale e attraverso questo in proprietà intellettuale di cinque società monopolistiche mondiali, per mezzo dell’ingegneria genetica e dei relativi brevetti. In Europa queste libertà sono state spazzate via senza che la gente se ne accorgesse. Ma quando in India hanno tentato di introdurre i brevetti sui semi o imporre la coltivazione di sementi registrate, facendo in modo che lo stato acquistasse il potere di dare il permesso al contadino di coltivare o meno un dato seme, abbiamo cominciato un grande movimento gandhiano che abbiamo chiamato il Satyagraha dei semi, un po’ come il Satyagraha del sale. Ricordate che quando gli inglesi decisero di istituire il monopolio del sale, Gandhi fece una marcia fino alla riva del mare e disse che avevamo bisogno del sale per la nostra sopravvivenza: la natura ce lo dà gratis, ci faremo il nostro sale e non permetteremo che farsi il sale diventi un reato. Ci siamo ispirati a quell’episodio e abbiamo detto: «La natura ci dà gratis la biodiversità e i nostri antenati da tempo immemorabile hanno migliorato queste varietà usandole, sappiamo a chi e come possono dare da mangiare, non permetteremo che conservare e scambiare i nostri semi diventi un reato». Gandhi ha anche detto che è solo se ci facciamo dominare da leggi ingiuste che le leggi ingiuste possono restare in vigore. Perciò la Carta per il Rinascimento agricolo che viene proposta qui contiene la decisione di non essere governati da leggi ingiuste. E ricordo che il Manifesto dei semi che abbiamo scritto insieme alla Commissione Internazionale sul futuro del cibo ha fatto sì che la Regione Toscana applicasse queste regole della libertà per il contadino di avere le proprie varietà e scambiarle liberamente.

Il secondo sistema col quale il piccolo contadino viene mandato a gambe all’aria o riempito di un numero insopportabile di regole è il falsissimo argomento della sicurezza alimentare. Eppure tutti gli attentati alla nostra sicurezza alimentare vengono dai processi industriali. I danni vengono dalle sostanze chimiche messe dalle industrie negli alimenti, dai pesticidi usati per coltivare a macchina le piante alimentari, dalle sostanze chimiche usate per trasformare gli alimenti e dalle condizioni in cui vengono allevati gli animali nei capannoni delle fabbriche. Ovviamente molti alimenti sono prodotti in processi industriali, dove migliaia di galline e migliaia di mucche sono tenute insieme in capannoni nelle condizioni ideali per lo svilupparsi di malattie. Flagelli come la mucca pazza e l’influenza aviaria sono stati generati dai processi industriali, ma queste leggi di falsa sicurezza non ne tengono conto e provocano due conseguenze. Per prima cosa impongono i parametri industriali sul singolo piccolo contadino per impedirgli di essere libero e perciò di essere vitale. E la seconda cosa che fanno è distruggere i piccoli contadini privilegiando questi parametri e rendendoli obbligatori per tutta l’agricoltura e la società.
Voglio fare solo due esempi. Nel 1998 l’industria della soia negli Stati Uniti decise di impadronirsi del mercato mondiale dell’olio alimentare, ma già all’epoca la maggior parte della soia coltivata negli USA era geneticamente manipolata. In India abbiamo degli oli meravigliosi, non abbiamo olio d’oliva ma abbiamo il nostro olio di senape, abbiamo l’olio di sesamo, l’olio di cocco e ogni cucina regionale decide liberamente l’olio da usare in base alle piante che si coltivano tradizionalmente nella zona. Così nel Kerala c’è l’olio di cocco, nell’India settentrionale l’olio di senape ecc. I gruppi di pressione legati all’industria della soia hanno manipolato la nostra situazione e sono riusciti a ottenere, da governanti e funzionari ai vari livelli, la messa al bando degli oli indiani non ottenuti industrialmente ma prodotti nei frantoi a freddo dei villaggi. Questi frantoi funzionano in certi casi con un solo animale e un contadino può portarci a frangere anche un quintale di semi appena. È l’olio più puro, sicuro e naturale che possa esistere. Porti i tuoi semi oleosi, le tue noci, il tuo cocco e tutto succede lì davanti ai tuoi occhi, e ti riprendi il tuo olio. Il frantoiano non può far altro, è suo interesse, che proteggere la sicurezza dell’olio anche perché si prende la sua percentuale. È un’economia senza denaro e i tuoi occhi comunque sono là a garantirne la sicurezza. Non c’è bisogno di polizia, di controlli esterni, perché le persone che vivono con te nei villaggi non saranno loro a consentire che si peggiori la qualità dell’olio. Ma sono riusciti a bandire questi oli. Allora ho cominciato un satyagraha, un movimento di disobbedienza civile. Ho chiamato il presidente del Consiglio dei Ministri a Delhi e gli ho detto: «Hai messo al bando i nostri oli tradizionali e i contadini dei villaggi sono in marcia; dicono che non possono mangiare cibi cotti con l’olio di soia. I nostri bambini non mangiano quella roba, vanno a letto con la fame, fai qualcosa». Siamo arrivati marciando a migliaia nelle vie di Delhi, abbiamo rovesciato la soia nelle strade e abbiamo avvisato che avremmo violato il bando e disobbedito ai divieti, avremmo prodotto l’olio più sano di tutti: l’olio di senape. «E voglio che tu riceva in dono la prima bottiglia». Il Primo ministro ha perso il posto ma l’olio si è salvato. La legge è ancora là sulla carta ma non può essere usata per minacciare la gente e costringerla a abbandonare le sue coltivazioni tradizionali.

L’altro caso lo si è visto in televisione tutti i giorni per diverso tempo: si tratta della folle gestione dell’influenza aviaria. L’influenza è cominciata nei capannoni degli allevamenti industriali di polli ma si sono visti regolarmente uomini vestiti di tute lunari scendere nei villaggi, arraffare le galline e macellarle: in Vietnam, in Tailandia, in Indonesia, in Birmania, in India, perché l’Asia è l’ultima riserva di galline che vivono libere. Le grandi società hanno usato la diffusione dell’influenza aviaria provocata da loro affinché, invece di chiudere gli allevamenti industriali di polli, venissero vietate le galline libere e fatti chiudere gli allevamenti all’aperto. Parlando di galline mi viene in mente una conversazione che ho avuto con un giovane amico tedesco nella quale ci siamo resi conto che i piccoli contadini in India sono come le galline in libertà, che sanno come tirar su i propri vermi, cosa mangiare, sanno vivere senza un capitale e senza una gabbia. E il piccolo coltivatore diretto europeo è come una gallina di un allevamento industriale a cui è stato fatto credere che la gabbia è l’unico posto dove si può stare. Ma adesso dobbiamo mettere insieme i movimenti, il nostro delle galline libere per evitare di esser spinte dentro le batterie industriali e il movimento di voi che siete stati in gabbia e volete venir fuori all’aperto, perciò il nostro luogo d’incontro è la porta dell’allevamento in batteria dove voi rifiutate di restare e noi rifiutiamo di entrare, così che insieme possiamo, uniti, riprenderci e difendere le nostre libertà.

La Carta per il Rinascimento delle libertà dei piccoli contadini che si presenta qui è molto importante per i contadini di tutto il mondo e vorrei trasformare questo in un dibattito globale in modo che, come abbiamo preparato un manifesto sul futuro del cibo e sul futuro dei semi, si prepari anche un manifesto sul futuro del piccolo contadino in quanto dichiarazione della nostra libertà e indipendenza. Questa dichiarazione è diventata un imperativo scientifico, una necessità per poter far arrivare il cibo alla gente, una necessità per proteggere il pianeta. La libertà del piccolo contadino non assomiglia alla libertà delle società monopolistiche multinazionali.
Le società si prendono la libertà allo scopo di inquinare, avvelenare, distruggere. Quando i piccoli contadini si prendono la libertà lo fanno per nutrire il mondo e questo diventerà sempre più importante nei prossimi anni.
La stessa industria che dieci anni fa tentò di costringerci a bere, mangiare e cucinare con il suo olio di soia geneticamente modificato, oggi trova più vantaggioso, a causa dei sussidi governativi, usare quell’olio come carburante per le macchine. Tutta questa nuova corsa alla produzione industriale di biocarburanti invece di alimenti dalle piante, ha fatto raddoppiare i prezzi del cibo. Secondo i miei calcoli non c’è abbastanza terra nel mondo per sostituire i carburanti fossili necessari a far funzionare il sistema industriale. Se il prezzo del cibo è raddoppiato in un anno è segno che non ci sarà da mangiare per la gente. Voi avete l’aumento della pasta, il Messico l’aumento delle tortillias, noi abbiamo l’aumento del chapati e del riso e i prezzi degli alimenti hanno superato le capacità di spesa del 60% dell’umanità. Quello che nessun governo è in grado di controllare è la rabbia della gente quando i prezzi degli alimenti non sono più alla sua portata. Perciò assisteremo a una crescente instabilità sociale e in questo contesto il piccolo contadino, le produzioni locali, la distribuzione su piccola scala a livello locale, la vendita diretta, sono la sola sicurezza futura, se non le ricostruiamo non ci sarà nessuna sicurezza alimentare. Ecco perché il piccolo contadino deve essere libero: affinché il resto della società possa essere liberato dal pericolo della fame. È per questa ragione che dobbiamo difendere con decisione i piccoli contadini e la loro libertà, proprio per i prezzi che, senza di loro, il pianeta sarebbe costretto a pagare, compresa la catastrofe climatica e il caos. Secondo le ricerche che ho fatto in occasione del nuovo manifesto sul futuro del cibo, in un periodo di cambiamento climatico, circa il 25% delle emissioni di gas serra che stanno cambiando il clima dipendono dal modo con cui vengono prodotti e distribuiti gli alimenti. Se lavoriamo in modo ecologico, con piccole aziende agricole locali, possiamo eliminare da un giorno all’altro il 25% delle emissioni. In questo impegno, coloro che si sono battuti dalla parte della terra, che hanno lavorato per il suolo, coloro che capiscono l’ecologia dei processi in agricoltura, troveranno nelle piccole realtà agricole e nella coltivazione ecologica il vero futuro del movimento ecologista.

Sfortunatamente molti amici dei nostri movimenti che lavorano seduti negli uffici, con le carte, costruendo le campagne di mobilitazione, improvvisamente sono nel panico per il cambiamento climatico. Ma da ora in poi sarà il movimento per i piccoli contadini la guida nell’indicare i veri obiettivi ecologici per cui operare. La passata generazione dei movimenti ecologisti è obsoleta per il nostro tempo, con le loro concezioni di una natura selvatica e senza gli esseri umani, non possono più essere liberanti, possono solo peggiorare la situazione. Perciò il movimento per i piccoli contadini è il solo movimento ecologista autentico e reale oggi nell’offrire soluzioni agli enormi problemi che abbiamo davanti.

La terza ragione per cui abbiamo bisogno di questo rinascimento dell’agricoltura fondato sul piccolo contadino è perché si tratta di un imperativo scientifico. Sono una scienziata e considero un abuso trattare nello stesso modo l’agricoltura chimica e quella biologica, l’industria degli affari della Carghill nei campi come l’agricoltura di un piccolo contadino. Le azioni sono diverse, i metodi sono diversi, e i prodotti che ne risultano sono diversi. L’unica cosa che la scienza esige è la capacità di distinguere fra cose diverse. Non è scienza quando cose diverse sono messe nella stessa scatola e trattate come un’unica cosa. Alimenti contaminati chimicamente, cibi che hanno viaggiato per migliaia di chilometri producendo enormi quantità di emissioni di ossido di carbonio non possono essere trattati come i cibi coltivati con cura e amore e distribuiti faccia a faccia nell’ambito dei rapporti umani di una comunità. Sono diversissimi nella loro condizione e sono diversissimi nelle loro qualità intrinseche.

Abbiamo bisogno di dare riconoscimento al buon cibo, abbiamo bisogno della libertà di evitare i cibi cattivi. Sono consapevole che tutta l’offensiva contro la buona agricoltura, e la buon agricoltura si basa necessariamente sul piccolo contadino, ha tre origini. Una è il paradigma industriale, il modo industriale di guardare al mondo, di vederlo come una macchina, cioè la visione meccanicistica; la seconda viene dal fatto che da tempo si è formata una discriminazione culturale contro coloro che producono il cibo, considerato il lavoro di minor valore e io penso che sia giunto il momento nell’evoluzione umana in cui questo lavoro deve cominciare ad essere considerato il più importante, la maniera più alta di vivere e servire la terra e la gente: si tratta di una questione culturale. E la terza origine viene dalle grandi società internazionali, solo avide, che manipolano i regolamenti e le leggi, e in totale consapevolezza snaturano il sistema della libertà economica per instaurare il loro monopolio. E noi dobbiamo affrontare tutte e tre questi motivi. Dobbiamo affrontare il paradigma industriale, meccanicista, dobbiamo affrontare l’esclusione culturale contro le aree agricole. E naturalmente dobbiamo affrontare le società monopolistiche, le loro bugie e le loro distorsioni della realtà. Se io potessi morire dopo che avremo riportato i contadini al centro del pensiero economico e al centro del rispetto sociale, avrei vissuto una vita degna di essere vissuta. E stando seduti in questa bellissima sala rinascimentale, con la frase «provando e riprovando» scritta qua sopra, non dimentichiamo che mentre le regole che hanno distrutto la terra e il suolo manifestano il proprio fallimento, abbiamo di nuovo bisogno del contadino, di ricostruire i nostri poderi, di provarci e riprovarci ancora senza mai stancarsi. Nella storia l’insaziabile avidità degli imperi ha distrutto la terra, ha distrutto l’economia agricola ed è stata il fondamento della loro rovina e poi di nuovo il suolo recupera e le comunità agricole rinascono. Così proviamo e proviamo di nuovo: è già successo, dobbiamo continuare a farlo, ma siamo in un momento unico della storia per dare inizio a questa chiamata, al Rinascimento agricolo nelle campagne.
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Allorché il sole si avvicina al punto primaverile la vita del mondo vegetale si avvicina sempre più ad una soglia che può essere confrontata con il passaggio dell’essere desto al sonno pervaso di sogni. La spiritualità della Terra e del mondo vegetale, che si era legata strettamente durante l’inverno con il fisico-materiale, comincia, con il crescente riscaldamento della terra, a distaccarsi dal fisico e a rompere l’incantesimo per il seme morente e la gemma e il bocciolo, per il germogliare e il fiorire delle piante. A questa soglia il pericolo della morte, dell’indurimento, della separazione definitiva dello spirituale dal fisico, attende ogni forma di vita. Questo elemento fisico, se non è stato preparato dalle forze celesti durante il periodo invernale in modo tale da poter divenire il punto di partenza per la spiritualità sviluppantesi in periferia, è sottoposto alle forze mineralizzanti della Terra sempre in attività.
Ciò che nel periodo invernale le forze lunari e terrestri hanno operato nella sostanza vegetale e terrestre, viene nel successivo periodo trasmesso alle forze solari. Pianta e Terra furono durante l’inverno esseri lunari; devono in primavera estate trasformarsi in esseri solari. Questa trasformazione viene provocata dal calore del sole. Il processo salino del seme in riposo, mantenuto latente in inverno, comincia nuovamente a mettersi in movimento grazie alla terra che si riscalda. Nella fine sostanza nutritiva del seme si attuano trasformazioni che, considerate soltanto sotto il profilo chimico, sono uguali a una decomposizione delle sostanze: la proteina viene demolita in aminoacidi fino all’ammoniaca, l’amido insolubile in zucchero solubile, i complessi composti organici che contengono le sostanze minerali, l’acido fosforico, ecc., si decompongono a causa della liberazione dell’elemento minerale da quello organico. Si potrebbero citare molte cose che portano tutte in questa direzione: decomposizione, “mineralizzazione” delle cosiddette sostanze nutritive del seme, che furono saggiamente formate nella pianta durante l’estate e l’autunno precedenti.
Si manifesta però ancora qualcosa che viene liquidato dalla scienza, che lo dimentica e non ne tiene conto, in quanto ritenuto “inessenziale”: il seme germogliante sviluppa un calore proprio. Lo conosce il maltatore che ammucchia l’orzo germinante e lo deve osservare con precisione se il malto deve riuscire bene. Questo calore del seme è un fatto occulto, poiché il calore compare in occasione di ogni salificazione. Allorché facciamo cristallizzare il sale di una soluzione compare il calore. Non possiamo però riscontrare in alcun punto del seme germogliante la presenza di sali che cristallizzano. Che cosa avviene per il sale? È indubbio che in questa decomposizione si formano sostanze che potrebbero cristallizzare se ne esistessero le condizioni, ma esse non lo fanno, anzi scompaiono. Scompaiono dal tessuto di sostante nutritive del seme, senza lasciare traccia. Si è scoperto quasi cent’anni fa che non è mai possibile trovare nel sottile strato cellulare tra il tessuto di sostanze nutritive del seme e della plantula o embrione che vi è inserito, dell’amido o sue sostanze di decomposizione (zucchero, destrina). Questo epitelio che delimita la plantula con una fine pellicola dalla parte nutritiva vera e propria del seme, può persino crescere come radice nella sostanza nutritiva, ma anche in questa formazione simile a radice non si riscontrano mai sostanze che derivino dalla decomposizione di sostanze nutritive. Queste sostanze scompaiono realmente all’occhio fisico. Ricompaiono poi “al di là” della sottile parete divisoria tra il tessuto nutritivo e plantula, nonché “nella plantula” stessa come granuli di amido pronti, come goccioline di grasso, come proteina liquida che aiuta a costruire la plantula.
È importante a questo punto volgere l’attenzione a ciò che la plantula fa veramente durante la decomposizione della sostanza nutritiva e la sua scomparsa fisica. Comincia a crescere, mentre la sostanza scomparsa “al di là” riemerge “in essa” come qualcosa di nuovo. E ciò che cresce dapprima, cresce realmente dapprima in tutte le piante, è la radice.
Abbiamo quindi il seguente quadro reale: la sostanza formata dalla vita, le sostanze nutritive del seme, soggiacciono al processo salino dell’inverno. Ora vorrebbero veramente cristallizzare, ma vengono ampiamente esalate dal seme germinante e scompaiono. Le forze che avrebbero potuto portare alla condensazione, alla cristallizzazione, vengono afferrate dall’eterico (dall’elemento vitale) del seme per condensare nuova sostanza - ora nella plantula - e costruire per prima cosa la radice. L’intero processo è provocato dal calore del sole e inserito nel calore proveniente dalla decomposizione della sostanza nutritiva del seme germinante. Diviene chiaro a questo punto che il processo di germinazione primariamente indirizzato nella formazione della radice è un processo salino sollevato alla vita in cui opera attraverso il calore l’io attivo delle piante dal punto centrale della Terra. Quando è compiuta questa fase, e superato il processo di morte del seme che si è trasformato nel processo salino della radice come fondamento della vita, appare allora la foglia dell’embrione.
La separazione descritta tra tessuto nutritivo e plantula vale esclusivamente per le piante monocotiledoni, di cui fanno parte tutte le specie cerealicole, i gigli, le bulbose, ecc. Nelle piante dicotiledoni le sostanze nutritive che si decompongono successivamente si trovano nelle foglie embrionali formate come spessi organi carnosi. Ma anche in questo caso le sostanze nutritive dissolventesi e mineralizzantesi servono dapprima alla formazione della radice. In questo caso però la scomparsa della sostanza nutritiva non è senz’altro rilevabile. Per comprendere ciò, si devono considerare tali fenomeni come atti dell’essere vegetale. Allora che significa che la sostanza nutritiva delle piante monocotiledoni scompare all’atto della germinazione, scompare in modo tale per cui posso vedere tale scomparsa e dimostrarla? Non è un atto dell’essere vegetale in cui si esprime: non ho tanto bisogno della Terra, non voglio scendere affatto nelle condizioni terrestri, puoi vedere visibilmente come mi mantengo libera delle condizioni terrestri? Questo non essere completamente discesa sulla Terra è comunque il carattere di tutte le piante monocotiledoni.
plantula di cipolla (Allium cepa) - monocotiledone
Per quanto riguarda le piante dicotiledoni questo processo della scomparsa e ricomparsa della sostanza nella plantula non è osservabile dall’esterno. È nascosto in questo fatto un più intimo collegamento di tali piante con la Terra. Ciò si esprime già nel fatto che il tessuto nutritivo e la plantula non sono separati. Il tessuto nutritivo è divenuto un organo che collega la pianta direttamente sul piano della sostanza con l’anno precedente. Le sostanze di queste due foglie embrionali sono formate da luce e calore dell’anno precedente. Mentre queste sostanze si decompongono, le loro forze plasmatrici si liberano per costruire la plantula. Il linguaggio dei gesti delle piante dicotiledoni svela tuttavia segreti della Terra molto più antichi degli effetti della luce e del calore dell’anno precedente. Se si osserva una pianta giovane che ha appena sviluppato le foglie embrionali e non mostra ancora nulla della futura pianta vera a propria, si può avere l’impressione di un essere vivente che si è appena appoggiato sulla terra con le ali spiegate e che immerge la proboscide nella zolla di terra vivente. Il gesto della pianticella dicotiledone è una metamorfosi evidente della farfalla che sugge il nettare del fiore. Questa immagine indica antichissimi stati della Terra, in cui tutti gli esseri viventi erano ancora inseriti nell’atmosfera vivente e prelevavano il nutrimento direttamente dall’atmosfera albumina mediante i loro organi di suzione simili a radici (vedi Rudolf Steiner, Aspetti dei misteri antichi, O.O. 232).
Taraxacum officinalis - dicotiledone
Di quell’antica atmosfera vivente della Terra è rimasto ancora soltanto quel sottile strato di humus vivificato della Terra divenuto minerale e fecondo alla semina. È però ancora oggi una sfera intessuta di processi astrali affini ai fiori, da cui la pianta in germe sugge il primo nutrimento. È possibile mostrare fin nella formazione della sostanza dei componenti vegetali e minerali dell’humus che è presente in questi processi una metamorfosi dei processi di formazione dei fiori. Diviene anche comprensibile, partendo da tale considerazione, perché Rudolf Steiner indicò l’uso di preparati allestiti con fiori, piante fiorite e cortecce per ridare vitalità alla terra (Rudolf Steiner, Impulsi scientifico-spirituali per il progresso dell’agricoltura, O.O. 327).
La metamorfosi della farfalla-plantula non è però ancora compiuta. Abbiamo trovato che è la proboscide che sugge, vediamo le ali delle foglie embrionali che possono svilupparsi, proprio nel caso della vera farfalla, in organi di respirazione della luce, quando tali foglie embrionali diventano verdi. Ma dove si trova il “corpo” di questa farfalla-embrione?
Questo corpo diviene visibile allorché, dopo la plantula, si sviluppa la pianta vera e propria. Cadono le foglie embrionali e si decompongono, l’essere provvisorio della plantula scompare e compare ora, nella pianta germogliante e fiorente, nelle foglie e nei fiori, tutto ciò che nella vera farfalla è serbato “verso l’interno” nell'organizzazione del suo corpo animale, nella formazione degli organi interni. Ciò che ora nasce dalla plantula è il vero e proprio essere solare della pianta. Quando era ancora seme, riposava nella terra invernale, era divenuta un essere terrestre-lunare; la plantula si è liberata dal vincolo di queste forze, ha aiutato la figura spirituale della pianta ad apparire sulla Terra come essere solare.
La plantula è il mediatore della pianta tra Terra, luna e sole.
La farfalla è il mediatore della pianta tra sole e spazio stellare.
Dopo che l’essere vegetale ha sviluppato la vita nell’ambito del processo salino e della trasformazione della radice, è ora esso un grado di intessere di materia la sua figura spirituale indipendentemente dalla Terra. Soltanto la radice è un organo terrestre; fiori con i colori, il profumo e il nettare sono sempre di più dai processi salini, condensando in sostanze l’acqua, l’aria, la luce e il calore. Facendo questo, l'essere della pianta si allontana sempre più dalla vita presente nella radice, passando a quei processi che raggiungono il culmine all'epoca di San Giovanni.
Si chiude in tal modo il circolo il cui impulso di rinnovamento cade ogni anno nel periodo pasquale. Il nucleo centrale di questo impulso è la forza onniconservativa del sale. Se la sua forza viene lasciata alla Terra, essa porta all'indurimento e alla morte; se invece la sua forza viene sacrificata alle potenze della zona circostante la Terra, nuova vita può scaturire da essa. Questo sacrificio avviene di anno in anno in natura, nel regno vegetale, poiché le forze celesti hanno operato in inverno tanto profondamente nella sostanza da far sì che tale sacrificio possa essere compiuto.
Sopra il periodo pasquale vi sono parole antichissime: "Conosci te stesso". Il Cristo disse nella predica della montagna: "Voi siete il sale della Terra". In ciò può divenire visibile che nell'essere umano sono nascoste forze radicali che faranno crescere una nuova esistenza della sua figura spirituale.
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