• Agosto. Il contatto con la natura

    Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; bellezza della natura e della vita e del legame profondo che unisce tutti gli esseri viventi. Tutto questo si legge nelle parole di Etain Addey e noi le condividiamo, mese per mese.

    Dormiamo sull’aia senza coperte, con Marte che sorge rosso e brillante all’orizzonte, vicinissimo, e anche dopo molte ore dal tramonto del Sole, fa ancora molto caldo. Tutto è riarso, secco, arido, ci sono crepe nel terreno, l’orto boccheggia anche se non ci laviamo quasi più per poterlo innaffiare.
    Marte è l’antico portatore di calore, di fuoco, di guerra, e difatti non manca nessuna delle tre cose. I boschi bruciano, gli anziano muoiono per l’affanno delle giornate torride che continuano senza tregua, i venti sono solo di guerra. Sono quattro mesi che non piove. Da qualche settimana sembra di essere entrati in uno stato alterato di coscienza in cui c’è solo una lunga attesa, ma la pioggia è come un sogno che si fa fatica a ricordare. Ci svegliamo e non c’è una goccia di rugiada e appena mi alzo i tafani cominciano a volare attorno a me, disperati in cerca del mio sangue, perché per loro è una fonte di liquido.
    C’è stato un momento preciso, qualche giorno fa, in cui questa disperazione si è fatta più acuta: all’improvviso le piante si sono arrese, perdendo le foglie prematuramente gialle, persino le viti sembravano morenti nonostante le loro radici profondissime e Martino, per la prima volta in vita sua, ha innaffiato la vigna con acqua tolta ai cavalli. Passiamo la giornata a portare l0acqua sporca delle galline agli alberi da frutta più piccoli.
    Vedo che le api vengono a bere nel cortile perché non c’è più nettare, è tutto evaporato e loro cercano solo di sopravvivere. Vedo una colonna di formiche che appare all’improvviso, spariscono tutte in un’unica direzione come un esercito, sotto lo sguardo meravigliato del gatto e dopo dieci minuti tornano portando le loro larve evidentemente per metterle in un buco più profondo al riparo dal calore. Quando Ben è andato a prendere il vino, ha sentito un sibilo e sullo scaffale ha visto un serpente grosso che si era rifugiato nella frescura buia e che, spaventato, mostrava la lingua, minaccioso. Andando giù all’orto, ho visto due o tre volte un’upupa volare via dal ginepro all’ultimo momento, e ho sentito lo spostamento d’aria provocato dalle ali. È come se ci fosse un accordo tacito fra tutti noi, umani e non umani, di non aggressione in un frangente così disperato.
    Questo mi ricorda i racconti di Kipling letti da bambina: nella giungla in periodi di siccità, con la fonte d’acqua ridotta ad una piccola pozzanghera fangosa, si affiancavano a bere gazzelle, leoni, elefanti e pantere, senza aggredirsi perché era scattata la tregua della disperazione. La caccia continuava, ma non vicino all’acqua perché la sete aveva reso tutti pari.
    Così anche Alce Nero, indiano Sioux vissuto fra il XIX e il XX secolo, racconta di una notte di disperazione, quella volta per il freddo estremo, quando si trovava con alcuni familiari ridotti alla fame nel cuore di un rigido inverno. Era così freddo quella notte che non riuscivano a dormire e poi sentirono uno strano rumore fuori dal tipi e andarono a vedere: c’era un’intera famiglia di porcospini che, addossati l’uno all’altro, piangevano per il freddo e si erano messi il più vicino possibile al tipo per condividere il calore umano. “Li abbiamo lasciati in pace perché ci facevano pena” disse Alce Nero, nonostante quei porcospini potessero rappresentare un pasto.
    Eppure ci sono esseri umani ciechi davanti a questa diffusa agonia lenta: “Speriamo che continui il bel tempo!” dicono. Ma non sentite l’urlo della natura? Sono andata nel bosco per cercare le corniole: sono poche, dure, piccole, e trovo alcuni alberi morti proprio perché gli istrici, affamati, ne hanno mangiato tutta la corteccia.
    Sono sporca da così tanti giorni che quasi non me ne accorgo più. Ogni tanto mi lavo in una bacinella piccola e poi do l’acqua all’alberello di kaki. Ogni goccia d’acqua pulita che non beviamo noi la diamo alle pecore, alle galline, ai cavalli e agli asini. E ogni giorno riusciamo ancora ad annaffiare l’orto: altrimenti morirebbe tutto e non ci sarebbe più da mangiare.
    In questa situazione è arrivata una donna fiorentina, tutta vestita di bianco. Voleva stare qui con noi qualche giorno. Ero convinta che appena avesse visto il gabinetto di legno, se ne sarebbe andata, invece ha resistito ben tre giorni. L’ultimo giorno mi ha detto: “Sono molto contenta di essere stata qui, a contatto con la natura”.
    Ero contenta per lei, però le avrei voluto raccontare la mia giornata: “Stamattina mi è scoppiato un uovo marcio in un occhio quando ho pulito la cova di gallina. Poi, quando sono andata a mungere, c’era il birro che faceva l’amore con la pecora che volevo mungere, così mi sono ritrovata con la mano appiccicosa di sperma di montone. Ieri sera, quando ho cercato di innaffiare l’orto, l’acqua non veniva e ho succhiato il tubo di plastica per mezz’ora, tentando di avviarne il flusso. Ho sputato e bevuto quell’acqua e alla fine ho scoperto che il tubo di plastica per mezz’ora, tentando di avviarne il flusso. Ho sputato e bevuto quell’acqua e alla fine ho scoperto che il tubo era bloccato da una rana, ridotta ormai a pezzetti, che evidentemente si era rifugiata lì dentro per il fresco. E non posso permettermi di fare una bella doccia. Questo è il contato con la natura!

    Ma sono stata zitta. Ci sono anche cose belle: l’amica Annalisa è venuta a trovarci e ci ha raccontato come il banano con questo caldo tropicale sia fiorito nel suo giardino e come lei abbia seguito con meraviglia lo schiudersi di quel fiore avorio carnoso: un fiore di banano in Umbria! Anche questo è contatto con la natura!
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