NOTA INTRODUTTIVA. Per quanto non condividiamo per intero il punto di vista , siamo molto contenti che nel periodo in cui si parla nuovamente di cambiamenti climatici un giornalista condivida il suo punto di vista, con ricerche e dati obiettivi. Qualche anno fa abbiamo condiviso un documentario per noi essenziale sul tema - vedi QUI.  Ma ce ne sono molti altri. Come sempre, l'intenzione è fornire un'informazione affinché ognuno possa compiere una scelta consapevole.

 Le cifre erano così incredibili che mi sono rifiutato di crederci. Le ho trovate nascoste in una nota a piè di pagina, e ho pensato inizialmente che fossero un errore di stampa. Per questo ho controllato la fonte, ho scritto alla persona che per prima le ha pubblicate e ho seguito le citazioni. Con mio stupore, sembrano corrette.
Un chilo di proteine di manzo prodotto in una fattoria di collina britannica può generare l’equivalente di 643 chili di anidride carbonica. Un chilo di proteine di agnello prodotto nello stesso luogo può generarne 749 chili. Un chilo di proteine provenienti da entrambi gli animali, in parole povere, provoca più emissioni di gas serra di un passeggero che vola da Londra a New York.
Si tratta dell’opzione peggiore, e i dati vengono da un allevamento i cui terreni hanno un alto contenuto di carbonio. Ma i numeri che emergono da uno studio più ampio non sono particolarmente rassicuranti: in media potete scambiare il vostro volo per New York con circa tre chili di proteine d’agnello prodotti in una fattoria di collina inglese o gallese. Dovreste mangiare trecento chili di proteine di soia per avere lo stesso impatto ambientale.
Quando scegliamo il nostro pranzo di Natale, o facciamo qualsiasi altra scelta, crediamo di prendere decisioni razionali e avvedute. Ma quel che sembra giusto talvolta non lo è affatto. In questo caso, proprio quegli elementi che siamo stati spinti a considerare positivi (gli animali che vagano liberi nelle montagne, curati da pastori dalle mani sapienti, senza mostruosità di cemento o acciaio o nessuna delle altre brutture degli allevamenti intensivi moderni) hanno un impatto ambientale incredibile.
Le cifre sono così elevate perché questa forma di allevamento è particolarmente improduttiva. Per allevare un agnello serve un ampio terreno spoglio e concimato. L’animale deve muoversi nelle colline per trovare il cibo, bruciando più grassi e producendo più metano di quanto farebbe una bestia che vive in una stalla.
Quel che è buono per gli animali che vivono in fattoria è spesso negativo per la natura. La crudeltà dell’allevamento intensivo al chiuso è bilanciata dai danni dell’allevamento estensivo all’aperto. L’allevamento di maiali e polli liberi, praticato ai livelli attuali, può essere disastroso per l’ambiente. I nitrati e i fosfati talvolta possono passare dai recinti ai fiumi. A meno che gli allevamenti abbiano una bassa densità o che gli animali siano tenuti su terreni ben drenati, i maiali tendono a consumare il suolo: un mio amico descrive alcune delle fattorie che ha osservato come una miniera suina a cielo aperto.
Si può aumentare la produzione, il che significa meno gas serra per chilo di carne prodotto, somministrando agli animali ormoni e antibiotici. Ma anche questo ha un costo. Come ha avvertito questa settimana il direttore della Antibiotic research Uk ormai è quasi troppo tardi per prevenire una crisi mondiale di superbatteri. Questo è dovuto in parte al fatto che degli allevatori senza scrupoli hanno imbottito i loro animali, per aumentarne il peso, con l’antibiotico colistina, l’ultima grande speranza contro i batteri resistenti.
Ma di tutte le forme di produzione, la più attraente è una delle peggiori. L’allevamento in collina non solo contribuisce in maniera assolutamente sproporzionata ai cambiamenti climatici, ma inquina anche i nostri corsi d’acqua, aumentando il rischio di pericolose alluvioni, e distrugge quelli che altrimenti sarebbero i nostri rifugi naturali: i grandi altopiani vuoti, nei quali l’attività economica è sostenuta solo grazie a generosi sussidi. Risulta difficile pensare a una qualsiasi altra attività umana con un più alto rapporto tra distruzione e produzione economica.
I miei amici del settore mi accusano di essere un nemico degli allevatori. Ed è vero che ne sottolineo il lato oscuro, soprattutto perché, a quanto pare, ci sono davvero pochi giornalisti disposti a trattare l’argomento. Ma non ho un odio viscerale per l’allevamento, semmai il contrario. Visitando una fattoria a Exmoor la settimana scorsa, mi sono ricordato di tutta la bellezza dell’allevare pecore.

Un capriccio grande e costoso
L’idillio arcadico, una concezione della vita dei pastori (sia nella teologia del Vecchio testamento che nella poesia bucolica greca) come luogo di innocenza e purezza, un rifugio dalla corruzione della città, è ancora forte tra noi. Ma continuare a coltivare questa fantasia nel mezzo di una crisi così complessa – in cui si sommano la catastrofica riduzione della fauna selvatica, alluvioni devastanti ma evitabili e sconvolgimenti climatici – mi pare un capriccio grande e costoso.
Per quanto riguarda il consumo di alimenti locali, credo che a volte abbia senso: aiuta a creare un senso di appartenenza, a capire il luogo, aspetti che non vanno sottovalutati. Quando compriamo frutta e verdura di stagione da produttori locali, è una cosa giusta anche per l’ambiente.
Ma tendiamo a sovrastimare i chilometri percorsi dal cibo e a sottovalutare altri tipi d’impatto. In media, il trasporto rappresenta solo l’11 per cento delle emissioni di gas serra dell’industria alimentare. Legumi che arrivano dall’altra parte del mondo possono avere un impatto molto più basso della carne prodotta qui.
Uno studio pubblicato alcuni giorni fa suggerisce che sostituire la carne con le verdure danneggerebbe l’ambiente. Se si considerano le calorie, coltivare lattuga produce più gas serra che allevare maiali. Ma questo significa solo che la lattuga ha poche calorie. Una persona dovrebbe mangiarne 15 chili per soddisfare il proprio fabbisogno energetico giornaliero, il che sarebbe sensato solo per un coniglio di duecento chili. Come mostra un altro studio, “venti porzioni di verdure producono meno emissioni di gas serra di una porzione di manzo”.
Uno studio pubblicato sul Climatic Change Journal ritiene che, man mano che gli abitanti della Terra adottano una dieta occidentale, il metano e l’ossido di azoto prodotti dall’allevamento potrebbero arrivare all’equivalente di 13 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno entro il 2070. Si tratta di più di quanto tutte le attività umane possano produrre senza superare un aumento della temperatura globale di due gradi. Lo sconvolgimento climatico appare inevitabile, a meno che non cambiamo tutti la nostra alimentazione.
Questo, più di tutto, significa sostituire la maggior parte delle proteine animali che mangiamo con proteine vegetali. Non è una cosa dolorosa, a meno che noi non la rendiamo tale. Molti britannici erano soliti mangiare legumi ogni giorno. Lo chiamavano pease pudding, pease pottage o pea soup. Come nell’Asia del sud, i suoi ingredienti variavano di luogo in luogo e di stagione in stagione. Si tratta solo di un alimento di una dieta che offre una grande varietà, senza distruggere la grande varietà della natura. Non sto dicendo che non dovreste più mangiare carne o altri prodotti di origine animale. Sto solo dicendo che dovremmo tutti mangiare molto meno. Limitate l’abbuffata a Natale. E anche in quel caso, scegliete con cura.

di George Monbiot, 22 dicembre 2015 - The Guardian
leggi tutto...

Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; bellezza della natura e della vita e del legame profondo che unisce tutti gli esseri viventi. Tutto questo si legge nelle parole di Etain Addey e noi le condividiamo, mese per mese.

dedichiamo questo racconto alla piccola Canaa e al piccolo Roy, per loro crescono un prugno succoso e un nespolo reale

"Adesso vi racconto la storia di una nonna" dice Jesse.
I rami del gelso sono ancora scintillanti di neve mentre noi quattro, armati di pale, cominciamo a fare delle stradine in mozzo a questo mare bianco che è apparso durante la notte. Facciamo quattro stradine: una per arrivare al forno in modo da poter fare il pane stamattina, una verso il cancello di sinistra per andare a prendere la legna per il fuoco, una verso il cancello che dà sulla vallata per andare a governare gli animali e una verso il bagno.
"Della nonna tua?" chiede Galen.
"No, è una storia che racconta l'anziana poetessa Kate Barnes che abita dalle mie parti, nel Maine" risponde Jesse. "L'ho letta ieri sera in una sua bellissima poesia. La vecchia della storia abitava in un villaggio dell'Honduras e la storia racconta di come morì e resuscitò. Da molti giorni stava male e a un certo momento si trovò fuori dal proprio corpo e fuori dal villaggio. Ma la stradina che usciva dal paese, invece di finire in una mulattiera di montagna, finiva sulla riva di un grande fiume. Dall'altra parte del fiume, la vecchia vide un'isola piena di alberi verdi e ombrosi e l'isola mandava verso di lei un profumo di felicità e di fiori di vaniglia. Poi si accorse di non essere sola: tante anime come lei arrivavano sulla riva del fiume e per ognuna di loro arrivava a nuoto un cane che le trasportava attraverso il fiume e le lasciava sull'isola. I cani si davano un gran da fare, ma per la vecchia non arrivò nessun cane. Aspettò tanto, sempre più triste, e poi si ricordò dei calci che aveva sempre dato, quando era in vita, ai cani che mendicavano qualche fagiolo dalla sua pentola. "Via, niente per voialtri!" era solita gridare mentre cucinava. Alla fine, tornò a casa e controvoglia si riprese il suo vecchio corpo febbrile, guarendo poi piano piano per vivere tanti altri nani. Fu famosa poi in paese sia per ilsuo strano racconto che per il suo grande amore che dalla sua guarigione dimostrò sempre verso i cani del villaggio."
I mucchi di neve attorno alle stradine sono come muretti adesso, e battiamo i piedi per tenerli caldi.
"La mia nonna in Inghilterra aveva una grande paura di morire" dico io, "fino a quando, pochi mesi prima della morte mi raccontò che le era comparso il suo vecchio cane Digger, già sepolto da due anni sotto il melo davanti casa. "Venne in cucina e mi guardò a lungo con quel suo sguardo tranquillo e poi si girò e tornò in giardino," mi disse la nonna, "E ora non mi preoccupa più la morte."
"La mia bisnonna invece," dice Galen, che è dell'Arizona, "benché in parte natuva americana, era difamiglia cattolica e quindi invece di appoggiarsi al cane come guida verso l'aldilà, decise di farsi accompagnare dal Papa. Era un atipa molto determinata e questo si vedeva già dalla giovinezza quando, per non dover più governare i sette maiali che teneva la sua famiglia, non esitò ad evvelenarli tutti con la soda caustica. Quando Giovanni Paolo II fu eletto, lei disse ai suoi figli riuniti attorno alla TV: "Questo Papa è più giovane di me di due anni, ma io morirò insieme a lui; quando muore un Papa, c'è una tale confusione in Cielo che chiunque riesce ad entrare senza neanche farsi notare!".
Passarono gli anni e alla mia bisnonna venne l'Alzheimer, ma lei era felice perché credeva di avere di nuovo ventiquattro anni e se la spassava alla grande. L'unico suo dispiacere era lo spavento che le prendeva ogni mattina nel vedere il marito invecchiato di colpo. Dalla sua spensierata seconda gioventù passò improvvisamente a letto ammalata la primavera scorsa e per il 1 aprile 2005 era debolissima, ma riuscì lo stesso a far ridere il suo medico tirando fuori una serie impressionante di improperi perché lui aveva rotto il termometro. Il medico uscì dalla stanza ridendo per riferire l'accaduto ma quando tornò al capezzale della bisnonna, era morta. Poche ore più tardi, spirò anche il Papa. La nonna fu puntuale all'appuntamento."
Francesca poggia la pala alla fine della sua stradina. "Quando ho fatto un viaggio di tre mesi in Sudafrica, la mia nonna era spaventata soprattutto dalle complicazioni necessarie per il recupero di eventuali salme in paesi stranieri. Al mio ritorno, mi ha accolta dicendo: "Si artornata, si artornata. Ho pregato tanto Padre Pio. Padre Pio, Padre Pio, non me la fate morì laggiù. Fatela artornà! Bene bene, adesso che artornata, poi morì pure."
Camilla passa lungo la stradina principale fra i muretti di neve, guarda l'albero enormo e pieno di neve nella luce dell'alba e dice: "La mia nonna invece è sotto questo gelso. Lì abbiamo messo le sue ceneri e vedete che albero splendido che ha fatto crescere?!"


leggi tutto...

NOTA INTRODUTTIVA. In questo blog non abbiamo mai parlato di politica, né abbiamo voluto parlare di alcuni fatti accaduti nel mondo che strettamente la coinvolgono (talvolta ci siamo espressi su facebook con delle condivisioni personali). Abbiamo però trovato nelle parole di questo giornalista statunitense una certa affinità con il nostro modus pensandi. Pur rendendoci conto che l'articolo risulta così incompleto, abbiamo deciso di riportarne solo una parte. Sul sito The Nation trovi l'articolo originale "Bombing Hasn’t Worked. Bombing Won’t Work. And Yet, We Will Bomb.".

“A battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro”, ha scritto Antonio Gramsci.
Gli attentati di Parigi hanno provocato fortissimi mal di testa alla classe politica britannica. La Francia, paese vicino e alleato a intermittenza, è stata colpita dal gruppo Stato islamico (Is). Ancora una volta i politici britannici vogliono intervenire con forza e decisione per aiutare un amico, come dopo l’11 settembre. [...] La logica è sempre la stessa: dobbiamo fare qualcosa. Bombardare significa fare qualcosa. Dobbiamo bombardare.
Lo hanno già fatto in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Non solo le cose non sono migliorate, ma sono molto peggiorate. Il caos scatenato in Iraq e in Libia ha creato le condizioni per l’ascesa dell’Is. Ma non riescono a farne a meno, quindi adesso si avvicinano ancora una volta al muro e lo colpiscono risolutamente con la testa. È un lavoro sporco e duro, ma qualcuno deve pur farlo.
Dopo gli attacchi di Parigi ci sono due problemi da affrontare: sconfiggere l’Is e minimizzare la possibilità di nuovi attacchi. I due problemi sono collegati e non esiste una soluzione definitiva per nessuno dei due.
È probabile che non si possa raggiungere nessun accordo diplomatico o politico con un’organizzazione come l’Is, e che sia inevitabile ricorrere alla forza militare in una certa misura. Ma è altrettanto evidente che intensificare i bombardamenti non porterà a niente di buono. Gli Stati Uniti e la Francia stanno già bombardando l’Is in Siria, senza ottenere grandi risultati.
Aggiungere i bombardieri britannici non farebbe praticamente differenza, anche perché non sono rimasti molti obiettivi da colpire. Se i bombardamenti non hanno funzionato finora è molto difficile che possano funzionare in futuro. Se i leader occidentali volessero davvero sconfiggere l’Is – e non punire i civili – dovrebbero mandare truppe di terra, ma la verità è che hanno un forte appetito per il dominio globale senza però avere lo stomaco per digerirlo.
Questo ci porta al secondo punto della discussione. Il desiderio degli occidentali di intervenire nel nome della civiltà e dei valori illuministi tradisce una sconfortante mancanza di consapevolezza. È incredibile vedere con quanta forza materiale e filosofica cerchino di giustificare la propria superiorità morale per poi contraddirla.
Come scriveva George Orwell nei suoi Appunti sul nazionalismo, “il nazionalista non soltanto non disapprova le atrocità commesse dalla sua fazione, ma ha la notevole capacità di non sentirne nemmeno parlare. […] Che questi fatti siano o meno riprovevoli o addirittura che siano o meno accaduti è sempre stato deciso in base alla predilezione politica”.

di Gary Younge, 3 dicembre 2015
leggi tutto...

Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; bellezza della natura e della vita e del legame profondo che unisce tutti gli esseri viventi. Tutto questo si legge nelle parole di Etain Addey e noi le condividiamo, mese per mese.

Nota aggiuntiva: ho scelto un racconto che mi fa sorridere, perché anche il mio bisnonno non c'è più, ma chissà che non stia anche lui sorridendo... La lettura vuole essere anche un invito a farsi domande, a lasciare che a rispondere sia l'intuizione, e ad informarsi, perché che tu ci creda o meno, che tu sia d'accordo o meno, questa domenica milioni di persone marceranno. Puoi anche stare a guardare lo streaming o i telegiornali (forse è più probabile che qualcuno carichi un video ripreso dal cellulare su qualche anonimo canale youtube), ma poi alzati e fai qualcosa... tu sei quello che fai!


Dopo la morte di mio padre, trovai fra i suoi libri l'elenco di tutti gli abitanti del suo paese natale, Barnsley nello Yorkshire, riferito all'anno 1902. Io quel paese non l'ho mai visto, i miei genitori hanno vissuto a Londra e i nonni paterni erano morti tanti anni prima. L'elenco è un bellissimo pezzo di antiquariato, con le sue pubblicità per carrozze e carbone, ma non l'avevo mai letto con attenzione: invece ieri mi è capitato tra le mani e ho notato un elenco di abitanti divisi per mestieri. Così per la prima volta ho trovato il nome del mio bisnonno, Thomas Addey, sotto la voce "agricoltori" e il nome del suo podere situato sulla strada verso Pontefract: Bunker's Hill Farm.
Mi son chiesta il motivo per cui non si parlò mai di questo podere. Sono stata persino in collegio vicino a Pontefract ma mai nessuno in famiglia me lo ha indicato, eppure quella terra fu della nostra famiglia per generazioni. Sono quelle domande che ti vengono quando ormai i genitori non ci sono più e non li si può chiamare in causa. Si deve lavorare per intuito.
Nell'elenco di Barnsley di inizio secolo ho trovato anche il nonno, Francis Addey, figlio di Thomas, che a trenta anni già abitava in città e faceva carriera come impiegato. So che diventò in seguito il direttore del primo negozio "cooperativo" ed era sulla cresta dell'onda negli anni in cui la rivoluzione industriale creava benessere con il carbone e l'acciaio. Francis doveva essere stato uno scalatore sociale terrificante: con il tempo e il successo, cambiò affiliazione politica e diventò conservatore, arrabbiandosi molto con i miei genitori, dopo la guerra, quando loro votarono per i laburisti invece che per Churchill. I suoi cinque figli furono mandati tutti all'università, anche le ragazze, una cosa insolita per quei tempi, ma Francis era un vero patriarca e a nessuno dei suoi figli fu permesso di lasciare la casa paterna, difatti furono costretti tutti, prima o poi, a una fuga d'amore per potersi sposare.
Quando cerco di immaginare quest'uomo, capisco come il fango del podere fosse un elemento tabù, un passato da dimenticare come non fosse mai esistito.
"Tre generazioni per tornare alla terra", si dice in Inghilterra, sottintendendo che la prima generazione fugge dalla terra per cercare un lavoro "pulito" e prestigioso, lavora tanto e fa studiare i figli e quindi quelli della seconda generazione fanno i professionisti: professori, avvocati, medici. La terza generazione mangia bene, studia e si annoia e comincia a chiedersi se la vita sia tutta lì. Spesso sopra la campagna ma il bisnonno, non solo non c'è più, non si sa neanche come si chiamava, è stato tutto cancellato dalla storia familiare. E quindi non si è più "veri nativi del luogo", la terra è persa, così come la conoscenza di quei preziosi mestieri per la sopravvivenza.
Nel 1880, quando quel nonno Francis era un ragazzino di dieci anni che al podere di Bunker's Hill sognava la città, il livello di anidride carbonica nell'aria era lo stesso dei 500 avanti Cristo e cioè di 270 parti per milione. Dal podere probabilmente si vedeva già il fumo delle acciaierie della vicina Sheffield; già molti contadini avevano abbandonato la campagna per fare il minatore o l'operaio.
Oggi, il livello di anidride carbonica nell'aria è di 360 p.p.m., significa che nei centoventi anni che mi separano dal bisnonno contadino, questo gas è aumentato del 33%, una cosa senza precedenti nella storia degli esseri umani. (Questo lo sappiamo perché è stato misurato il contenuto di CO2 nelle bollicine d'aria rimaste intrappolate nei ghiacci dell'Antartide). Ed è stato il fumo di quelle acciaierie inglesi a dare il via al fenomeno: nel secolo scorso, la quantità di gas, petrolio e carbone che abbiamo bruciato nella progresiva industrializzazione del mondo ha creato una situazione che ora ci è sfuggita di mano.
Gli alberi sul podere di Bunker's Hill, come tutte le piante del nostro mondo odierno, hanno accelerato la fotosintesi, una cosa che sembra quasi da fantascienza, ma non riescono ad assorbire tutto l'eccesso di anidride carbonica che viene emesso nell'aria: ne compensano circa un terzo di quell'eccesso. I gas ad effetto serra (vapore acqueo, anidride carbonica e metano) hanno fatto sì che negli ultimi cento anni la temperatura mondiale sia aumentata di un grado e ormai si prospetta il pericolo di un aumento di altri tre gradi nei prossimi decenni con effetti disastrosi: già i ghiacci polari si stanno fondendo.
Qual è la soluzione? Si potrebbero fare massicci rimboschimenti ma invece stiamo tagliando le foreste. Si potrebbe ridurre la nostra richiesta di energia ma tutti si comprano il condizionatore d'aria. Si potrebbe dichiarare l'industrializzazione un fallimento e tornare alla terra, anche senza i consigli del bisnonno.
Cerco di immaginare cosa direbbe Thomas Addey di questo podere umbro. Sono sicura che sarebbe felice che almeno la nipote di Francis sia tornata al podere a imparare tutto da capo.

















leggi tutto...

“Più riusciamo a focalizzare la nostra attenzione sulle meraviglie e le realtà dell'universo attorno a noi,
meno dovremmo trovare gusto nel distruggerlo” Rachel Carson

Non mi stancherò mai di ammirare. Cosa? Tutto! La rugiada del mattino che evapora, le nuvole che lasciano spazio al cielo azzurro autunnale e i colori di questa stagione di cui il mio intero essere pare beneficiare. Il rospo nell'orto e le stelle; avete visto che cielo ieri? Meraviglioso! Trovo senza sforzo alcuno che tutto quanto in natura sia bello; devo invece sforzarmi quando passeggio per le strade della città perché i malodori, i rumori, la gente vestita come in un film in bianco e nero distraggono. Ammiro lo spazzino della stazione che risponde sorridendo a stranieri e non che gli chiedono informazioni sull'orario di un treno o dell'apertura dell'ufficio non-so-che; ammiro le sciarpe e le scarpe colorate dei bambini che si distinguono tra la folla; ammiro l'arte dipinta su muri e palazzi che osservo mentre sul vagone qualcuno legge un libro e tutti gli altri sono chini e gobbi sui loro smartphone...

leggi l'estratto dal libro "La botanica del desiderio": l'origine della bellezza, stratega di sopravvivenza

Per un periodo di tempo immemorabile la nostra specie è stata istintivamente sintonizzata sul bello. In quei giorni lontani, prima dell'avvento dell'automobile, della lavatrice e dello spazzolino elettrico, gli artigiani e i musicisti, i carpentieri e i poeti, i pittori e i danzatori semplicemente non sapevano come fare una cosa brutta. Per loro la bellezza aveva la stessa onnipresenza che l'acqua ha per il pesce, dava dignità e significato a vite scialbe e incolori, ispirava grandi - e spesso barbare - civiltà, nelle quali però la gente viveva vote creative e utili.
Che non sia più così è un dato di fatto. Molti di noi nell'Occidente industrializzato hanno perso questo istinto. Basta osservare una finestra nel muro di una vecchia casa di campagna: la posizione, le proporzioni, i materiali hanno una sensibilità istintiva, dignitosa. Prendete invece la finestra di una casa moderna: la posizione non dice quasi mai nulla, le proporzioni nemmeno, i materiali sono freddi, il design spesso non relazionato alle superfici circostanti. In generale, le costruzioni moderne vengono tutte calcolare sulla carta e concepite a distanza dal contesto ambientale in cui si trovano.
L'anima ha un istinto, è così che gli animali sanno dove trovare le erbe medicinali e l'acqua, ma oggi quel sentimento non cosciente per l'armonia si è per così dire atrofizzato: finestra dopo finestra, stanza dopo stanza, casa dopo casa, strada dopo strada, la capacità di dare giudizi estetici con sensibilità è spesso andata perduta e le tossine della bruttezza hanno invaso le nostre anime. Una nuova stazione di servizio, un'illuminazione pubblica invasiva, una foresta sradicata, non sono meri disastri urbanistici: le ferite che infliggono sono ancora più gravi perché distruggono l'ambiente nel quale la cultura del posto ordina le proprie idee.
La gente del passato viveva in circostanze mentali, morali e fisiche tanto differenti dalle nostre da costruire quasi una diversa civiltà. Tuttavia certe qualità di condotta si sono rivelate permanenti: la creatività umana, il desiderio e l'abilità di esercitare l'immaginazione creativa, e il suo corollario, l'espressione e il godimento del bello della vita di tutti i giorni.
Guardando all'eredità della nostra lunga storia risulta ovvio che la bellezza abbia svolto un ruolo importante. In tute le civiltà dimenticate essa permeava ogni cosa: dal disegno di un carro ad una barca a remi, dall'ornamento di un fodero alla decorazione di un vestito. Quando era in gioco la bellezza, non si teneva conto né del tempo, né del costo, né della quantità di lavoro. Quando poi era coinvolto anche Dio - il che succedeva abbastanza spesso - non si badava a spese. Il profeta Maometto dichiarava: "Dio è bello e ama la bellezza" e Cristo invitava ad emulare i gigli nei campi. Questi assiomi non avevano bisogno di imposizioni: a quei tempi la bellezza non era mai periferica, come il cibo e il bere per il corpo; era un ingrediente necessario della vita.
Oggi molti di coloro che vivono in Occidente hanno priorità diverse. Il desiderio della maggioranza è quello di acquisire comfort materiale: una buona casa, una buona macchina, una buona pensione... Anche coloro che vivono in paesi buddisti o islamici hanno fatto scelte nelle quali la bellezza ha una scarsa rilevanza.
Se da una parte ci sono designer e artisti, giardinieri e cuochi, ingegneri e costruttori, insegnanti e sarti, parrucchieri e tipografi che escono dall'ordinario per creare effetti esteticamente piacevoli, nella maggior parte dei  casi la bellezza viene ignorata; tra gli architetti spesso non sembra nemmeno presa in considerazione.
In una civiltà nella quale l'obiettività è considerata scientifica, le acquisizioni materiali motivo della realizzazione umana e lo sviluppo tecnologico chiave del progresso sociale, difficilmente ci si può aspettare che la bellezza abbia molto peso. Non c'è da meravigliarsi quindi se lo psicologo americano James Hillman lamenti «ottanta anni di psicologia dell'inconscio senza un pensiero per la bellezza» (eighty years of depth psychology without a thought to beauty, The Essential James Hillman) che l'architetto Lord Rogers scriva «l'indisponibilità dei politici a parlare di design, di architettura e di estetica è così totale che essa passa quasi inosservata» e che il filosofo John Armstrong, ne Il potere segreto della bellezza, osservi «per lungo tempo è stato in qualche modo sconveniente gradire o amare un'opera d'arte per la sua bellezza. [...] Le opere d'arte contemporanea [...] sono per lo più apprezzate per la loro capacità di disturbare o sfidare chi le guarda, quasi mai per la loro bellezza». Per giunta, l'artista Mark Hutchinson confessa «la bruttezza ora è considerata interessante». Un post-modernista potrebbe persino affermare che la bellezza non esiste affatto e che ogni manifestazione umana vale quanto l'altra. Piuttosto, io sono d'accordo con Confucio: c'è bellezza ovunque, ma non tutti riescono a vederla.
Ci sono milioni di persone convinte del fatto che un ambiente brutto non abbia conseguenze significative sulle persone che vi abitano. Ciò che importa, sostengono, sono le cose alle quali la nostra società dedica già la maggior parte delle sue risorse: sanità, lavoro, benessere, ricchezza, educazione e alloggi (e poi ci sono sempre le conseguenze del cambiamento climatico...). Tutto ciò ha indubbiamente la sua importanza, ma se esiste una incompatibilità di fondo con l'aspetto estetico, ci deve essere sicuramente qualcosa che non va. Se poi consideriamo il livello di ricchezza privata e pubblica di ogni nazione occidentale, questa incompatibilità risulta ancor meno giustificabile.
© Bruno Morandi - India, Rajasthan
Una donna pittura il suolo della sua abitazione
in occasione della festa del nuovo anno.
Perché i nomadi dell'Asia e del Medio Oriente possono permettersi di dare tanta importanza alla bellezza, alla grazia e alla nobiltà di spirito mentre noi, loro contemporanei di gran lunga più ricchi dal punto di vista materiale, restiamo indifferenti davanti allo squallore delle nostre città industriali, al moltiplicarsi di agglomerati suburbani, di condomini-formicai, di orrendi centri commerciali e scuole? Come possiamo tollerare la negazione di ciò che in noi aspira alla nobiltà e alla dignità? Come siamo arrivati ad essere anestetizzati a tal punto che i nostri cuori non corrispondono più al volto sensuale del mondo e fanno diventare tutto monotono, identico e brutale?
Mentre a milioni protestiamo per le cattive condizioni dei servizi sanitari nazionali, del livello dell'educazione e per i danni che la nostra specie reca in ogni angolo del pianeta, mettendo a repentaglio e distruggendo migliaia e migliaia di altre specie con le quali condividiamo questa Terra, in pochi parlano di una conseguenza non meno pericolosa e spiritualmente dannosa del nostro modo di vivere industriale: la bruttezza. In pochi riescono a vedere quest'ultima come un vero e proprio inquinamento dannoso e corrosivo, proprio come quelli che stanno distruggendo l'equilibrio dell'ecosfera.
Tra l'altro, questa non è la prima volta che veniamo ingannati da una visione del mondo che ci sta mettendo in pericolo. Pensate ai danni causati dai pesticidi sintetici prima dell'accorato appello di Rachel Carson in Primavera silenziosa. Prima della pubblicazione di questo libro (1962) c'era stata una congiura del silenzio sui pericoli rappresentati da queste sostanze, mentre una presa di coscienza di un aparte seppur minoritaria della popolazione ha fatto nascere e crescere il movimento dell'agricoltura biologica. Un destino simile toccherà prima o poi anche alla bruttezza della nostra civiltà.
Certamente ci sono segnali di cambiamento. È però importante chiedersi che cosa possiamo sentire nell'anima e a livello neuropsichico quando viviamo in un ambiente brutto, rumoroso e brutale oppure, al contrario, in un ambiente tranquillo e ritemprante. Anche se mancano studi approfonditi su questo argomento, ricordo lo studio condotto nel 1984 dal dottor Roger Ulrich presso il Pennsylvania Hospital: i pazienti con una vista su alberi e fiori necessitarono di un tempo di convalescenza più breve del 9% rispetto a quelli che avevano la vista su un muro di mattoni: 7,96 giorni contro 8,7 [per leggere tutto il rapporto clicca QUI]. È necessario riflettere anche sulle patologie sociali odierne; basti vedere l'aumento della violenza e della depressione (in Italia, tranquillanti e ansiolitici sono tra i farmaci più diffusi).
Si può argomentare che una crisi di questa portata possa avere poco a che fare con la bruttezza, ma ce l'ha, io credo, indirettamente. Quindi, la domanda che dobbiamo porci è: perdendo la bellezza stiamo forse perdendo qualcosa di vitale? Se diamo per scontata la comune asserzione che l'aspetto estetico abbia solo un valore superficiale, di mero accessorio della vita, la risposta può essere negativa. Ma se fosse qualcosa di più, qualcosa di fondamentale per il nostro benessere, qualcosa che nobilita, che cura e ispira, qualcosa che è essenziale al nostro spirito e alla nostra salute, la lobotomia della bellezza si rivela essere una questione di vitale importanza per ciascuno di noi e per la salute della società.
La bellezza è nutrimento dell'anima. Ci dà dignità come specie. Senza di essa siamo gente mediocre, ignorante nella grazia, trascurata nello spirito. È tempo di risvegliarsi alla possibilità di una cultura che riconosca l'importanza della bellezza. È tempo di riconoscere che siamo pienamente umani solo quando ci troviamo a contatto con il bello.
leggi tutto...

Dalle campagne mediatiche alle petizioni per le vaccinazioni coatte, storia di un popolo in preda alla paura.

Il New York Times riferisce di un nuovo studio che ha rilevato come il maggior rischio per i bambini di essere infettati con il batterio che causa la pertosse arrivi dai fratelli maggiori. Il Times spiega che questo “è probabilmente il risultato della diminuita immunità tra i bambini e adolescenti che hanno ricevuto il vaccino DTaP (ndt: difterite, tetano pertosse acellulare)”.  Infatti, la diminuita immunità è un problema serio del vaccino combinato DTaP. Uno studio recente pubblicato su Pediatrics concludela protezione data dal vaccino DTaP diminuisce nel giro di 2-4 anni. È possibile che la mancanza di una protezione a lungo termine dopo la vaccinazione contribuisca ad aumentare i casi di pertosse tra gli adolescenti. Ma il Times sta disorientando i suoi lettori raccontando loro solo una parte della storia, lasciando i lettori con l’impressione che basterebbe fare più “richiami” per risolvere il problema. Non è così.

Individui Vaccinati diffondono la malattia
La diminuzione della immunità in se stessa non spiega il trend descritto. Come puntualizza un altro recente studio pubblicato nel giornale Clinical Infectious Diseasesla pertosse è attualmente la malattia prevenibile da vaccino meno sotto controllo nonostante una eccellente copertura vaccinale e nonostante le 6 dosi di vaccino raccomandate tra i 2 mesi di età e l’adolescenza. La bassa copertura vaccinale non è il problema. Una informazione basilare di cui il Times non rende edotti i suoi lettori è che il vaccino NON previene la trasmissione della malattia. Al contrario, gli individui vaccinati possono esserne portatori asintomatici. Uno studio condotto dalla FDA e pubblicato in PNAS ha evidenziato come i babbuini vaccinati fossero protetti da sintomi severi associati alla pertosse ma non dalla colonizzazione, non si liberassero dell’infezione prima degli animali “naive” (ndt: non da esperimento), e trasmettessero facilmente la Bordetella pertussis ai loro contatti non vaccinati.
I ricercatori hanno argomentato che questo era dovuto alle differenze tra l’immunità conferita dalla infezione contratta naturalmente e quella conferita dal vaccino. L’infezione naturale conferisce una robusta immunità cellulo-mediata che la vaccinazione in realtà previene favorendo l’immunità umorale, che significa che il vaccino stimola la produzione di anticorpi ma non la memoria di cui le cellule hanno bisogno per una immunità robusta e di lunga durata. La FDA ha riassunto in un comunicato stampa che le loro scoperte suggerivano che sebbene gli individui immunizzati con un vaccino antipertossico acellulare possano essere protetti dalla malattia, essi possono comunque infettarsi con il batterio senza necessariamente ammalarsi e sono in grado di diffondere l’infezione ad altri individui, inclusi i neonati.
Il direttore del Centro per le valutazioni e la ricerca biologica del FDA, dove lo studio è stato condotto, lo ha descritto come “significativamente importante per la comprensione di alcune delle ragioni del crescente numero di casi di Pertosse”. Il New York Times ha in effetti, incidentalmente, riferito quanto scoperto dallo studio FDA, ovvero che “gli individui vaccinati di recente possono continuare a diffondere l’infezione senza ammalarsi”. Il giornale ha anche riportato quanto dichiarato dall’autore capo dello studio che spiegava quando sei stato da poco vaccinato, sei un portatore asintomatico, cosa che va bene per te ma non per il resto della popolazione.
Questo è l’opposto di quanto viene solitamente detto ai genitori riguardo la necessità di vaccinarsi, che il “gregge” ha bisogno di essere vaccinato per proteggere quelli troppo giovani per ricevere il vaccino: i neonati. Infatti, la logica conclusione di quanto scoperto dallo studio è che i genitori che vaccinano un bambino che ha un fratello neonato stanno mettendo a rischio il neonato. E sono i neonati, non i bambini più grandi, che sono più a rischio di sviluppare serie complicanze dalla malattia. Non c’è bisogno di dire che il rischio non è qualcosa di cui i genitori vengono normalmente informati durante le loro visite dal pediatra (o dai media, come il Times ha così appropriatamente dimostrato in questo esempio). Ma non è tutto. C’è un altro rischio connesso alla vaccinazione di cui i genitori non vengono messi al corrente.

Politiche vaccinali e selezione genetica
L’utilizzo diffuso del vaccino antipertossico sembra abbia portato alla naturale selezione (o sarebbe meglio dire innaturale selezione) di ceppi batterici che non solo sono più resistenti al vaccino, ma in effetti “preferiscono” individui vaccinati. Come l’abuso di antibiotici ha portato all’allarmante aumento di “super microbi” antibiotico-resistenti, allo stesso modo i vaccini possono spingere i virus ed i batteri ad operare una selezione di ceppi più resistenti e potenzialmente più virulenti. Nel caso della Pertosse, il CDC ha notato internamente che “la recente ripresa di casi di pertosse è stata associata alla diminuzione dell’immunità nel tempo in persone che hanno ricevuto il vaccino acellulare”, ma che uno studio recente suggerisce un’altra spiegazione per la diminuita efficacia del vaccino: un aumento di campioni di Bordetella pertussis nei quali manca la pertactina (PRN) – un componente antigenico chiave del vaccino antipertossico. Uno studio che ha esaminato ceppi di B.pertussis isolati tra il 1935 ed il 2012 per verificare inserzioni di geni che impediscono la produzione di PRN, ha evidenziato un aumento significativo di campioni clinici privi di PRN in tutti gli Stati Uniti. Il primo ceppo privo di PRN venne isolato nel 1994; al 2012, la percentuale di campioni privi di PRN era più del 50%. I ricercatori del CDC hanno esaminato i dati delle epidemie accadute a Washington e nel Vermont. Questo è cio’ che hanno scoperto: i risultati indicavano che l’85% dei campioni clinici erano privi di PRN e che i pazienti vaccinati avevano probabilità significativamente maggiori rispetto i pazienti non vaccinati di infettarsi con ceppi privi di PRN. In più, quando venivano paragonati i pazienti con vaccinazioni DTaP aggiornate e pazienti non vaccinati, le probabilità di essere infettati con ceppi privi di PRN erano maggiori (nel primo gruppo, ndt), cosa che suggeriva che i batteri PRN potrebbero avere un vantaggio selettivo nell’infettare le persone vaccinate con DTaP.

Quindi, per riassumere:
• Il vaccino antipertosse non previene la trasmissione della malattia (infatti può aumentare la trasmissione visto che gli individui vaccinati possono essere asintomatici e quindi non viene presa alcuna precauzione nell’esporre i neonati).
• La maggior parte dei ceppi di Bordetella pertuissis circolanti negli stati uniti sono privi di prn.
• Gli individui vaccinati sono a rischio maggiore di infettarsi con ceppi privi di prn rispetto gli individui non vaccinati.

La logica conseguenza è che ora – ironicamente grazie alla politica vaccinale – è inevitabile che vaccinare i bambini contro la pertosse non solo mette a rischio i neonati della famiglia di contrarla, ma mette a grande rischio anche gli stessi bambini vaccinati.
Un successivo studio in Clinical Infectious Diseases analizzava i dati provenienti da otto stati (degli stati uniti, ndt) e ha evidenziato che, complessivamente, 85% dei campioni di pertosse erano privi di PRN, con un range che andata dal 67% in Colorado al 100% nel New Mexico. Inoltre è stato rilevato che gli individui vaccinati avevano “significative maggiori probabilità” di avere la Bordetella Pettussis priva di PRN rispetto gli individui non vaccinati. E per “significative” intendevano che gli individui vaccinati avevano doppie probabilità di infettarsi rispetto i non vaccinati. Infatti, scoprirono che i pazienti completamente vaccinati (in regola con i richiami, ndt) avevano “da 2 a 4 volte maggiori probabilità” di avete la B.pertussis priva di PRN rispetto i non vaccinati. Senza voler identificare esplicitamente la politica vaccinale quale motivo scatenante, notano la comparsa di un “vantaggio selettivo nel non avere la proteina” per il batterio. Infatti. Naturalmente uno potrebbe pensare che queste scoperte possano portare a mettere in discussione le politiche vaccinali. Ma la miopia istituzionale fa sì che mettere in discussione queste politiche sia fuori questione. Lo studio dell’FDA che ha scoperto che i vaccini antipertosse non prevengono la trasmissione della malattia, per esempio, concludeva che la soluzione fosse “lo sviluppo di migliori vaccini”.
Il semplice concetto che il corpo umano è stato disegnato naturalmente per avere un sistema immunitario in grado di respingere le malattie infettive e che dovremmo quindi focalizzarci sui modi per costruire una immunità naturale, rappresenta un anatema rispetto la teoria alla base della politica vaccinale pubblica (senza contare i profitti megagalattici per le compagnie farmaceutiche alle quali il governo degli Stati Uniti ha garantito l’immunità dai danni provocati dai loro vaccini). I genitori dovrebbero per lo meno essere informati adeguatamente dai media, dal personale sanitario, e dai propri pediatri. Ma far sì che anche solo quel pizzico di sensibilità venga largamente praticato sarà di certo una lunga strada in salita per chi difende il consenso informato.

Fonte: thevaccinereaction.org traduzione a cura di Redazione Comilva - articolo originariamente pubblicato nel blog di Jeremy Hammond.

LEGGI ANCHE
• La vitamina GREEN, ovvero, il ruolo della Natura 
per la nostra salute e il rafforzamento del sistema immunitario
• Vaccinazioni pediatriche: dire no è un diritto che deve essere esercitato 
tramite l'Obiezione Attiva e il Dissenso Informato. Ecco come fare.

e se hai ancora dubbi guarda il video


letture di approfondimento consigliate e se scegli di acquistare
verifica le promozioni e segui le indicazioni alla pagina 
www.maninellaterra.org/p/mani-che-si-porgono.html
Vaccinazioni: Soluzione o Problema?
G. De Micheli,
P. Brunetti
Vaccinazioni: Soluzione o Problema?
Andromeda Edizioni
Vaccini e Bambini - La Prova Evidente del Danno
David Kirby
Vaccini e Bambini - La Prova Evidente del Danno
Macro Edizioni
Le Vaccinazioni di Massa
Roberto Gava
Le Vaccinazioni di Massa
Salus Infirmorum
Le Vaccinazioni Pediatriche
Roberto Gava
Le Vaccinazioni Pediatriche
Salus Infirmorum
La Sindrome Influenzale in Bambini e Adulti
Roberto Gava
La Sindrome Influenzale in Bambini e Adulti
Salus Infirmorum
leggi tutto...

Leggi anche Vaccini e pertosse: falsi miti e verità - Rifiutare la vaccinazione per i propri figli è un diritto dei genitori, che deve essere esercitato tramite l'Obiezione Attiva e il Dissenso Informato: l'avvocato Ventaloro ci spiega come fare.

In Italia, le vaccinazioni obbligatorie per l’infanzia (pediatriche), sono quattro: antipoliomielitica (Legge n. 51/1966), antidifterica (L.891/1939), antitetanica (L. 292/1963), antiepatite-b (L. 165/1991). Esse dovrebbero essere somministrate una alla volta, a distanza di tempo, e a un’età giusta onde non fare correre rischi al minore. Invece, vengono somministrate in forma esavalente o eptavalente, ovvero in un gruppo di sei vaccinazioni. Ciò vale a dire che unitamente alle quattro obbligatorie, oggi le varie ASL inseriscono altre due o tre vaccinazioni, generalmente Pertosse, Haemophilus, Antimeningococco. Di fatto, con questa inclusione, il minore assume sei o sette vaccinazioni e un carico ‘tossico’ corrispondente. Il genitore però, sempre nel supremo esercizio dei diritti di potestà genitoriale (ora divenuta ‘responsabilità genitoriale’ - art. 316 e segg. c.c.), ha il diritto di potere chiedere l’effettuazione di una vaccinazione alla volta, limitandosi alle sole quattro obbligatorie, e anche distanziate nel tempo.
Nessuno può essere obbligato a subire le vaccinazioni ‘facoltative’ che, per tale definizione, possono ben essere rifiutate. Generalmente le Asl ‘spingono’ molto anche per l’effettuazione delle altre vaccinazioni non-obbligatorie, quali l’antinfluenzale, la vaccinazione MPR (morbillo, rosolia, parotite) e altre. Va detto che sovente gli avvisi delle Asl in merito alle vaccinazioni facoltative sono piuttosto ambigui, non risultando con chiarezza che tali vaccinazioni non sono obbligatorie. Ciò dovrebbe invece essere comunicato in maniera manifesta e ben comprensibile, onde non indurre in errore il cittadino. Stante l’insorgere di problematiche, sin dalla loro introduzione, legate al potenziale danno, le vaccinazioni oggi sono argomento molto dibattuto. Oggetto di leggi e di interventi ora sempre più frequenti e tutelanti da parte della Magistratura, lo stesso Stato italiano ha preso atto, già da tempo, del fattore di rischio, e ha promulgato norme di grande modernità relativamente alla cautela vaccinale. Vediamole sommariamente:
- la L. 210/1992 che unitamente alla L. 229/2005, stabilisce un indennizzo per i danni da vaccinazione;
- il D.M. 12.12.2003, cosiddetta ‘Vaccinovigilanza’ o ‘Farmacovigilanza’, ovvero una procedura obbligatoria per le ASL di avviso agli utenti, di raccolta dati e di segnalazione, in merito ad ogni reazione avversa alla vaccinazione;
- il D.P.R. n. 355/1999 che ha sancito la libera frequenza scolastica ai soggetti non vaccinati. Norma questa estesa in via analogica a tutte le comunità infantili (nido, materne, asili), sia pubbliche che private.

Il rifiuto alla vaccinazione: l'Obiezione Attiva 
Parallelamente alla grande attenzione sulla questione vaccinale, sia da parte dei cittadini che da parte del mondo scientifico e normativo-giudiziario, nel corso dell’ultimo ventennio si è consolidata una diffusa procedura di rifiuto alla vaccinazione, procedura consentita e tutelata dall’Ordinamento.
Questa è l’Obiezione Attiva. L’Obiezione Attiva consente il rifiuto della prassi vaccinale obbligatoria, senza incorrere nella commissione di un illecito. È stata codificata in numerose norme regionali che l’hanno disciplinata. Le Regioni in questione sono: Veneto, Lombardia, Provincia di Trento, Piemonte, Emilia Romagna, Umbria, Toscana. Abruzzo, Sardegna (ricordiamo che l'articolo è del trimestrale ottobre/dicembre 2014). Di fatto la procedura è comunque estesa a tutte le Regioni attraverso circolari regionali; oppure lo è per estensione analogica detta in bonam partem. È una procedura molto importante, addirittura fondamentale, di moderna ispirazione etico-giuridica. Vediamo in cosa consiste.

Per praticare l'Obiezione Attiva è necessario: 
1) prendere posizione sulla prassi vaccinale formalmente con l’Asl a mezzo di raccomandata a.r.;
2) presentarsi sempre ai colloqui convocati dall’asl;
3) firmare il modello di Dissenso Informato (pdf - word), o modificandolo nella parte in cui si viene definiti ‘debitamente informati’, oppure firmarlo senza alcuna modifica, qualora ci si ritenga sufficientemente informati dall’asl.
Dal punto di vista del diritto genitoriale, è assolutamente sconsigliato nascondersi o ignorare gli inviti e le missive dell'Asl. Non sarebbe obiezione, ma semplice fuga o inerzia e rappresenterebbe un rischio per la potestà (responsabilità genitoriale). L'obiezione di coscienza, nella forma dell’Obiezione Attiva, è un comportamento 'attivo' dal punto di vista etico e civico, serve a manifestare regolarità genitoriale (altrimenti si potrebbe sostenere che i genitori 'se ne fregano' della salute dei figli, nonchè delle Istituzioni), e a diffondere una buona cultura sanitaria. È importante praticare correttamente l’Obiezione Attiva, poiché recentemente alcuni Tribunali per i Minorenni hanno riattivato procedure sulla potestà, proprio nei confronti degli obiettori silenti e inattivi, ovvero coloro che non avevano praticato Obiezione Attiva. Inoltre praticare l'Obiezione Attiva serve a dare all'Asl la dimensione del dissenso sul territorio, altrimenti sovente si è sentito dire che "l'obiezione non esiste!".

Che cos'è il Dissenso Informato
Vale la pena di esaminare la procedura di Dissenso Informato, che è parte integrante dell’Obiezione Attiva. La procedura di Dissenso Informato, istituita dalla Conferenza di Oviedo del 4 aprile 1997 (partecipazione e adesione consapevole e formale dei cittadini europei alle procedure sanitarie che li riguardano), non prevede alcun obbligo di forma, né obbligo di modulistica. Prevede che l’adesione consapevole del cittadino europeo alla procedura sanitaria sia manifestata in maniera personale, libera, cosiddetta 'di scienza'. Tale volontà dei genitori quali cittadini europei, non è subordinabile a nulla, né coercibile o richiedibile come conforme a modulistica, a prestampati, o contenuti già preparati (come vorrebbero le Asl). Secondo la normativa uscita dalla Conferenza di Oviedo e secondo tutta la normativa italiana che ne ha dovuto recepire i contenuti, la procedura di Dissenso Informato tutela la consapevole partecipazione del cittadino all'iter sanitario, non certo il 'banale' rispetto della modulistica. In ossequio a ciò, come è ovvio, il genitore dichiara ciò che vuole e nella forma che vuole. Poiché il Dissenso Informato proposto dall’Asl è un modulo ministeriale "di comodo", si suggerisce per fare accettare meglio le eventuali aggiunte (così come indicate nell’Obiezione Attiva) senza che nascano controversie inutili, e prima di redigere un modello ex novo, di utilizzare quello dell'Asl, opportunamente modificato, se lo si ritiene necessario. L’Asl è obbligata ad accettare tutto ciò che viene dai dichiaranti, liberi e identificati come cittadini, e non può subordinare nulla al rispetto della modulistica: sono successi casi di denunce e cause già risolte in favore dei dichiaranti. Qualora l’Asl non accetti la dichiarazione o le modifiche dei genitori, allora il Dissenso Informato lo si può inviare modificato, inviandolo con spedizione raccomandata a/r. o consegnandolo all'Ufficio Protocollo dell'Asl. Non partecipare all'iter del dissenso rappresenta un addebito genitoriale (fuga e menefreghismo).

Le vaccinazioni sportive 
Altra questione di grande importanza è quella delle vaccinazioni sportive, in relazione, generalmente, alla richiesta vaccinazione antitetanica. Le vaccinazioni cosiddette "sportive" sono un retaggio di norme vecchie, obsolete e paradossali. La Costituzione ha l'assoluta preminenza in base a un semplice e doveroso rapporto di gerarchia di norme. Infatti in ogni caso, in ossequio alla nostra Costituzione, non è possibile subordinare la pratica sportiva all'effettuazione delle vaccinazioni, soprattutto quando questa sia rifiutata con serie motivazioni. Il diritto alla libera determinazione dei cittadini nelle forme ritenute congrue (sport, associazionismo, ecc.) è preminente rispetto alla norma vetusta che impone le vaccinazioni sportive. E poi c’è l’invalicabile diritto alla salute (art. 32 Cost), di fronte al quale ogni norma deve arretrare.
Quindi sussiste il pieno diritto alla frequenza sportiva anche senza le vaccinazioni. In tal senso è sovente risultato risolutivo e perfettamente in linea con la normativa, fare un dosaggio anticorpale antitetanico (semplice esame del sangue) e verificare la presenza di anticorpi del tetano. Generalmente tale dosaggio è in misura più che sufficiente, cosa che rende assolutamente superflua la vaccinazione. In ultima istanza si potrà proporre al centro sportivo una liberatoria con assunzione di responsabilità dei genitori quanto alla mancata pratica vaccinale.
Se tutto questo non bastasse, allora bisogna intervenire legalmente. Le stesse considerazioni valgono per le cosidette "vaccinazioni lavorative".

Articolo pubblicato per gentile concessione di Scienza e Conoscenza n. 50 - Scritto da Luca Ventaloro Avvocato Cassasionista, esperto di Diritto Familiare-Minorile, Diritto Penale, Diritto Sanitario. Docente di Diritto di famiglia e sanitario presso l'ISSPOS, Membro dell'Ufficio del Garante per l'Infanzia della Regione Emilia Romagna, Esperto Giuridico AUSL di Rimini U.O. Tutela dei Minori. Relatore a convegni universitari e giuridici di Diritto minorile e familiare, Docente in Corsi di Formazione per Servizi Sociali, Avvocati e Giuristi autore di articoli su riviste specializzate di Diritto di Famiglia, autore di pubblicazioni giuridiche di diritto minorile. Fa parte del Consiglio direttivo del Comilva, il Coordinamento del Movimento Italiano per la Libertà delle Vaccinazioni. Per info: ventaloro.avv@libero.it

per approfondire ecco un'estratto dal libro "Le Vaccinazioni Pediatriche" di Roberto Gava
leggi tutto...

Pere dall’Argentina, mele dalla Nuova Zelanda, vino dalla California, pomodori dalla Cina. Uno degli effetti più evidenti della globalizzazione è la grande disponibilità di prodotti alimentari provenienti da paesi lontanissimi. Non ci riferiamo ai tradizionali prodotti esotici che richiedono condizioni climatiche tropicali (banane, ananas, tè e caffè), ma a frutta, verdura, vino, latte, addirittura acqua minerale importati in Italia da altri paesi perché disponibili sul mercato internazionale a prezzi più convenienti. A pagare i costi di questo incessante traffico di merci da un continente all’altro è in primo luogo l’ambiente: sono anni ormai che la maggioranza degli esperti punta il dito sull’elevato consumo di combustibili fossili, che grande impiego trovano proprio nell’agrochimica e nei trasporti su lunga distanza. Un'altra conseguenza del cosiddetto libero mercato è la destabilizzazione dell’economia dei paesi (di tutti i paesi!), le cui aziende locali non riescono a fare concorrenza ai prodotti di largo consumo provenienti dall'estero. Non parliamo poi di qualità. Quale? Dei prodotti, del lavoro, della vita... fai tu; qui non ne parliamo perché il dubbio è dove sia. Insieme a lei ci sono la diversità e soprattutto la moralità. Come sempre, però, c'è una soluzione e forse anche più di una...!

L'economia della Felicità
Nel periodo dei premi nobel e durante la svendita di expo (guarda qui) tiriamo fuori dall'archivio un'intervista a Helena Norberg-Hodge, premio nobel alternativo e pioniera del movimento per il cibo locale. Già nel 2003 (ma anche prima) l'antropologa, considerata tra gli ambientalisti più influenti al mondo, ci comunicava che "la soluzione è nella localizzazione". Qualche anno più tardi è uscito il suo documentario "L'economia della felicità", dove ci racconta di un altro mondo possibile, di una strada da affrontare per uscire dalla crisi. Ve ne consigliamo la visione e intanto... buona lettura!


Consumare cibo locale. Sembra quasi un ritorno all'autarchia. Non è un controsenso in un'epoca di grandi scambi internazionali?
Consumare cibo locale non significa tornare all'auto-sufficienza alimentare, ma semplicemente mirare ad un equilibrio tra commercio e produzione locale, diversificando l'attività economica e accorciando, ogni volta che sia possibile, la distanza tra produttore e consumatore.

Quali sono a grandi linee i limiti dell'attuale globalizzazione alimentare?
La globalizzazione alimentare si basa su una teoria economica molto semplice: invece di produrre una varietà di cibi diversi, ogni nazione o regione è spinta a specializzarsi su uno o due tipi di produzioni alimentari, quelle che possono essere ottenute ad un costo tale da essere concorrenziale nei confronti di tutti gli altri produttori. In teoria questo sistema dovrebbe assicurare grandi benefici economici, in realtà si è dimostrata una delle maggiori cause di fame e di degrado ambientale.

Puoi spiegarne meglio i motivi?
L'ambiente ne ha risentito in modo particolare. La globalizzazione delle colture richiede la racconta centralizzata di enormi quantità di singoli raccolti e conduce alla creazione di immense monocolture. Queste a loro volta richiedono l'uso massiccio di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici. Tutte pratiche che portano all'eliminazione sistematica della biodiversità, all'erosione dei terreni, all'antropizzazione dei corsi d'acqua e all'avvelenamento degli ecosistemi circostanti. Dal momento che i prodotti del sistema globalizzato sono destinati a mercati lontani, il chilometraggio delle derrate alimentari è cresciuto tanto da rendere il trasporto di cibo uno dei maggiori fattori d'uso di combustibili fossili e del conseguente inquinamento ad emissione di gas.
[NOTA: nell'intervista originale Helena fa un esempio, ma essendo passati più di dieci anni non riteniamo opportuno riportarlo]

Questo fenomeno di concentrazione della produzione spesso è accompagnato da un vistoso declino della qualità...
"Prendemmo dell'acqua distillata, che normalmente
forma splendidi cristalli, e la riscaldammo per 15 sec
in un forno a microonde. Riuscimmo a scattare solo
immagini grottesche..." Masaru Emoto
dal libro "Il vero potere dell'acqua"
Sì, a causa della globalizzazione alimentare, la gente in tutto il mondo è indotta a consumare grosso modo lo stesso cibo. In questo modo le monocolture alimentari vanno a braccetto con una crescente monocoltura umana nella quale i gusti e le abitudini alimentari della gente vengono omogeneizzati. Ciò avviene, almeno in parte, attraverso la pubblicità che promuove cibi adatti alle monocolture, alle raccolte meccanizzate, al trasporto su lunghe distanze e alla lunga conservazione. Si sviluppano continuamente nuovi additivi e nuove tecniche per allungare la durata degli alimenti. Ad un consumatore sempre più frettoloso, le multinazionali forniscono cibi "comodi" che si possono rapidamente riscaldare nel forno a microonde. Per non parlare poi del valore nutrizionale degli alimenti che a causa degli elaborati sistemi di trasformazione e tempi di trasporto oggi risulta drasticamente ridotto. Gli alimenti di produzione locale sono invece più freschi e quindi più nutrienti. Hanno bisogno di meno conservanti o altri additivi e i metodi di coltivazione che seguono l'agricoltura naturale contribuiscono a eliminare i residui di pesticidi. Anche la sicurezza alimentare aumenterebbe se la gente facesse più ricorso agli alimenti locali, perché il controllo sugli alimenti sarebbe sparso e decentralizzato invece che in mano ad un pugno di multinazionali. E se i paesi del Sud del mondo fossero incoraggiati ad utilizzare la loro forza lavoro e le loro terre migliori per i consumi locali e non per coltivare prodotti di lusso per i mercati del Nord, diminuirebbe anche la fame endemica e la migrazione forzata.

pesticidi rischio fertilitàVisti tutti questi limiti perché la globalizzazione alimentare sta prendendo piede così rapidamente?
Anche coloro che ne riconoscono gli effetti negativi sono portati a credere che il sistema alimentare globalizzato sia necessario perché produce più cibo e lo distribuisce a un prezzo minore. In realtà, tale sistema non è più produttivo di quello localizzato, né tanto meno più economico. Studi condotti in tutto il mondo dimostrano che aziende agricole a produzione diversificata su piccola scala assicurano una produzione totale per unità di terreno maggiore delle monocolture su vasta scala. In realtà se la priorità fosse davvero quella di combattere la fame, il cambiamento verso i sistemi di produzione localizzati dovrebbe iniziare immediatamente dal momenti che essi sono molto più efficienti in tal senso. La produzione globalizzata è anche molto più costosa, anche se una larga parte del costo di produzione non si riflette nel suo prezzo finale. Una parte significativa del prezzo degli alimenti globalizzati è costituita da costi sociali "nascosti" che noi paghiamo attraverso le nostre tasse che vanno a finanziare la ricerca sui pesticidi e sulle biotecnologie, a sovvenzionare i trasporti, le comunicazioni e le infrastrutture energetiche che il sistema della globalizzazione richiede e a fornire ai paesi del terzo mondo quegli aiuti economici che trascinano le loro economie nella distruttività del sistema globalizzato. Senza considerare poi il costo dei guasti ambientali causati da un ristretto numero di multinazionali, ma sopportato da tutta la collettività. In realtà, quando acquistiamo cibo di produzione locale paghiamo di meno perché non paghiamo l'eccesso di trasporto, gli inutili imballaggi, la pubblicità e gli additivi chimici. La maggior parte dei nostri soldi non va a bubboniche multinazionali dell'alimentazione, ma ad agricoltori e a piccoli negozianti locali.

Ma cos'è esattamente un sistema alimentare localizzato?
L'alimento da economia localizzata è semplicemente un alimento prodotto per un consumo locale o regionale. Per questo motivo i chilometri percorsi dell'alimento sono relativamente pochi e questo riduce notevolmente l'uso di combustibili fossili e il conseguente inquinamento. Ci sono anche altri benefici ambientali. Il mercato localizzato dà agli agricoltori un incentivo a diversificare le produzioni, permettendo la creazioni di un gran numero di nicchie ecologiche occupate da piante selvatiche e specie animali nell'azienda agricola. Inoltre, una produzione diversificata non da spazio ai macchinari pesanti usati per la monocoltura eliminando in tal modo una delle cause principali dell'erosione del suolo. La diversificazione della produzione si presta particolarmente al metodo di coltivazione biologico (certificato o meno) e biodinamico (in permacultura, organico, ecc. - aggiungo io) perché i raccolti sono molto meno soggetti alle infestazioni di parassiti e alle malattie.

All'ultima domanda "Cosa si può fare per sostenere il cibo di produzione locale?" vorrei rispondessi tu. Helena conclude l'intervista parlando di deregolamentazione, di campagne informative, mercatini, sistemi di acquisto diretto presso gli agricoltori... Come riportato all'inizio di questo articolo, la soluzione proposta è la localizzazione, metterla in pratica - manifestarla - è anche dare spazio alla propria creatività creando rete, accorciando le distanze, saper dire no. È gratificante sapere che scegliendo soluzioni valide, per noi e per la nostra famiglia, contribuiamo realmente a preservare la biodiversità e la vita agricola, nonché quella dell'ambiente in tutto il mondo.

leggi tutto...

Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; bellezza della natura e della vita e del legame profondo che unisce tutti gli esseri viventi. Tutto questo si legge nelle parole di Etain Addey e noi le condividiamo, mese per mese.

Ieri pomeriggio Martino ha finito di torchiare il vino e ha scaricato le vinacce fuori dalla cantina, sotto il sambuco, prima di smontare il torchio. Potrebbe farci la grappa, ma dice sempre che ha paura poi di mettersi a berla. «Già bevo questo buon vino tutti i giorni, se comincio pure con la grappa...».
Stamattina di buon'ora gli asini avevano già trovato la fonte del profumo inebriante di mosto fermentato e erano in un cerchio stretto attorno al mucchio di vinacce nel cortile a mangiare. L'ultima arrivata, Astrid, ancora non proprio accettata dal gruppo, era rimasta un po' fuori dalla festa, ma rimaneva nei pressi e apena vedeva che gli altri commensali si distraevano, si affrettava a prendere un boccone. Passai di là più volte quella mattina, a portare acqua alle galline, a cogliere l'insalata nell'orto, a vangare die piante enormi di bietola per darle all'anatra Simon e alle sue tre moglie che ne sono ghiotte, e ogni volta vedevo gli asini sempre là, sul lato del cortile che dà sulla valle, a mangiare le vinacce e mi sembravano già un po' barcollanti. «Non li farà male?», chiesi a Martino che stava lavando i pezzi del torchio con il tubo dell'acqua. «Lo fanno tutti gli anni!», rispose lui.
Difatti anche le pecore, dopo questa bella stagione in cui corrono dalle querce ai cerri per mangiare le ghiande che cadono a fiotti, passando per il cancello di casa dove spesso trovano le foglie gialle del gelso, si rassegnano alla stagione magra e passano i giorni dell'inverno a mangiucchiare le cime della ginestra che sono leggermente narcotiche per via della sparteina che contengono, un fatto risaputo da pastori da secoli. Si vede che le piante che inebriano fanno parte del patrimonio di tutti e non siamo solo noi con il nostro vino e caffè a tirarci su di morale quando il tempo è grigio. L'effetto della sparteina è quello di eccitare per poi calmare, e quello di intensificare i colori. Che le pecore, come le mucche e le capre, percepiscano i colori p noto, ed è notissimo a me, che sono costretta a mungere sempre vestita di nero, perché se metto una gonna rossa o blu le pecore fuggono spaventate... «Questa chi è?» Quindi forse per il gregge imbottito di ginestre l'effetto sparteina rinverdisce la valle.
È una stagione, questa, in cui si sentono gli ultimi sprazzi d'estate. Qualche susina ancora c'è. I cachi e le nespole, i kiwi e l'uva fragola mandano i profumi della maturazione e il sole è ancora caldo a mezzogiorno.
Si vedono molti piccoli animali che fanno provviste. Ieri il cagnolino, scavando nelle radici di un ulivo, ha tirato fuori le cacche di un topolino di campagna e tante ghiande che ha messo da parte in fondo alla sua tana dove il topolino aspetta l'inverno, al sicuro, con la sua raccolta. Oggi, durante le ore calde, ho visto una cosa strana che volava per aria nel cortile: sembrava un fiore di tiglio, ma quando è caduto a terra, ho visto che invece era una vespa che cercava di trasportare in volo il "prosciutto" di un grosso grillo verde, con un'ala ancora attaccata. Il volo della vespa era intralciato da quell'ala e, ogni volta che la vespa finiva per terra, faceva di tutto per staccare quella parte non commestibile del grillo. Avrei quasi voluto aiutarla però alla fine è riuscita a volare via con il peso ingombrante.
Ma l'osservazione più stupefacente di raccolte raffinate l'ho fatta stasera mentre il cielo diventava sempre più nero e si capiva che stava arrivando la tempesta. Improvvisamente le formiche che abitano sotto un grosso sasso dietro casa nostra, sono entrate nel cortile con fare determinato. «Cosa vengono a cercare?», mi sono chiesta. Ho visto i mucchietti di gusci di semi fuori dall'entrata del loro nido ma non ho mai visto questa fiumana di formiche avventarsi dentro il nostro cortile. Le ho seguite e ho notato che trasportavano piccoli semi neri angolari. Mi sembravano i semi delle campanelle che sono fiorire quest'anno attorno alla porta del nostro bagno. Sì, era proprio là che si dirigeva la folla di formiche e ognuna si affrettava a portare il peso di uno di quei semi verso casa, prima che la pioggia guastasse la festa autunnale. Non l'ho mai provato, ma so che i semi delle campanelle (ipomea violacea) contengono un potente principio attivo dalla proprietà allucinogene, l'ammide dell'acido lisergico, che differisce dall'LSD per soli due gruppi etilici. Si dice che gli effetti allucinogeni dei semi siano intensi e duraturi, e secondi i primi cronisti spagnoli, il tlitliltzin fu usato nei rituali sciamanici dei popoli indigeni del Centro e del Sud America. Il suo nome azteco significava "sacra cosa nera". Ecco, le formiche lo sanno! Quando la tempesta le costringerà a rimanere chiuse nella tana, come useranno questi semi?
È arrivata la tempesta. Noi rimettiamo gli animali al sicuro nelle stalle e ci chiudiamo in casa davanti al focolare con un bel bicchiere di bino e io penso con stupore alla serata delle formiche.
leggi tutto...

Giornate in campagna, scandite dal tempo delle stagioni; abitudini e storie raccontate da Etain Addey. Noi le condividiamo, mese per mese.

"Piovono vecchiette e rametti" di dice nel Galles quando piove tanto, "mae h'in bwrw hen wragedd a ffy", e sì che i Gallesi se ne intendono di pioggia e hanno una quarantina di parole nella lingua celtina per descriverla. Questa connessione fra donne e rametti mi ricorda che i Nativi americani chiamano i rametti "legname da donna" perché è quello che si usa per cucinare. Difatti, per far bollire l'acqua, è la legna piccola che ci vuole, e in grandi quantità, perché con i ciocchi grossi non si raggiungerebbe mai la temperatura necessaria. Ora che cuciniamo tutto l'anno con la legna, invece che solo d'inverno, questo lavoro delle fascine è raddoppiato e sono quasi sempre le donne che lo fanno... perché è un lavoro lungo di pazienza che per sua natura invita al racconto.

Questo autunno eravamo un bel gruppo di donne sul campo di sopra, dove Jesse aveva pulito il pascolo dalle ginestre e dai ginepri. Eravamo cinque donne attorno ai mucchi di rami a far fascine. Due dei loro racconti mi sono rimasti particolarmente impressi. Ogni storia ne richiama alla mente un'altra, ramificandosi come alberi; la storia di Isabella uscì da una mattinata in cui ci si raccontava le esperienze più imbarazzanti della vita e fu acclamata da tutte come l'esperienza più mortificante per eccellenza.

"Ero sposata da poco e abitavamo in mezzo ai fens", cominciò Isabella. I fens sono una zona paludosa nell'est dell'Inghilterra, un luogo sperduto dagli orizzonti lontani, con pochi paesi sparsi per una campagna vastissima. "Mi era nato il primo figlio Damien, aveva solo cinque mesi, ancora lo allattavo e avevo tantissimo latte. Stavo tutto il giorno sola con il bimbo senza potermi muovere, se non a piedi, perché mio marito prendeva la macchina e andava a lavorare sulla costa. Quindi se mi mancava qualcosa in casa, dovevo farne a meno. Un giorno mi venne a trovare, a sopresa, mia suocera per prendere un caffè. Questa vecchia già non mi poteva tanto vedere, essendo convinta che io fossi una hippy e una poco di buono, che non meritava di aver sposato suo figlio." E bisogna dire che Isabella è una donna molto bella che effettivamente ha un che di zingaresco, coperta com'è di braccialetti e collane: sicuramente non fu, da giovane, la nuora ideale. "Io la feci accomodare in salotto, scusandomi del caos, e corsi in cucina a fare il caffè. Speravo che lei non mi seguisse anche in cucina perché la confusione era anche peggiore. Mi misi a fare il caffè e quando fu pronto, lo versai in due tazze e aprì il frigorifero per prendere il latte. Oddio! Non c'era più un goccio di latte! Mia suocera non avrebbe mai bevuto il caffè senza latte e il primo negozio era a otto chilometri di strada. La vecchia avrebbe sicuramente aggiunto all'elenco dei miei difetti quello di essere una casalinga incapace! Mentre stavo in piedi davanti alla tavola della cucina con le due tazze di caffè nero, mi resi conto che la soluzione era lì a portata di mano. Gocciolavo latte da entrambi i seni come spesso capita alle donne che allattano. Fu un attimo: tirai su la maglietta e spruzzai il latte fresco nella prima tazza. In quel preciso momento, la porta della cucina si aprì e comparve la suocera sulla soglia. Cosa potevo dire? Non c'erano spiegazioni possibili. E difatti, con un 'espressione di disgusto oltraggiato, la vecchia girò su se stessa e uscì dalla cucina e dalla casa. E non la vidi mai più!".

Le donne, ferme e con i rametti in mano, concordarono che c'era da sudare freddo solo a pensare a quel momento, ma perché, in fondo, non andava bene il latte fresco di mamma al posto del latte UHT della mucca? Partendo da questo esempio di creatività femminile, un'altra donna della comitiva, Vera, ci raccontò una drammatica esperienza vissuta da piccola nelle campagne dell'Oklahoma. Vera sembrava una vecchia pioniera, e difatti aveva 78 anni ed era cresciuta nella vita dura di podere.

"Tutto questo è successo quando io avevo otto anni, quindi erano gli anni 30, gli anni della depressione in America. C'era molta miseria, ma la gente stringeva la cinta e andava avanti. Fra i nostri vicini, c'era una donna giovane in un podere, che distava dal nostro forse mezzo chilometro, che soffriva tanto. Il marito si ubriacava tutte le sere e, tornato a casa, la menava violentemente prima di addormentarsi. Avevano una figlia di quattro anni e sentivo mia madre e le sorelle che dicevano che era dal primo giorno di matrimonio che lui si comportava così. Tutta la comunità era in pena per questa donna sempre piena di lividi, ma la vita era dura per tutti e ognuno pensava a tirare avanti. Poi, una mattina, ci fu una notizia sconvolgente. Io ero piccola, non mi volevano raccontare cosa era successo, ma la storia era troppo strana perché alla fine non venissi a conoscerne i particolari. Insomma, questa donna, che aveva sopportato nella sua solitudine una vita infernale per tanti anni, si era finalmente ribellata. Dopo aver governato gli animali del podere, accudito e messo a letto la figlia, e preparato la cena, aveva steso sul letto matrimoniale sei lenzuola. Il marito era tornato a casa dal paese dove aveva bevuto, aveva cenato e, ubriaco come sempre, aveva riempito la moglie di botte, dopodiché era stramazzato sil letto privo di sensi. Allora lei, con calma, lo aveva arrotolato dentro il primo lenzuolo e, presi l'ago e il filo, lo aveva cucito dentro dalla testa ai piedi. Poi lo aveva arrotolato dentro il secondo lenzuolo ripetendo l'operazione. Cosa pensava mentre cuciva? Ci vogliono lunghi minuti per cucire a mano la lunghezza di un lenzuolo! E se il marito si fosse svegliato? Quando ebbe finito di cucire il marito dentro tutti e sei i lenzuoli, andò in cucina e prese la grande padella di ferro che, nell'America rurale di allora, serviva per fare la prima colazione di fagioli e cotiche. Tornò nella camera da letto dove il marito era invisibile ormai nel suo sudario e fracassò con un colpo solo la testa al suo aguzzino. Ci deve aver messo tutta la rabbia accumulata in quei cinque anni. Poi prese la figlia e scomparve nella notte".
La vecchia guardò il cerchio di donne sbigottite e concluse la storia: "Lo sceriffo neanche la cercò".

I rametti sono piccoli, "legname da donna", ma sono quelli che fanno il fuoco più scottante!


Kashmir, luglio 2015. Un gruppo di ragazze torna a casa dopo aver raccolto della legna in una foresta (Epa/Khan)

leggi tutto...

Il profumo estivo dei prati in fiore e degli alberi, l'odore del fieno e il colore dei campi sono sfumati. Emana ora dalla terra profumo di funghi. L'orecchio più sensibile percepisce il fruscio delle faggiole che cadono nel bosco, il suono ottuso-metallico della mela che rumorosamente tocca il prato e il baccello secco dei fagioli maturi che scricchiola al vento.
Il mondo vegetale, silenzioso nel crescere e fiorire, comincia a diventare un mondo di suoni al momento della maturazione. Scricchiola e crepita, diviente frusciante e stormisce: è il vento che soffia sul frumento e attraversa le corone degli alberi. Diviene egli stesso un aiuto al processo di essiccamento e maturazione degli involucri dei semi. Il profumo autunnale che fluttua nell'aria, i suoni sibilanti, acuti e ottusi dei frutti, dei semi e del fogliame che cade, collegati all'infinita molteplicità di movimenti piccoli degli involucri che si aprono, possono divenire per i nostri sensi lettere di un linguaggio misterioso.
Il movimento e il suono sono fenomeni naturali nel piu largo senso della parola. Sono l'espressoone di un'esperienza interiore che riproduce, trasformando, qualcosa di percepito esteriormente. Il leone ruggisce e salar, quando ha fame, la pecora bela e rimane tranquilla. Gli animali reagiscono seguendo ciò che è in loro congenito. Anche l’uomo reagisce all’ambiente, ma sta a lui decidere se comportarsi come un leone o una pecora. L’elemento personale, “individuale”, che possiedono i felini e i ruminati (come anima di gruppo) è nell’essere umano nascosto nell’Io, nella persona singola. Pertanto ogni individuo rispecchia ali mondo in modo diverso dall’altro, esprimendosi nei gesti e nei suoni.
Nella forma, nel colore e nel profumo, questo elemento personale delle piante è silenziosamente accennato come un alito. Nella maturazione dei frutti e nei fenomeni ad essa collegati di suono e movimento, si esprime in modo penetrante.
Sarebbe però completamente errato dedurre da tali fenomeni un “carattere animico” del mondo vegetale. Rapide deduzioni testimoniano soltanto il fatto che non si è osservato in modo sufficientemente esatto. Infatti, il modo in cui un individuo, un animale o una pianta reagiscono all’ambiente, sono tre cose del tutto diverse. L’uomo, come abbiamo detto, può dirigere intenzionalmente la propria reazione; nell’animale impressione e reazione si succedono tanto rapidamente che la pelle del camaleonte cambia colore non appena l’ambiente cambia colore.
Cosa sono, dunque, questi suoni e movimenti dei semi e dei frutti che maturano? Sicuramente non è cosa di tutte le piante. Molte sono completamente silenziose per tutta la loro esistenza. Vi sono tuttavia centinaia e migliaia di esempi di movimenti, di suoni, reazioni molto sorprendenti del mondo vegetale. Pensiamo alla mimosa, ai movimenti tentacolari delle cosiddette piante carnivore, all’inesauribile numero di rumori durante la maturazione, compresi i loro fenomeni spesso fantastici di scoppi e catapultanti, che lanciano i semi a grandi distanze.
Il mondo vegetale si rende percettibile ai nostri sensi in modo diverso. Vi sono piante “vistose” la loro forma si rivolge a noi con il colore della foglia e del fiore, e piante che percepiamo molto prima di vederle, come il tiglio in fiore che pur non vedendolo possiamo percepirne il profumo. Cosa fanno veramente queste piante che si impongono a noi in questo modo con il loro profumo? Esse fanno fluire lo loro essenza nell’atmosfera così da farci dire: la pianta non è soltanto laddove possiamo percepirla con gli occhi, ma si estende tanto lontano con la sua intera forma vitale cime la possiamo percepire con  l’odorato. Il vento agita le corone degli alberi, fa ondeggiare il campo di grano, porta le nuvole di polline come scie solforose sopra i boschi e trasporta i veli odorosi dei giardini delle spezie tropicali molto al di sopra delle onde del mare. Quando culmi e foglie si muovono, è l’occhio che vede; quando i veli odorosi si effondono nello spazio, è il naso, è l’olfatto che li percepisce. Ambedue fanno però parte della pianta intera. In base al proprio spazio vitale, la pianta è anche là dove la percepiamo soltanto con l’odorato.
La pianta si radica nella terra, si estende nello spazio con lo stelo, il tronco, la foglia e il fiore e fluisce nell’atmosfera con il profumo. Non tutte le piante fluiscono però in questo modo. Molte si trattengono completamente e arrestano in sé il voler fluire, lo trasformano in frutti nutrienti, in capsule lignificate e baccelli crepitanti. Soltanto quando il seme è maturo cominciano a penetrare nell’ambiente con movimenti sorprendenti e persino con suoni. Catapultano e scagliano i loro semi tutt’intorno. Con questi gesti, la pianta traccia nuovamente e in altro modo il proprio spazio vitale, come accade con il far fluire il profumo. Questo spazio vitale è minore, più trattenuto, ma per il fatto che la pianta trattiene qualcosa e non lo lascia fluire, sviluppa la forza per i movimenti e i rumori. Si capisce come tra queste ultime piante ve ne siano soltanto pochissime, che sviluppano un profumo particolare nei fiori, nelle foglie o in altro modo. Una cosa esclude quasi l’altra.
Da tutto questo si dimostra che la pianta, con la fioritura, la fruttificazione e la maturazione penetra in una regione inserita nell’elemento aereo dell’atmosfera che si trova intorno alla Terra. In questa atmosfera non vi è soltanto ossigeno, azoto, anidride carbonica, ecc. in un rapporto esatto, ma questo complesso aereo è compenetrato di calore, luce ed acqua. Rudolf Steiner indicò inoltre nel cosiddetto corso di agricoltura che questa atmosfera, con le sue molteplicità di operazioni materiali e sotto forma di forze, è portatrice ed espressione della natura animica della Terra vivente. Ciò che si verifica come fenomeni atmosferici, ciò che diviene per noi percettibile nelle nuvole, nei temporali e nelle grandinate, non è soltanto il risultato di processi meccanici. Si rispecchia in questi eventi qualcosa di ciò che sperimenta l’essere animino della Terra, allorché la vita della Terra viene a contatto con delle forze che fluiscono sulla Terra dalla lontana sfera astrale. Vi è nell’alta atmosfera una regione per la Terra in cui si incontrano le forze terrestre e quelle celesti. Là l’essere animino della Terra è sensibilissimo. Risponde, reagisce sensibilmente alle forze che giungono dall’ambiente in essa circostante. In questo reagire, in questa cooperazione dell’anima della Terra e delle costellazione degli astri viene preparato quello che poi si modella come tempo atmosferico. Questo è il motivo per cui, dai tempi più antichi, il meteorologo guarda il cielo azzurro e può riconoscere dalle più sottili formazioni nuvolose a grandi altezze quale tempo atmosferico si prepara per i giorni a venire.
Questo spazio spirituale in cui l’essere animico della Terra partecipa all’intero animico dell’intero cosmo stellare e ne viene toccata, è però nel contempo la regione in cui è inserito il mondo vegetale. Questo essere vegetale non ha una propria natura animica come l’animale e l’uomo. Vive con il suo fiorire, fruttificare e maturare come qualcosa che partecipa soltanto alla natura animica della Terra. La Terra dona una parte della propria natura animica della pianta, che fiorisce, fruttifica e matura. La vera natura di ciò che fluisce come effetti dalla zona lontana intorno alla Terra nella regione aerea, è una forza fecondante. Questa non vive soltanto nella luce e nel calore, si comunica anche alle formazioni nuvolose che portano poi sulla Terra vere forze celesti sottoforma di pioggia e rugiada. L’acqua, che sale dapprima dalla Terra come vapore e formazioni nuvolose, viene dotata e fecondata di nuove forze nelle regioni più alte dell’atmosfera.
Calore, luce, aria ed acqua sono nell’atmosfera i portatori delle forze che affluiscono dalla zona circostante la Terra al mondo vegetale. Questo affluire subisce però una continua metamorfosi ritmica nelle diverse stagioni. In primavera la Terra espira il proprio essere animico, offrendolo sempre più agli effetti stellari fin verso l’estate. Nella piena estate si raggiunge il culmine di tale processo. Verso l’autunno la Terra comincia nuovamente a liberare sempre più il proprio essere animico dalle forze della zona circostante e a ritirarsi in se stessa. Donandosi alle forze celesti dell’estate, l’essere animico della Terra si è però talmente trasformato da poter sviluppare da sé i processi della fruttificazione e della maturazione. Ciò che nasce come gioia di colori del mondo dei fiori dell’estate attraverso la dedizione dell’anima della Terra all’anima del cosmo, vive ora nell’anima stessa della Terra ed afferra l’intero mondo vegetale. Nel fogliame che cambia colore, nella maturazione dei frutti e dei semi, fiorisce, arde ed essicca ciò che la Terra e il cielo hanno creato in comune durante l’estate. Ma ciò che vi fiorisce ed arde è ora benedetto dalle forze astrali. Viene accolto nel grembo materno della Terra come sostanza germinante.
In ogni morire del periodo autunnale vive quindi una forza di rinnovamento che viene trasferita all’inverno.
Ciò che fa la Terra stessa mentre si distacca nuovamente dalla zona circostante, riflettendo su se stessa, accade anche nel mondo vegetale. Nei suoni e nei movimenti della maturazione vive un elemento analogo a quello dei suoni e dei movimenti prodotto dalla Terra intera allorché cominciano a soffiare i venti dell’equinozio. Si esprime in ciò un elemento molto “personale” sia nel mondo vegetale sia nella vita della Terra. Nello sfavillare delle stelle cadenti nelle notti di tarda estate e dell’autunno vive una forza analoga a quella del fluttuare dei semi.
Nei giorni autunnali l’uomo può riandare a ciò che l’estate gli ha dato. Può guardare in sé a ciò che matura ed è in divenire, per afferrarlo e trasformarlo con la forza della propria personalità e per regalarlo al futuro.




Autunno: i colori e la poesia
"Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza: nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza..." - Guccini, la canzone dei dodici mesi
Posted by Mani nella Terra on Thursday, October 11, 2012

leggi tutto...