Preparare prodotti semplici e salutari per proteggere e nutrire la pelle esposta al sole, di Giulia Sama

Se per prendere il sole scegliete di affidarvi alle ricette “della nonna”, dovete fare molta attenzione: non tutto quello che è naturale è anche sano, e alcuni “intrugli” fatti in casa possono essere decisamente pericolosi.
In primo luogo durante l’esposizione al sole non bisogna usare prodotti che contengono oli essenziali di agrumi come arancio, limone, mandarino e in particolare quello di bergamotto perché sono foto sensibilizzanti. Alcune piante particolarmente rischiose sono la ruta, il fico e il prezzemolo, che non vanno mai usate in ricette per cosmetici solari. Anche il succo di limone va evitato, così come la birra.
Un altro punto importantissimo è la conservabilità: l’olio solare fatto in casa, privo di conservanti, va tenuto in un contenitore ermetico di vetro scurissimo o meglio opaco, e non va lasciato a lungo al sole o aperto. Questo per evitare contaminazioni, ma anche per proteggere i grassi dall’ossidazione: un olio solare, per quanto “naturale”, se irrancidisce invece di proteggere la pelle potrebbe irritarla e innescare una reazione a catena di formazione di radicali liberi.
La regola è: mai usare l’olio solare fatto in casa dell’anno prima!
Olio solare abbronzante

Ingredienti per 500ml di olio solare
- 500 ml (2 tazze circa) di olio di sesamo spremuto a freddo           
- 2 cucchiai di curcuma in polvere
- 1 cucchiaio di mallo di noce in polvere

Olio di Sesamo

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Versate l’olio in un barattolo con coperchio ermetico e mescolatevi la curcuma e il mallo di noce. Chiudete e lasciate a macerare per una settimana, agitando il barattolo una volta al giorno. Travasate l’olio in una bottiglia di vetro scuro, avendo cura di non smuovere la polvere che si sarà depositata sul fondo del barattolo, e tappate la bottiglia.

Si usa come un comune olio solare, stendendolo sulla pelle in piccola quantità prima di esporsi al sole. Per renderlo ancora più emolliente e per non lasciare la pelle unta va applicato sulla pelle bagnata.

L’olio di sesamo contiene un filtro solare naturale mediamente protettivo, sufficiente per le pelli scure o già leggermente abbronzate. Inoltre è ricco di grassi benefici e sostanze nutrienti e restitutive. La curcuma aumenta l’effetto protettivo ed è ricchissima di curcumina antiossidante che evita l’irrancidimento dell’olio. Il mallo di noce fornisce un’ulteriore protezione contro le radiazioni solari e dona alla pelle una leggerissima sfumatura ambrata già prima che ci si abbronzi “sul serio”. Essendo un olio vegetale è sempre bene usarlo negli orari consigliati per l’abbronzatura, sapendo che può donarci un’abbronzatura da urlo, ma anche, col tempo, rovinare la pelle.


Gel doposole ai semi di lino

Ingredienti per circa 250 ml di gel
- 250 millilitri di acqua
- 1 cucchiaio colmo di semi di lino
- 1 cucchiaio di oleolito di iperico
- 1 cucchiaio di oleolito di calendula
- 15 gocce di olio essenziale di finocchio                                                
Semi di Lino
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La sera mettete a bagno i semi di lino nell’acqua, coperti. Il giorno dopo mettete al fuoco i semi con la loro acqua, portate a ebollizione, abbassate il fuoco e fate cuocere per cinque minuti. Spegnete, coprite e lasciate intiepidire. Aggiungete l’olio e frullate il tutto alla massima velocità per un paio di minuti. Aggiungete l’olio essenziale e frullate ancora. Filtrate il composto passandolo attraverso una garza e spremendo bene il residuo. Versate in una vaschetta per fare i cubetti di ghiaccio, coprite con della pellicola per alimenti e mettete nel congelatore. Quando i cubetti sono solidi chiudeteli in un sacchetto di plastica. Si conserva nel congelatore per 5 o 6 mesi. Se non volete congelare il gel, potete conservarlo per 3 o 4 giorni in frigorifero, in un barattolo chiuso.

Fate scongelare un cubetto, quindi applicate il gel ancora freddo sulla pelle massaggiando delicatamente. Lenitivo e rinfrescante, si applica alla sera, dopo la doccia o il bagno.

Impacco rinfrescante al cetriolo

Ingredienti per una applicazione:
uno o più cetrioli

Sbucciare il cetriolo, frullare la polpa
e filtrarla attraverso un colino fitto,
raccogliendo il succo in una terrina.

Applicare con un bel massaggio su tutto.
Immergete un pezzo di ovatta nel succo,
appoggiatela sulla zona da trattare
e lasciate agire per una decina di minuti,
quindi sciacquate con acqua fredda
e asciugate tamponando delicatamente,
senza strofinare.

Si usa per gli occhi gonfi e arrossati,
per la pelle irritata dal vento e dallo smog,>
per rinfrescare la pelle dopo l'esposizione.
Il cetriolo è nota per il suo effetto
delicatamente astringente e lenitivo.
L’impacco si può ripetere anche più volte
al giorno, secondo le necessità.
                         
Lozione rinfrescante all’aloe vera

Ingredienti
- ½ tazza di gel di aloe vera bio
- 1 cucchiaio di infuso di camomilla
- 1 cucchiaio di vitamine E (tocoferolo)
- 2 gocce di olio essenziale di menta

Mescolare gel di aloe vera e camomilla. 
Scaldare dolcemente a bagnomaria, 
senza portare a ebollizione per un minuto. 
Raffreddare completamente. 
Aggiungere gli altri ingredienti. 
Versare in una bottiglia pulita
con un coperchio a chiusura ermetica. 

Applicare con un bel massaggio
su tutto il corpo o nelle zone desiderate.

Gel di Aloe Biologico
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€ 4.6



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La fitodepurazione rappresenta un tassello importante di un sistema integrato di gestione sostenibile delle acque, che comprende la conservazione e la protezione delle risorse idriche e il recupero delle acque reflue e meteoriche, in modo da cercare il più possibile di «chiudere» il ciclo delle acque e limitare gli sprechi.

Da oltre un decennio, agli esperti di tutto il mondo risulta sempre più chiaro che il modello di gestione delle acque non è più sostenibile. Non è sostenibile il modello urbano, basato su “prelievo, distribuzione, utilizzo, fognatura, depuratore, scarico”, perché comporta un uso eccessivo di risorse idriche di altissima qualità, perché produce inquinamento che può essere solo parzialmente ridotto ricorrendo alla depurazione, perché non si cura di riutilizzare risorse preziose come l’azoto e il fosforo contenute nelle cosiddette acque di scarico. Non è sostenibile il modello domestico finora adottato, perché è basato su una serie di pratiche da considerarsi come minimo rozze, se non completamente illogiche: innanzitutto l’approvvigionamento idrico delle nostre case attraverso un’unica fonte (acqua fornita dall’acquedotto pubblico) anche quando sarebbe possibile, utile e conveniente raccogliere e sfruttare l’acqua piovana; in secondo luogo il consumo indiscriminato dell’acqua potabile, usata in grandi quantità per scaricare il WC o per l’irrigazione; in terza battuta l’eliminazione di tutti i nostri scarti attraverso un unico sistema di scarico, siano essi escrementi con carica batterica altissima, urine ricche di prezioso azoto, o acqua praticamente potabile usata per sciacquare la frutta, mescolando tutto e innescando in questo modo una lunga catena di inevitabili effetti negativi sull’ambiente con enormi costi di gestione. Questo sistema di impiego delle risorse idriche si basa prevalentemente sulla depurazione centralizzata, che prevede la realizzazione di grandi impianti fognari per garantire una gestione dei reflui più accurata ed economica, ma che presenta anche il problema della rigidità intrinseca della rete fognaria a fronte di aumenti nel lungo periodo della superficie urbana impermeabilizzata, con il conseguente aumento dei deflussi superficiali drenati delle reti fognarie miste.
Pertanto emerge spesso l’esigenza di ingrandire le sezioni delle fognature rimpiazzando le vecchi tubazioni con gravi costi di investimento, così importanti da renderne difficile la programmazione a livello politico. La strategia di trattamento depurativo centralizzato non è sostenibile tanto quanto potrebbe invece esserlo un sistema diffuso e decentralizzato, dove si tenda a separare alla sorgente i diversi flussi che compongono le acque reflue.
Le tecniche di fitodepurazione rientrano perfettamente in questo approccio strategico decentrato, che rappresenta per il futuro l’unico possibile per una gestione corretta e sostenibile del ciclo delle acque e di importanti risorse come i nutrienti contenuti negli escreti umani e animali. Tra le principali caratteristiche dei sitemi di fitodepurazione vi sono poi la capacità di adattamento a ogni particolare scenario, l’estrema semplicità concettuale, realizzativa e manutentiva, e l’estrema economicità gestionale, grazie a un ridotto, se non nullo, apporto di input energetici.

il testo che segue è tratto da un'intervista a Riccardo Bresciani, ingegnere di Iridra (società di ingegneria specializzata nell'analisi,pianificazione, progettazione e gestione sostenibile delle risorse idriche), che ha pubblicato con Fabio Masi il volume Manuale pratico di fitodepurazione dove vengono spiegati i principi naturali che regolano le zone umide e come si possono costruire delle aree artificiali che abbiano queste importanti funzioni eco-ambientali. [Terra Nuona Ed.]

Riccardo, ci spiegheresti innanzitutto che cos’è una zona umida e che differenza c’è tra stagno e palude?
La zona umida è un habitat altamente biodiversificato in cui trovano rifugio molte specie animali. Sono zone umide le paludi, gli acquitrini, le torbe oppure i bacini naturali o artificiali, permanenti o temporanei, con acqua stagnante o corrente, dolce, salmastra, o salata, e si riconoscono dalla diffusione delle piante acquatiche, che è favorita da condizioni prevalenti di acqua bassa. Con il termine stagno, invece, si indica in genere uno specchio di acqua libera, naturale o artificiale, in cui le piante acquatiche crescono sulle sue sponde. Oggi, le aree umide rimaste sono quasi sempre oggetto di protezione ambientale e sempre più spesso si tende a «ricostruirle».

impianto virtuoso nel comune di Dicomano (FI)
foto: Iridra Srl.
Che cos’è un impianto di fitodepurazione o una «constructed wetland»? Emula i principi della natura?
Fitodepurazione è il termine con il quale in italiano vengono indicate le constructed wetland, letteralmente «aree umide costruite». In effetti si tratta di sistemi ingegnerizzati, progettati e costruiti per riprodurre gli stessi processi autodepurativi delle zone umide naturali. Le aree umide artificiali offrono, rispetto a quelle naturali, un maggior grado di controllo. I sistemi di fitodepurazione a flusso libero sono quelli che emulano meglio ciò che accade in natura. Ma i sistemi maggiormente usati per la depurazione delle acque sono quelli a flusso sommerso, orizzontale o verticale, veri e propri reattori biologici al cui interno si svolgono processi depurativi di tipo chimico, fisico e biologico, che permettono di trasformare e degradare gli inquinanti contenuti nelle acque reflue, rendendoli meno impattanti sull’ambiente.

In tutto questo, le piante che funzione hanno?
Le piante, contrariamente a quello che può suggerire il termine italiano «fitodepurazione», non concorrono direttamente alla depurazione delle acque, in quanto assimilano solo una piccolissima percentuale degli inquinanti contenuti nelle acque reflue. Sono però fondamentali nel mantenere puliti i filtri nel corso degli anni, con il loro lavorio.

Perché, ai nostri giorni, è importante prendere in considerazione questo tipo di impianti?
Gli impianti di fitodepurazione rappresentano una delle tecniche più utilizzate nel mondo per depurare le acque reflue domestiche e non solo. Le «classiche» fognature, lunghi tratti di condutture per convogliare gli scarichi di centri urbani a volte anche molto distanti tra loro ad un unico impianto di depurazione, hanno causato seri squilibri nel ciclo delle acque perché prelevano acque da un bacino per poi restituirle in un altro. I grossi impianti di depurazione tecnologici hanno un impatto non trascurabile sul territorio sia in termini di inserimento ambientale, sia per i consumi energetici, per l’alta produzione di fanghi di supero e per l’utilizzo di prodotti chimici. Inoltre, i volumi enormi di acque di scarico, seppur così depurate, portano sempre una quantità considerevole di elementi inquinanti ai fiumi, a volte maggiore di quanto possano sopportare, soprattutto in estate quando la scarsità d’acqua li rende molto più sensibili.

La soluzione potrebbe essere negli impianti di fitodepurazione?
Sì, realizzare piccoli impianti delocalizzati sul territorio, minimizzando le reti fognarie, in molti casi può essere conveniente sia in termini economici che ambientali perché il costo di costruzione e gestione delle fognature può superare il risparmio ottenuto dalle economie di scala dei grossi depuratori. Anche una piccola comunità o la singola famiglia può avvalersi di questo genere di impianti, l’importante è avere un buon progetto per la sua realizzazione...


progettiamo e autocostruiamo un impianto di fitodepurazione!
Mani nella Terra in collaborazione con Edilpaglia, organizza a Poli, in provincia di Roma, dal 9 al 13 luglio un corso per imparare ad autocostruire tale impianto, tutte le info QUI  (solo 3 posti!).

"L'acqua, sempre pronta a cambiare, ad adattarsi, a creare e a trasformare, è la guida migliore che la natura ci offre per capire come riuscire a vivere con saggezza e serenità, come raggiungere una vita sana e realizzata."
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