Pierre Rabhi: "Meno petrolio, più agricoltura", di CARLO PETRINI, da La Repubblica 16 giugno 2014

Contadino, filosofo e scrittore francese d'origine algerina, Pierre Rabhi è uno dei pionieri dell'agroecologia. Ha fondato diversi movimenti come Terre et Humanisme e Colibris ed è creatore del concetto "Un'oasi in ogni luogo". Promuove un paradigma basato sul rispetto dell'uomo e della terra, e lo fa attraverso libri, conferenze e iniziative che hanno toccato l'Africa, l'Europa e la sua vita stessa, votata alla campagna e all'agricoltura sin dal 1961. Una scelta che ha influenzato notevolmente il suo percorso. Un grande pensatore, che andava interpellato per imparare meglio a "voler bene alla terra".

Cosa pensi del futuro dell'agricoltura, soprattutto rispetto all'urbanizzazione crescente e con il numero degli abitanti delle città che nel mondo ha già superato quello delle zone rurali?
"Il processo di urbanizzazione mi preoccupa tantissimo, da molto tempo. Noi, nel 1961 abbiamo deciso di tornare a vivere in campagna come scelta politica, perché non volevamo sottostare all'evidente alienazione di chi baratta la propria vita con un salario. È un'esistenza che sa di carcere, nel nome del mito di un progresso che rinuncia alla natura. Questa in realtà è una contraddizione del progresso. Ciò che in teoria dovrebbe liberarci, non fa altro che imprigionarci".

Mentre negli anni '60 tutti pensavano che la vera liberazione fosse quella dalla storica fatica contadina, tu sostenevi il contrario...
"L'Europa ci proponeva un modello glorioso, grandioso. Qualcosa che prometteva di cambiare in meglio le nostre vite. Il problema è che era tutto fondato sull'uso del petrolio e, in realtà, il bilancio tra lo sfruttamento delle risorse e ciò che si è prodotto è stato negativo. Su questo paradigma illusorio si è costruito poi un grande malinteso, perché ora tutti i popoli del Paesi emergenti vogliono fare come noi, ma non ce la potranno fare".

Il paradigma illusorio nel 1961 si iniziava però anche ad applicare all'agricoltura. Il modello industriale e produttivista invadeva anche le campagne. L'economia di sussistenza dei contadini era considerata miserabile, vecchia, legata a una terra che non può dare orgoglio e gratificazione.
"Il modello funziona in maniera molto potente anche a livello psicologico. Abbiamo sempre sostenuto che i contadini sono l'ultima ruota del carro, e che se l'urbanizzazione era il progresso, nelle campagne non poteva esserci. Ma poi, quando c'è una crisi grave, tutti si ricordano della campagna. È il contadino che tiene in vita gli elementi, che detiene la vita e ciò che è fondamentale per essa".

Questa è anche una visione spirituale, l'ultimo degli ultimi che sarà primo, e appartiene alla visione cristiana. È questa la tua formazione?
"All'epoca sì. Ora resto dell'idea che l'amore sia la forza più grande in grado di cambiare il mondo, ma non ho appartenenze formali. Ora credo in quello che faccio: il contadino. Posso spiegarvi come fare affinché la terra riesca a creare energia per la vita, ma non il perché ci riesce. Coltivo una parte molto razionale ma c'è momento in cui la razionalità non può più darci delle risposte. Sono molto affascinato dal mistero della vita, ma se mi chiedono, l'unica cosa a cui non potrei mai rinunciare è il mio orto".

La razionalità ha un limite, l'orto è un universo illimitato.
"L'urbanizzazione ha creato un universo limitato e tutti si sono dovuti adattare, ma in quell'universo non c'è più il fondamento della vita. Abbiamo creato un mondo parallelo senza natura e ora la gente non la comprende più".

Se giochiamo una partita contro un gigante non abbiamo nessuna possibilità, allora dobbiamo cambiare il campo di gioco e le regole del gioco.
"È quello che si chiama l'uscita dal paradigma. Nel 2002 mi hanno chiesto di presentarmi alle presidenziali. Mi sono detto che sarebbe stato interessante donare uno spazio di espressione della gente e allora ho dato vita a un luogo per raggrupparsi e riflettere, per ricercare la creatività della società civile. Da lì è uscito un programma che apparentemente non aveva nulla a che fare con la politica, tutto basato sull'amore, sulle utopie, sull'agricoltura ecologica, sul ruolo della donna e sull'educazione. Tenemmo 40 conferenze in giro per la Francia ed erano sempre piene: significa che si può avere fiducia nel futuro".

Che pensi della situazione in Africa?
"Disastrosa, gli asiatici depredano le risorse, i capi di Stato sono corrotti. Guarda l'Algeria, non produce ma esporta, si è addormentata sullo sfruttamento petrolifero. Non si produce cibo, i settori vitali sono morti. Se l'Algeria smette di esportare petrolio muore. Ci sono caste che si prendono tutta questa ricchezza, come in altri Paesi, e lasciano il popolo nella povertà".

Noi abbiamo scelto di fare 10.000 orti in Africa, e credo che sia il momento per costruire qualcosa nel continente. Una dimensione umana e di organizzazione, per ricreare una classe dirigente che abbia a cuore la comunità e non il commercio, la salvaguardia della biodiversità, la lotta alla fame e alla malnutrizione.
"È una cosa straordinaria. Quando mi hanno domandato di intervenire in Burkina Faso, io non conoscevo quella parte dell'Africa. Ma ho analizzato la situazione. L'agricoltura chimica non si poteva fare, le persone dicevano "io sono talmente povero che non posso acquistare fertilizzanti e diserbanti". È un sistema insostenibile per loro, perché è un sistema fatto per vendere e non per nutrirsi. È il sistema che produce la fame. Ora questo meccanismo sta rovinando anche i contadini europei, perché per fare agricoltura industriale gli strumenti sono troppo cari e la crisi peggiora la situazione. Si impoveriscono e sono diventati, almeno in Francia, la categoria di lavoratori che subisce più suicidi. Se c'è gente che fa piccoli orti, io dico "bene!" Un orto è un atto politico, di resistenza".

Guarda quanta dignità hanno i contadini dei Paesi poveri. 
Ci fanno sentire ridicoli: di fronte a loro ci scopriamo brutti, 
rumorosi, avvelenati dall'inutile, curvi sui cellulari… Ecco! 
Dovremmo spiegare bene che oggi tornare alla terra 
non è più tornare alla miseria - quella abbiamo la tecnologia 
per evitarla - ma tornare alla dignità, alla bellezza.
in risposta a “Come spiegare che si deve tornare alla terra?”, 
da un’intervista di Paolo Rumiz a Carlo Petrini del 28 aprile 2009


libri di Pierre Rabhi e Carlo Petrini
Manifesto per la Terra e per l'uomo
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La Parte del Colibrì - Libro
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"Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo", diceva Ernest Hemingway. La produzione del vino richiede però un notevole consumo di acqua; inoltre, le acque reflue enologiche, caratterizzate da un alto contenuto di carico organico (fino a 10 volte rispetto agli scarichi civili) e di nutrienti (in primis azoto e fosforo), e da una elevata acidità, conferiscono agli scarichi delle cantine un elevato carico inquinante. La soluzione? Esiste già e ve la proponiamo!

In media una cantina consuma 4-5 ettolitri di acqua per ogni ettolitro di vino prodotto. Uno dei sistemi per ridurre il consumo di acqua è quello di effettuare la depurazione dei reflui di cantina per il loro riutilizzo nell’ambito dell’azienda vitivinicola. I reflui di cantina sono sostanzialmente diversi da quelli di altre aziende del settore agro-alimentare. Innanzitutto, il loro volume e le loro caratteristiche variano molto con la stagionalità; più del 50% del consumo di acqua avviene durante il periodo vendemmiale e il carico inquinante dei reflui (misurato come COD, consumo di ossigeno disciolto) è quintuplicato in questi mesi. Il refluo enologico è caratterizzato da pH acido, che si attesta tra 4 e 4,5, presenza di zuccheri, polifenoli, acidi organici e a seconda delle pratiche di cantina, dalla presenza di residui di fecce più o meno grossolane. (fonte: Coldiretti)
Ne deriva che anche i reflui enologici - se non opportunamente trattati - producono non pochi problemi gestionali se recapitati nella pubblica fognatura. Peggio ancora se scaricati incautamente direttamente nei corsi d’acqua, con dirette conseguenze alla fauna ittica e sull’intero ecosistema fluviale. Allo stato attuale la normativa nazionale (D.L. 152/06) obbliga tutte le attività produttive ad adeguarsi in modo che gli inquinanti rientrino in determinati limiti.
Impianto di fitodepurazione Az.Agricola Vaira, Barolo - Agosto 2013
Il testo unico ambientale incentiva il sistema della fitodepurazione in quanto permette di sopportare forti variazioni del carico idraulico e organico e di raggiungere i parametri minimi previsti dalla legge anche per aziende vitivinicole distanti da depuratori. Gli impianti di fitodepurazione sfruttano la naturale capacità depurativa degli ecosistemi naturali e si presentano come piccoli canneti (vengono infatti impiegate per lo più le comuni cannucce palustri) capaci di inserirsi positivamente nel paesaggio agrario. Effettuato il trattamento le acque reflue possono essere utilizzate per scopi agricoli, come irrigazione e trattamenti fitosanitari, consentendo un notevole risparmio di acqua.

In conclusione la fitodepurazione rappresenta quindi un’ottima opportunità per il trattamento di acque reflue derivanti dall’attività di una cantina a basso impatto ambientale (con buone ricadute di immagine per chi la utilizza). 
La filiera proposta coniuga bassi consumi energetici, semplicità realizzativa e gestionale, tutela ambientale e limitata produzione di rifiuti.

Riassumendo i benefici ambientali derivanti dal trattamento dei reflui vinicoli con impianto di fitodepurazione sono:
- tutela dei corpi idrici superficiali grazie all’emissione di un effluente conforme alla normativa sugli scarichi di acque reflue industriali;
- creazione di un habitat ad elevata biodiversità;
- eliminazione della produzione di rifiuti (fanghi) da trasportare e smaltire;
- assenza di additivi o altri prodotti chimici nella filiera di trattamento;
- riduzione dei consumi energetici rispetto ad impianti tradizionali;
- utilizzo di materie prime in prevalenza locali ed ecocompatibili.


come gestisci le acque domestiche?
Autocostruirsi un impianto di fitodepurazione non è solo una soluzione ecologica, è un atto di responsabilità!

Mani nella Terra in collaborazione con Edilpaglia, organizza a Poli, in provincia di Roma, dal 9 al 13 luglio un corso per imparare ad autocostruire tale impianto, tutte le info QUI .

"L'acqua, sempre pronta a cambiare, ad adattarsi, a creare e a trasformare, è la guida migliore che la natura ci offre per capire come riuscire a vivere con saggezza e serenità, come raggiungere una vita sana e realizzata."










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In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, proponiamo la visione del documentario “Planet Ocean”.

Un viaggio che inizia a Shark Bay, in Australia, dove scogliere “sussurrano la storia della terra”, poiché le rocce “sono nate dalla vita dell’oceano”. E dall’oceano è nato anche il narratore: il genere umano. Ha plasmato, costruito, scavato, spianato, deturpato ricchezze, abbattuto foreste, sfruttato… si è reso conto delle conseguenze delle sue azioni? Le risorse in esaurimento, il cambiamento climatico, l’inquinamento. Una corsa, cieca: come è arrivato a non vedere più ciò che gli circonda? “Per capirlo bisogna tornare dove tutto ha avuto inizio.”

Planet Ocean è il titolo del documentario firmato dal celebre fotografo, ambientalista e regista francese Yann Arthus-Bertrand, a noi conosciuto per il libro La Terra vista dal cielo (Mondadori, 2002) e per il lungometraggio Home (del 2009, ancora visionabile gratuitamente su YouTube), che vuole essere un messaggio per sensibilizzare le persone sui limiti del Pianeta.

Nell’ultima fatica si è concentrato sulle acque degli oceani suddividendo il film in due parti: nella prima viene mostrata la bellezza degli oceani, le cui acque cristalline custodiscono una stupefacente biodiversità, tuttora parzialmente sconosciuta all’uomo. Il fascino, i colori, la straordinaria vitalità degli abissi oceanici sono seguiti nella seconda parte del documentario da una vibrante e drammatica denuncia delle problematiche che affliggono le nostre acque: prelievo della risorsa ittica assolutamente non sostenibile e di fatto illimitato, speculazione navale portata a livelli parossistici e il grave inquinamento derivante dai residui della società industriale che fanno morire o ammalare pesci e uccelli.

Sono immagini estremamente esplicite, con straordinarie inquadrature provenienti dalle acque di oltre venti nazioni che, con contenuti assolutamente corretti dal punto di vista scientifico, tentano di comunicare anche al grande pubblico dati già noti da decenni agli scienziati. Il fine è incoraggiare tutti a prendere coscienza della realtà e della nostra responsabilità come custodi - e non sfruttatori - del pianeta.

...buona visione!








come gestisci le acque domestiche?
Uno dei grandi inquinamenti a cui quasi tutti partecipiamo quotidianamente è la dispersione dell'eccesso d'acqua. Ecco perché autocostruirsi un impianto di fitodepurazione non è solo una soluzione ecologica, è un atto di responsabilità!

Mani nella Terra in collaborazione con Edilpaglia, organizza a Poli, in provincia di Roma, dal 9 al 13 luglio un corso per imparare ad autocostruire tale impianto, tutte le info QUI .

"L'acqua, sempre pronta a cambiare, ad adattarsi, a creare e a trasformare, è la guida migliore che la natura ci offre per capire come riuscire a vivere con saggezza e serenità, come raggiungere una vita sana e realizzata."
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