Mi viene in mente il termine 'responsabilità'. Dobbiamo essere indipendenti 
nel cercare il Vero e, una volta trovato, dobbiamo rispondere ad Esso.

Caro lettore o cara lettrice, nell'ultima newsletter ti abbiamo informato che il 13 dicembre sarebbe entrato in vigore il regolamento UE n.1169/2011 che, in breve, eliminando l’indicazione dello stabilimento di produzione dalle etichette non ci avrebbe permesso di sapere chi è il produttore. Ti abbiamo invitato a firmare una petizione, e per quanto importante, noi ci tenevamo davvero a stimolare una qualche reazione, magari facendo emergere delle domande. Non siamo certo detentori di risposte, ma come diceva il grande George Carlin Question everything! ovvero domandati su ogni cosa.

Una reazione potrebbe essere: "Ah, non sapevo fosse indicato il produttore!" e prendere il primo barattolo o la prima confezione sotto mano e leggere, forse per la prima volta, un'etichetta alimentare! Inutile negarlo, per quanta informazione gira (e il nostro ringraziamento va in particolare agli amici di Io leggo l'etichetta) sono ancora pochi coloro che effettivamente leggono e comprendono tutti gli ingredienti, e per quanto questo provvedimento sembri voler agevolare la lettura al momento sta generando solo molta confusione. E non solo.

Feriti i consumatori, traditi gli europeisti, amareggiate le aziende italiane... come festeggiare il Natale con questo clima? Su internet leggo di complotti delle multinazionali (suggerisco comunque l'articolo "I Padroni del Cibo", uscito su La Repubblica il 19 dicembre) di persone comuni che urlano "boicottiamo!" e altre, forse con rabbia o forse con tristezza, "è tutta una truffa". Allora che fare, boicottare o arrenderci? Personalmente vedo un'altra possibile risposta, ma implica qualcosa in un certo senso più difficile delle azioni già proposte, ovvero: la responsabilità individuale.

Negli ultimi anni il numero dei gas (gruppo di acquisto solidali), dei negozi che vendono sfuso, dei più o meno giovani che si dedicano all'agricoltura, ecc., è aumentato notevolmente. Ora è il momento che anche tu faccia un passo: staccarti (piano piano eh!) dalla comodità del supermercato sotto casa, dal riempire il carrello della spesa con i soliti prodotti, le solite marche, le solite confezioni. E poi? E poi essere proattivo e, perché no, anche creativo!

Nelle grandi città ci sono mercatini di produttori locali che se anche non certificati bio magari ti invitano in azienda a conoscere animali e piante! Nelle città più piccole o nei paesi è più facile conoscere direttamente contadini, agricoltori e allevatori. Ovunque tu sia puoi aderire ad un gruppo di acquisto (retegas o retecosol) oppure organizzare uno. Genitori e insegnanti possono crearne uno per la scuola (in quella dove opero questo già avviene - link). Moltissimi, come abbiamo detto, sono i negozi che vendono sfuso, sostenendo piccoli e medi produttori italiani. Già l'anno scorso abbiamo raccolto gli indirizzi in una lista (clicca See More sotto l'immagine qui accanto) che ci piacerebbe continuare ad arricchire, perciò se sei a conoscenza di un negozio sfuso segnalacelo commentando questo articolo o il post su facebook.

Concludo con una nota personale. Leggo le etichette da dieci anni, inizialmente seguivo la regola "quello che non conosci non te lo mangiare", insomma solo la parola additivo a 20 anni mi lasciava perplessa, così ho finito per andare al supermercato con il libro "Cosa c'è Davvero nel Tuo Carrello?", ed poi... mi sono trasferita in campagna. Oltre al mio ricco giardino di erbe spontanee e ad un piccolo orto, ho conosciuto aziende, produttori locali e contadini, donne e uomini che fanno marmellate, biscotti, saponi e molto altro, e mi sono inserita all'interno di una rete G.A.S. della zona. Proprio questa mattina sono arrivate le arance dalla Sicilia!
Abbiamo tutti stili di vita diversi, impegni e responsabilità già numerose, ma agire risvegliando la coscienza, oltre a rafforzarci nella salute - fisica e spirituale - ci dona anche il sorriso, la gioia e l'allegria di essere parte della soluzione!

Grazie per aver letto e per essere qui,
ti auguro una splendente nascita!
Emanuela, per Mani nella Terra

le buonissime marmellate di Assorto, con i prodotti dei loro alberi,
non solo amici, anche una delle mie soluzioni!

Per approfondire:
- articolo sull'Espresso
- le aziende italiane e marchi della grande distribuzione che hanno aderito alla petizione di Io Leggo l'Etichetta impegnandosi a mantenere l’indicazione dello stabilimento di produzione
- ebook gratuito "L’Etichetta" prende forma, al via il regolamento (UE) n. 1169/2011. il fatto alimentare
- quali sanzioni per chi non rispetta il regolamento? da il fatto alimentare
- come sarà il nuovo D.lgs 109/92 "Disposizioni nazionali in materia di etichettatura degli alimenti" dopo l’entrata in vigore del regolamento 1169/2011. il fatto alimentare
- archivio articoli sui GAS, dal sito comune-info.net

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Nel tempo del Natale che si sta allungando sempre di più (le luminarie sono installate già da novembre!) i nostri bambini rischiano di soffrire per le malattie connesse alle scadenti e stravaganti “concessioni” al modello consumistico che caratterizzano questo periodo. Mi riferisco certamente all’assunzione esasperata di cibi scadenti ma anche a cattive abitudini che le festività portano con sé, come la perdita del ritmo del sonno, o le giornate passate davanti al computer a sperimentare i nuovi videogiochi, veri e propri elettroshock elettronici. Abitudini che hanno conseguenze ancora più deleterie grazie all’alimentazione cui sono sottoposti i nostri figli in questo periodo dell’anno che rende il loro sistema nervoso più debole a causa dell’alto consumo di alimenti ad elevato contenuto di grassi ancor più ristagnanti per la sedentarietà.
Noi genitori, d’altra parte, non siamo da meno e in questo periodo soffriamo spesso di colpi della strega (lombalgia acuta) che è una sorta di “indigestione” degli adulti che accumulano eccessi metabolici nelle strutture muscolari/articolari, come i signorotti medioevali con la gotta per gli stravizi della vita di castello. Vorrei proporre una riflessione su come trovare argomenti per “resistere” ad un modello di vita che non ci fa progredire, ma porta indietro la qualità della vita di tutti noi.

Combattere il modello per progredire 
Ogni uomo riceve il proprio corpo dai genitori, in senso lato dagli antenati. Possiamo definire il corpo ereditario un “modello”. In quest’aspetto ogni uomo è determinato geneticamente. Possiamo sostenere che le leggi dell’ereditarietà sono profondamente valide per i primi sette anni. In seguito avviene una trasformazione dei diversi processi della natura umana: alcuni restano subordinati alle leggi ereditarie, altri si liberano a seguito dell’individualizzazione: il manifestarsi dell’individuo che prende possesso del corpo in modo personale. Noi genitori non desideriamo che i nostri figli diventino copie identiche di noi stessi: nonostante ogni possibile vanità, essere genitore significa desiderare il bene dei nostri figli, ovvero che possano realizzare le proprie qualità profonde, e ambiamo che questi primi fondamentali sette anni siano degni e ricchi di verità.
Nei primi sette anni di vita il corpo del bambino compirà una trasformazione della sostanza: la materia ricevuta dai genitori verrà sostituita e il cambio dei denti da latte con i permanenti mostra che l’ultimo residuo di essa, il più duro, verrà abbandonato. Nella nostra epoca di crescente individualizzazione può essere considerato un fenomeno interessante, sul quale riflettere, il fatto che la conformazione della dentizione sia così straordinariamente individuale da creare un nuovo campo professionale: l’ortodonzia. Nella stupefacente irregolarità delle dentizioni moderne si rispecchiano appunto lo sforzo verso l’individualizzazione e la ribellione contro le leggi dell’ereditarietà cui la possente stimolazione dello stile di vita moderno tende a incatenarci: stesse cose per tutti, dall’alimentazione, allo svago, all’abbigliamento. Un segnale inequivocabile della debolezza dello stile di vita materialista/consumista è stato osservato nel secolo scorso da un grande dentista, Weston Price (in Nutrition and Physical Degeneration. A Comparison of Primitive and Modern Diets and their Effects. Medical Book Department of Harper & Brothers New York London 1939) che ha osservato come i popoli che emigrano passando dal terzo mondo a quello industriale, nutrendosi in modo scadente, sviluppano rapidamente malformazioni delle articolazioni dentarie, carie e alterazioni scheletriche della colonna, delle articolazioni, delle anche e del piede.

Opporsi alla standardizzazione
Possiamo dedurre dalla posizione dei denti il contrasto tra gli stimoli esterni ad essere “tutti uguali e precoci” (stessi giochi, stessa alimentazione, stesso modello educativo per tutti) e la resistenza individuale di quel bambino. I denti di molti bambini oggi sono storti perchè sono un segnale chiaro che quell’individuo esprime contro l’omologazione imposta dall’esterno. Non sono contrario all’ortodonzia ma è evidente che il compito che ci viene richiesto è di tipo pedagogico. Dobbiamo scegliere lo stile di vita corretto o continuare a praticare infinite cure, per riportare in equilibrio quest’organismo che lotta contro l’omologazione e la standardizzazione, provocata dallo stile di vita moderno?
Una società che crea alimenti identici ed “eterni”, cioè che si conservano a lungo inevitabilmente combatte il grande lavoro di superamento del modello ereditario e vuole creare organismi identici ovvero con gli stessi problemi. Per fare un esempio pedagogico e non solo nutrizionale vorrei far notare come la decisione di iniziare la scuola elementare sia burocraticoanagrafica e non tenga alcun conto dello sviluppo di quel singolo bambino.
Scegliendo solo in base a dati astratti non andiamo incontro alle esigenze profonde di quel bambino. Magari ha bisogno ancora di tempo e quest’attesa potrebbe essere importante: non è detto quindi che tutti i bambini debbano cominciare la scuola elementare a sei anni (se non prima!). Si pensi alla saggezza di una valutazione personalizzata che guarda non solo allo sviluppo intellettuale, ma osserva la crescita delle braccia (gli organi dell’agire, cioè del volere) in rapporto alla testa (organo dell’attività intellettuale), la capacità di controllare e muovere gli arti inferiori in modo rettilineo e preciso, che non ha nulla a che vedere con l’agilità, e naturalmente l’eruzione dei denti definitivi, segni di maturazione del sistema nervoso.

La “resistenza” del bambino 
La moderna neuropsichiatria infantile usa parametri simili ma la medicina non la ascolta. Così la moderna immunologia sostiene, a ragione, che la febbre è un immunostimolante e immunomodulante ma questo non giunge nelle orecchie delle famiglie e spesso nemmeno dei loro pediatri e si continua a combattere la febbre come un nemico e non come un alleato. Possiamo dire che la scolarizzazione precoce indebolisce la componente volitiva del bambino e, se non ci saranno recuperi temporali successivi, sorgeranno difficoltà sul piano relazionale e sarà difficile da adulti vivere la socialità. E così il sistema scolastico assomiglia drammaticamente al cibo industriale e standardizzato, che impedisce al metabolismo di quel bambino di elaborare a fondo, in modo individuale, la sostanza alimentare.
La grandezza dell’umano si esprime nella resistenza, nell’ostinata resistenza. Così il bambino si oppone alla pressione sclerotizzante e obesizzante dell’alimentazione iperproteica e dei grassi saturi, dalle merendine ai cibi pronti, sviluppando malattie catarrali in qualunque mucosa: dalla gola alle orecchie, dalla vulva alla vescica. Cercando di sciogliere e portar fuori con il catarro tutta questa vita estranea, introdotta con l’eccesso di proteine e grassi trans, dovuta alla somministrazione di un modello alimentare estraneo, troppo possente.

La paura di essere “diversi”
Quanti danni provoca questa ossessione di far evitare “traumi” ai nostri figli, questo dogma di non ferire la loro autostima che, in realtà, è una mancanza dannosa di fiducia nei loro confronti: “Non potrà resistere senza mangiare le merendine come gli altri, senza la tivù, senza i video giochi, senza un po’ di schifezze”. Come potrà un bambino credere nel futuro se il futuro è inghiottito dalle nostre incertezze, dalla tragedia del nichilismo che tanto ci spaventa nei nostri adolescenti (si veda l’interessante libro di Umberto Galimberti “L’ospite inquietante”) originata dal nostro permissivismo umiliante che ci impedisce di credere che possano farcela senza, da soli, come loro sognerebbero.
Se stimiamo così poco nostro figlio e pensiamo non possa reggere al rifiuto di un torroncino o di una barretta di cioccolato o di una playstation, che futuro sogneremo per lui?
La festa del Bimbo Divino che scende sulla terra e nasce in una stalla, non può essere onorata degnamente con una totale sottomissione al consumismo e al meccanicismo.





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Dalla rubrica settimanale “This column will change your life: empathy”, Oliver Burkeman.


Secondo lo psicologo di Yale Paul Bloom, il mondo ha bisogno di un po’ meno empatia. Sì, lo so che suona male, e lo sa anche lui: come ha dichiarato qualche tempo fa alla Boston Review, “è come dichiarare che odiate i gattini”.

In un mondo che palesemente soffre di quello che Barack Obama chiama “deficit di empatia”, sembra un’affermazione paradossale e gratuita. Diverse ricerche hanno dimostrato che le persone empatiche sono più altruiste e che questo sentimento è associato a rapporti umani migliori.

Roman Krznaric, autore di Empathy, pensa che l’estrospezione (il deliberato tentativo di comprendere le esperienze altrui) potrebbe contribuire a risolvere quasi tutti i problemi, dalla disuguaglianza al cambiamento climatico. Bloom si è forse convertito ai vaneggiamenti di Ayn Rand? Quella mattina era sceso dal letto con il piede sbagliato? In realtà secondo me non ha tutti i torti.

Il problema è che l’empatia, lo sforzo di sentire o capire quello che provano gli altri, non sempre ci aiuta a fare del bene. Tanto per cominciare, ci è più facile provarla per le persone che hanno un bell’aspetto e per quelle della nostra stessa razza, quindi più ci lasciamo guidare dall’empatia, più rischiamo di essere influenzati da questi pregiudizi.

Un’altra trappola è il cosiddetto effetto della vittima identificabile, che ci fa preoccupare di più per un unico bambino scomparso che non per le migliaia che potrebbero essere danneggiati da una certa politica del governo, per non parlare delle vittime ancora non nate del futuro riscaldamento globale.

Bloom cita l’economista Thomas Schelling: “Se una bambina di sei anni con i capelli chiari ha bisogno di qualche migliaio di dollari per sottoporsi a un intervento che prolungherà la sua vita fino a Natale, arriveranno fiumi di donazioni. Se si viene a sapere che senza un aumento dell’iva gli ospedali del Massachusetts non avranno abbastanza fondi e questo provocherà un leggero aumento dei decessi evitabili, nessuno verserà una lacrima”. Un eccesso di empatia può anche danneggiare chi la prova: è stato dimostrato che a volte provoca esaurimenti nervosi e depressioni, che non rendono certo più capaci di aiutare gli altri.

È difficile accettare che a volte potremmo avere una visione più chiara del mondo se resistiamo alla tentazione di metterci nei panni degli altri. Ma a volte evitare le personalizzazioni è il modo migliore per prendere decisioni. È per questo che le interviste di lavoro possono portare a scelte più basate sul merito ed essere meno condizionate dal sessismo o dal razzismo se non prevedono un incontro faccia a faccia e si basano solo su test strutturati. Secondo l’economista Tyler Cowen per chiedere un’opinione è meglio non usare la formula “Che cosa ne pensa?”, ma “Secondo lei, che cosa pensa la maggior parte delle persone?”.

Piuttosto che di empatia, conclude Bloom, abbiamo bisogno di compassione: un sentimento più freddo e razionale, “un modo più distaccato di amare, essere gentili e preoccuparci per gli altri”. Un suo parente che si sta sottoponendo a una cura per il cancro non ama l’eccesso di empatia da parte dei medici, ma “preferisce i dottori che sono calmi quando lui è ansioso, fiduciosi quando lui è incerto”.

Come ha scritto il comico Jack Handey, prima di criticare qualcuno fatti una passeggiata di un chilometro nei suoi panni, così sarai a un chilometro di distanza e potrai tenerti i suoi panni. Ma se vuoi aiutarlo, forse ti conviene tenerti i tuoi vestiti. Invece di provare il suo dolore, non sarebbe meglio fare qualcosa?

illustrazione by PaulThurlby 


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Il bambino sta per uscire dal canale del parto, già si vedono i capelli, ancora poche spinte spontanee e tutto il suo corpo sguscia fuori dal ventre della madre e atterra sul morbido cuscino posto sotto la donna accovacciata. La donna lo vede e per un attimo non crede ai suoi occhi, poi tende una mano incerta verso di lui, o sfiora con un dito, quasi con timore reverente… Ancora qualche frazione di secondo e qualche migliaio di espressioni che si dipingono sul suo volto, poi la donna, la madre, lo riconosce: m certo, è proprio lio. È il suo bambino, quello che h portato in pancia per nove mesi e di cui ha già conosciuto i contorni, i ritmi, i movimenti… ora che può vederlo si accorge che sapeva già com'era fatto, non poteva che avere questo viso, questo corpo. Istintivamente lo prende tra le braccia e lo avvicina al seno, come per riunirsi a lui, guardando i suoi occhi, i suoi occhi che si aprono e si fissano nei suoi.
In quello sguardo così indefinibile, intenso, antico, così amoroso, la madre misura in un attimo la distanza incredibile che entrambi hanno dovuto superare per incontrarsi, e anche il padre che ora si è unito a loro in quello scambio di sguardi, si lascia sopraffare dall'immensità di quel prodigio nel quale ora, forse per la prima volta in nove mesi, riesce a sentire con orgoglio che grande parte ha avuto.
Un momento come quello forse non si ripeterà più nel corso della loro vita futura, ma non lo scorderanno mai perché da quel momento saranno tutti e tre indissolubilmente legati in un vincolo spontaneo e naturale di reciproco amore, di reciproca pre-occupazione di reciproca assistenza. Un vincolo fatto di gioia, di responsabilità e di attenzione che proteggerà la vita e il benessere del bambino e il senso dell'essere genitori nei due adulti. Un legame sì, ma ricco di soddisfazioni come quella grande che provano adesso, di aver messo al mondo un essere completo, perfetto, che già dà segni di comprenderli e di riconoscerli e che con il suo sguardo attento comunica intelligenza e fa sentire più intelligenti. Un legame, certo, ma anche un'esperienza fondamentale, un primo modello di relazione per quel bambino destinato a crescere e, un giorno, ad accogliere e proteggere anche lui un figlio della sua specie.
Questa magia di sguardi e di sensazioni, il cui avverarsi dovrebbe essere garantito per diritto costituzionale a tutti i neonati e a tutti i neo-genitori: è il bonding, la nascita del primo legame e, come per la fuoriuscita della placenta, come per la suzione del colostro dal capezzolo della madre, completa e sancisce il processo della nascita. Come le femmine dei mammiferi del nostro Pianeta riconoscono di aver messo al mondo un cucciolo dall'odore che questo emana e che provoca in loro un'ondata di istinti all'accudimento che durerà fino alla sua completa autonomia, anche le madri umane e i padri umani hanno bisogno di questo primo contatto esclusivo col proprio piccolo per mettere in moto l'istinto materno e paterno e vivere in seguito con sicurezza e competenza il ruolo di genitori: è la memoria arcaica, quella legata all'istinto della procreazione e alla sopravvivenza della specie che si risveglia, e ci si accorge di fare e di provare con naturalezza gesti e sentimenti che si credeva di non conoscere, ricevendone un grande piacere e un senso di appartenenza.
Anche il piccolo, del resto, è arrivato col suo bagaglio di memorie arcaiche e si aspetta di essere accolto proprio così, di ritrovare nel calore delle braccia e nel nutrimento del seno, un senso rassicurante di continuità con ciò che provava dentro la pancia. Non si aspetta certo di essere messo da parte, solo, in una culla fredda e ferma, troppo grande, o di essere manipolato da mani estranee di cui non riconosce l'odore. Ma spesso accade proprio questo e il neonato si ritrova solo mentre i genitori si ritrovano a mani e pancia vuoti, e in tutti e tre resta un senso di stupore che non è meraviglia, un senso di disagio sottile e di estraneità che sarà difficile superare e che renderà più duro diventare genitori e figlio. Disagio che nasce anche dal fatto che questa mancanza il più delle volte non è neanche vissuta consapevolmente, perché certe credenze e procedure protocollari l'hanno mascherata dietro parole come sicurezza, igiene, prevenzione, controllo, ma che invece ha un nome solo: separazione.
Cominciare una nuova vita insieme da separati è un controsenso che può portare in alcuni casi anche a conseguenze molto negative nel futuro: malessere, depressione, insofferenza, difficoltà di relazioni, ne vale la pena?
Ma restiamo alla situazione ideale, quella dell'incontro non interrotto, del legame non interferito, quella naturale. È favorita certo dalla libertà, da un ambiente rispettoso, da un contesto sociale che ne riconosce il valore, ma anche da quei nove mesi vissuti assieme prima della nascita, nove mesi in cui il contatto fra nascituro, madre e padre ha avuto tanti momenti per essere vissuto e espresso, da quando la mamma ha cominciato ad avvertire i suoi primi movimenti leggeri come sottili vibrazioni, da quando il papà lo ha accarezzato attraverso la pancia e lo ha calmato col suo vocione, da quando i membri della famiglia e gli amici lo hanno accettato con gioia e hanno cominciato a immaginarlo. Il legame in qualche modo si era già creato, il bonding prenatale predisponeva già a un incontro felice.
Di questo bonding prenatale e di quello che avviene al momento della nascita, siamo tutti custodi e responsabili, tutte le persone che circondano una coppia in attesa, tutti gli operatori che si prendono cura di loro hanno un dovere di protezione verso il primo legame. Certo, sarà più facile per tutti se ognuno avrà avuto il suo bonding, quand'era il momento. Ciò può avvenire solo se, come dice Michel Odent, "ritorniamo alle origini", cioè alla fisiologia della nascita, nel senso più profondo del termine fisiologia. La fisiologia, infatti, va al di là di un parto "normale", nei canoni epidemiologici, perché fa riferimento a un evento globale in cui ci si sia predisposti al rispetto dei bisogni delle donne e dei nascituri. Per la donna, la parte più attiva al momento del parto è la parte profonda del suo cervello, le strutture cerebrali primitive che condividiamo con tutti gli altri mammiferi: l'ipotalamo, la ghiandola iposfisaria e tutti gli ormoni che devono essere messi in moto per poter partorire. L'ambiente in cui si svolge il parto dovrebbe quindi tenere conto della fisiologia ed evitare di stimolare la neocorteccia, la parte razionale, cosa che avviene per esempio con l'uso di luci violente e di un linguaggio razionale. Le donne hanno bisogno di intimità, di sentirsi al sicuro e protette, di non sentirsi osservate, affinché i processi endogeni chimici e ormonali possano trovare libera espressione e il compimento di quanto la natura ha predisposto.


Nascita e società: un legame non casuale 
In quella che viene chiamata "la terza fase del parto", cioè l'ora successiva alla nascita, la madre, il neonato e il padre si trovano in una condizione emotiva e chimica eccezionale, pronti all'incontro e al riconoscimento che crea in loro per sempre il legame d'amore. È il seme della relazione familiare, ma anche il seme della relazione col mondo, ciò che crea nell'individuo la capacità di amare, cioè di rispettare e di proteggere. Fa notare Odent che in tutte le società basate sull'aggressività e la dominanza, come la nostra, c'è la tendenza a interrompere questo momento di incontro: il neonato viene subito preso, lavato, manipolato, visitato, misurato, valutato e soprattutto separato dai genitori, mentre a madre e padre anziché poter godere di quell'onda incredibile di felicità che sarebbe anche la ricompensa dell'attesa, della paura, del dolore del parto, resta un senso di vuoto, e del legame solo la catena.
John e Troya Turner, psicoterapeuti del Whole Self Institute dissero queste parole, dopo l'attacco alle Twin Towers:
«Il problema non è il terrorismo, il problema è una generazione di esseri umani senza identità. La questione è: che cosa rende gli esseri umani incapaci di provare amore, compassione o empatia verso se stessi e chiunque altro, diventando così distruttori della stessa specie? Che cosa è successo perché degli esseri umani possano diventare così distorti psicologicamente, emozionalmente e spiritualmente da credere che l'Islam, una delle vie più spirituali nel mondo, possa incoraggiare l'assassinio e il suicidio per guadagnare il paradiso? Le condizioni che danno ai terroristi una falsa identità sono le terribili circostanze alle quali le loro madri furono esposte durante la gravidanza, il parto e dopo la nascita dei loro figli: le condizioni di impotenza, disperazione, inadeguatezza, paura emozionale, terrore e panico di madri gravide ai cui figli era impossibile nascere in un ambiente sicuro e pieno di amore, in una relazione di fiducia con il mondo».
Riflettendo su queste visioni, espresse da persone che hanno dedicato le loro migliori energie e conoscenze a curare la Nascita, viene da pensare che tutti noi potremmo contribuire responsabilmente a creare situazioni e ambienti adeguati per la nascita e per il primo incontro col neonato, potremmo riavvicinarci consapevolmente alla naturalità del parto e conoscerci meglio come esseri umani bisognosi di un imprinting d'amore da restituire come energia d'amore verso gli esseri che ci circondano e la nostra madre Terra. In un'epoca di Transizione la casa potrebbe essere da riscoprire come luogo ideale per la nascita? Una Nascita naturale e "sociale", elemento per ritessere quella tela di rapporti comunitari che l'arrivo di un bambino ha il potere di stimolare con la forza della vitalità di una nuova vita. Una forza che ci spinge a dare il meglio di noi come esseri umani e a proteggere il nostro futuro come specie. Potrebbe darsi che curando la nascita cominceremmo a guarire il Pianeta?



Alcuni titoli di Michel Odent, più altri autori consigliati dallo stesso Odent!
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