Parlino le Montagne, Scorrano i Fiumi
David R. Brower,
Steve Chapple
Parlino le Montagne,
Scorrano i Fiumi
Voto medio su 2 recensioni: Buono
In moltissimi conosciamo la frase più volte citata nei libri "Non ereditiamo la Terra dai nostri padri: la prendiamo in prestito dai nostri figli". Ma credo che in pochissimi sappiamo che il suo autore, David R. Brower, non ricorda di averla detta, forse perché ci aveva dato giù con un bicchierino di troppo!
Nell'introduzione al libro "Parlino le montagne, scorrano i fiumi" egli stesso la definisce «troppo moderata».
Dopo averci riflettuto a lungo ho deciso che la penso come lui: quando diamo o riceviamo qualcosa in prestito, noi, si presuppone, ce ne prendiamo cura. Le nostre azioni rivolte alla Terra non hanno segni di rispetto, di riconoscenza, di appartenenza-senza-proprietà. E cura è proprio questo. Forse potrò sembrare una svampita sognatrice - sorrido - : al mattino mi sveglio riconoscente del sole, degli uccellini che cantano, saluto il fiume e porgo gratitudine all'acqua, cammino lentamente osservando i mie passi non per timore di cosa potrei calpestare (sto già calpestando il suolo!) ma per meravigliarmi di ciò che nella notte ha germogliato.
Riconosco il privilegio di vivere in un luogo così a contatto con la natura, ma fino a poco fa, tra i clacson e i palazzi, provavo ugualmente gratitudine e meraviglia.
Sul sito www.maninellaterra.org abbiamo cambiato la dicitura, forse non tutti l'avete notato. Vi è scritto: "L'intenzione di fare della Terra un Paradiso richiede azione concreta e consapevolezza della nostra responsabilità come custodi. Attraverso la Permacultura progettiamo insediamenti umani sostenibili." La Permacultura è una soluzione; quello su cui voglio riportare l'attenzione è ogni singola parola della prima frase. Ogni singola parola. Con questo spirito vi invito a leggere e condividere il testo riportato qui affinché siano le nostre azioni fonte di meraviglia e nuova vita.

Grazie e buon sole, Emanuela

______________________________ CPR della Terra: un invito ______________________________

Ero accanto a Lester Brown, presidente del World Watch Institute, […] si voltò improvvisamente verso di me e mi domandò se conoscessi l'autore della citazione che il suo editore aveva messo sulla copertina del libro: «Non ereditiamo la Terra dai nostri padri: la prendiamo in prestito dai nostri figli».
«No», risposi.
«Questa frase», rispose Lester, «è scolpita su un masso al National Aquarium, e sotto c'è il tuo nome.»
Ero abbastanza compiaciuto, ma anche piuttosto perplesso.
Quando tornai a casa, in California, andai a rovistare tra le mie carte per scoprire quando avevo pronunciato quelle parole. Trovai la risposta in un'intervista che avevo rilasciato in un bar del North Carolina, così rumoroso che capirsi era quasi un miracolo. Non ricordavo di aver mai detto niente di simile, probabilmente perché a quel punto ero già al terzo Martini.
Decisi che era troppo moderata. Non stiamo «prendendo in prestito» la Terra dai nostri figli, gliela stiamo rubando. E non è nemmeno considerato un crimine.
Quando sarà ora, fate che questo sia il mio epitaffio.
Dai tempi della Rivoluzione industriale noi esseri umani non facciamo che gozzovigliare. Abbiamo saccheggiato gran parte della Terra in cerca di risorse. Una piccola porzione della popolazione mondiale è riuscita a concedersi qualche ghiottoneria, ma adesso stiamo mangiando il grano della semina. Viviamo del più importante capitale naturale del Pianeta e non degli interessi. Il suolo, i mari, le foreste, i fiumi, lo schermo protettivo dell'atmosfera: stiamo esaurendo tutto. È stata una grande sbornia, ma ora ne patiamo i postumi.
I nostri figli non ancora nati crederanno che abbiamo bruciato i libri per fare luce, i mobili per alimentare l'aria del condizionatore e gli alberi per scaldarci. Per un po' ha funzionato. Ci siamo moltiplicati e abbiamo asservito la Terra. Le generazioni future ce ne renderanno merito, ma dovranno imparare che la Terra non va dominata, bensì accudita. Ce n'è una sola.
La soluzione è semplice: dobbiamo tornare nei luoghi devastati e medicare le ferite che abbiamo inflitto. Dobbiamo fare del nostro meglio per riportare il mondo a com'era duecento anni fa, prima che lo intossicassimo. Allo stesso tempo dobbiamo ridisegnare le nostre città. Altrimenti non ci sarà più posto per noi.
Credo che sia questa la sfida più importante da affrontare sulla Terra. Il vecchio e ormai logoro metodo di mettere se stessi prima di tutto non può più funzionare. […]

Mentre scrivevo questo libro sono andato per la prima volta a un concerto dei Grateful Dead. […] Quando ho abbracciato con lo sguardo la folla di 22.000 ventiquattrenni ondeggianti la prima cosa che ho pensato è stata che di sicuro la mia presenza innalzata l'età media.
Poi mi sono chiesto quale esperienza della natura incontaminata questi giovani avrebbero potuto fare. Che tipo di Pianeta, quelli della mia generazione e i ragazzi di cinquanta o sessant'anni che si dimenavano sul palco, stavamo lasciando loro in eredità? Pensavo a che cosa avrei detto a questa gente […]:
«Mentre voi ascoltate questa musica meravigliosa che attraversa così tanti confini noi stiamo buttando via ciò per cui vale la pena attraversarli. Una delle cose più importante rimaste sulla Terra è quella che io chiamo la natura selvaggia. Le vostre menti, i vostri corpi, le centomila reazioni chimiche che avvengono dentro di voi senza che lo sappiate […]: sono tutte cose che hanno preso forma nella natura selvaggia durante i quattro miliardi di anni della storia della vita sulla Terra. Non nella cosiddetta civiltà, non negli ultimi duecento anni, a partire dalla Rivoluzione industriale, ma nella natura selvaggia. Non ci sono stati errori. Voi siete qui.
Ci sono delle cose che potete fare per rendere la vita migliore», avrei aggiunto, «per rimettere ordine sulla Terra. Se non le fate voi, non le farà nessuno. La natura selvaggia, sia quella che sta dentro sia quella che sta fuori di voi, non esisterà più.» […] «Date un'impronta ecologica al vostro mestiere, qualunque sia: accertatevi di includere il CPR della Terra. La Terra è un organismo vivente, che pulsa. Ha continuamente bisogno di CPR: Conservazione-Preservazione-Risanamento.
Conservazione. Dobbiamo usare le nostre risorse razionalmente. In questi ultimi millenni non lo abbiamo sempre fatto.
Preservazione. Dobbiamo preservare ciò che non potremo mai sostituire. Cioè, la natura incontaminata, la biodiversità. Invece ci stiamo sbarazzando di entrambe più rapidamente di quanto chiunque altro abbia mai fatto.
Risanamento. Siamo abbastanza intelligenti da recuperare i fiumi che abbiamo sbarrato con le dighe, le foreste che abbiamo abbattuto, in mari che abbiamo insanguinato, inquinato e depredato; le montagne che abbiamo riempito di acciaio e spianato, i deserti che abbiamo rovinato o inavvertitamente creato; lo strato di ozono che abbiamo danneggiato. Molte cose sono ormai sparite e non possiamo riprodurle, ma certamente possiamo ridare integrità all'uomo.»
Quest'ultimo passaggio è un po' pesante. Perciò, per non perdere il mio pubblico, avrei aggiunto rapidamente: «Avete delle opportunità. Afferratele.»
Poi, pensando che forse quei giovani non avevano mai visto uno spazio incontaminato, privilegio che io, invece, ho avuto innumerevoli volte, avrei continuato: «Se quest'arena fosse stato uno spazio incontaminato, con tutti voi qui non lo sarebbe più. Potete visitare la natura selvaggia solo pochi alla volta. E portare la vostra musica. Non solo per ascoltarla, ma per comporne voi stessi. Imparate ad ascoltare la musica della Terra».
Qualcuno avrebbe potuto interrompermi dicendo: «Che tipo di musica?»
«Il suono di un ruscello, il canto melodioso di uno scricciolo. Volete barrare con una diga un ruscello? A voi la scelta. Mettete pure a tacere lo scricciolo, se ne avete il coraggio. Ma pensate alla domanda che vi faranno i vostri nipoti: ´Com'era quella musica?`» […]


"Avete delle opportunità. Afferratele."
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Un giovane con una piccola borsa sulla spalla venne su camminando con comodo nei campi dove stavamo lavorando.
«Di dove sei?» chiesi.
«Di laggiù».
«Come sei arrivato qui?».
«A piedi».
«Perché sei venuto qua?».
«Non lo so».
La maggior parte di quelli che vengono qui non hanno fretta di rivelare i loro nomi o la storia del loro passato. Non chiariscono molto nemmeno il loro scopo. Dato che molti di loro non sanno perché vengono, ma vengono soltanto, è solo naturale.
All'inizio, l'uomo non sa da dove viene o dove va. Dire che si è nati dal grembo di nostra madre e ritorniamo alla terra è una spiegazione biologica, ma nessuno sa veramente che cosa c'è prima della nascita o che mondo ci aspetta dopo la morte.
Nato senza saperne la ragione, solo per chiudere gli occhi e partire per l'infinito ignoto: l'essere umano è davvero una tragica creatura.
L'altro giorno, avevo trovato un cappello di cariche (vimini) intrecciato lasciato da un gruppo di pellegrini che erano passati a visitare i templi di Shikoku. Su di esso stavano scritte le parole, "All'origine né est né ovest / Dieci infinite direzioni". Ora, tenendo il cappello in mano, chiesi nuovamente al giovane da dove venisse, e lui disse che era figlio di uno che era prete in un tempio a Kanazawa, e poiché era un stupidaggine stare a leggere versetti sacri ai morti tutto il giorno, voleva diventare contadino.
Non c'è né est, né ovest. Il sole sorge ad est, tramonta ad ovest, ma questa è solo un'osservazione astronomica. Sapere che non capisci né l'est né l'ovest è più vicino alla verità. Il fatto è che nessuno sa da dove viene il sole.
Fra le decine di migliaia di scritture, quella di cui dobbiamo essere più riconoscenti, quella dove tutti i punti importanti vengono fatti è il Sutra del Cuore. Secondo questo stura, «Il Signor Buddha dichiarò, "La forma è vuoto, il vuoto è forma. Materia e spirito sono una cosa sola ma tutto è vuoto. L'uomo non è vivo, non è morto, non è nato e non muore, senza vecchiaia né malattia, senza aumento né diminuzione"».
L'altro giorno mentre stavo mietendo il riso, dissi ai giovani che stavano riposando appoggiati ad un grosso covone, «stavo pensando che quando si semina il riso in primavera, il seme emette dei germogli vivi, e adesso che stiamo mietendo sembra morire. Il fatto che questo rituale si ripeta ogni anno significa che la vita continua in questo campo e che la morte annuale è essa stessa nascita annuale. Si potrebbe dire che il riso che stiamo mietendo adesso vive continuamente».
Gli esseri umani di solito vedono la vita e la morte in una prospettiva piuttosto corta. Che significato può avere la nascita della primavera e la morte dell'autunno per questa erba? La gente pensa che la vita è gioia e la morte è tristezza, ma il seme di riso, che riposa dentro la terra ed emette germogli a primavera, le sue foglie e i suoi steli che seccano in autunno, ancora conserva nel suo piccolissimo germe la gioia piena della vita. La gioia della vita non se ne va con la morte. La morte non è altro che un passaggio momentaneo. Potresti forse dire che questo riso, dato che possiede la gioia piena della vita, non conosce il dispiacere della morte?
La stessa cosa che succede al riso e all'orzo si ripete continuamente nel corpo umano. Ogni giorno capelli e unghie crescono, decine di migliaia di cellule muoiono, decine di migliaia ne nascono di nuove; il sangue che c'era nel corpo un mese fa non è lo stesso oggi. Quando pensi che le tue stesse caratteristiche si trasmettono ai corpi dei tuoi figli e nipoti, puoi dire che muori e rinasci ogni giorno, e ancora continuerai a vivere per molte generazioni dopo la morte.
Se si può assaporare e sperimentare ogni giorno la partecipazione in questo ciclo, nient'altro è più necessario. Ma la maggioranza della gente non è capace di godersi la vita mentre fluisce e cambia da un giorno all'altro. Si aggrappa alla vita come l'ha già sperimentata, e questo attaccamento abitudinario porta con sé la paura della morte. Badando solo al passato, che è già andato, o al futuro che deve ancora venire, dimenticando di vivere sulla terra qui e ora. Mentre si dibattono nella confusione, osservano le loro vite che passano come in un sogno.
«Se la vita e la morte sono realtà, non è forse inevitabile la sofferenza umana?».
«Non esiste né la vita, né la morte».
«Come puoi dire questo?».
«Il mondo stesso è un'unità di materia dentro il flusso dell'esperienza, ma la ragione delle persone divide i fenomeni in dualismi come la vita e la morte, lo yin e lo yang, l'essere e il vuoto. La mente arriva a credere nell'assoluta validità di quello che i sensi percepiscono e allora, per la prima volta, la materia com'è si trasforma in oggetti come gli esseri umani li percepiscono normalmente.
Le forme del mondo materiale, i concetti della via e della morte, della salute e della malattia, della gioia e del dolore, traggono tutti la loro origine nella mente umana. Nel stura, quando Buddha disse che tutto è vuoto, non stava soltanto negando la realtà intrinseca di ogni cosa che è costruita dall'intelletto umano, ma stava anche affermando che le emozioni umane sono illusioni.».
«Vuoi dire che tutto è illusione? Non resta nulla?».
«Nulla? A quanto pare il concetto di vuoto resta ancora nella vostra mente», dissi ai giovani. «Se non sapete da dove siete venuti o dove state andando, allora come fate ad essere sicuri di essere qua, in piedi davanti a me? L'esistenza è forse senza senso?».
L'altra mattina sentii una bambina di quattro anni domandare a sua mamma, "Perché sono venuta in questo mondo? Per andare all'asilo?".
Naturalmente sua mamma non poté dire onestamente "Sì, è proprio così, perciò vai, su!". Eppure, si direbbe che la gente in questi giorni veramente nasce per andare all'asilo.
Per tutto il liceo la gente studia con diligenza per imparare perché è venuta al mondo. Studiosi e filosofi, anche se si rovinano la vita nel tentativo, dicono che saranno soddisfatti se riusciranno a capire solo questo.
In origine gli esseri umani non avevano scopo. Adesso, sognando uno scopo o l'altro, vanno avanti a dibattersi cercando di trovare il senso della vita. È un incontro di lotta libera individuale. Non c'è nessuno scopo a cui uno debba pensare, o che debba andare in giro a cercare. Fareste bene a domandare ai bambini se una vita senza scopo sia o meno senza senso.
Da quando entrano all'asilo cominciano i dolori della gente. L'essere umano era una creatura felice, ma ha creato un mondo duro e adesso lotta cercando di aprirsi un varco per uscirne.
In natura c'è la vita e c'è la morte e la natura è piena di gioia.
Nella società umana c'è vita e c'è morte e la gente vive nel dolore.

- da La Rivoluzione del Filo di Pagliapag. 174 - 178
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