Nell'orto il permacultore non si comporta da padrone assoluto: animali e piante sono suoi fratelli.
Non è un sogno romantico. Anche la scienza occidentale si viene convincendo, sia pur lentamente, di ciò che hanno intuito i grandi pensatori orientali e molti popoli primitivi: tutta la vita sulla Terra si svolge secondo cicli estremamente complessi, in cui la sopravvivenza dell'essere più progredito dipende dal funzionamento delle forme di vita più semplici.
La distruzione dei minuscoli batteri del terreno segna anche la fine di piante, animali e uomini.

Intorno al 350 a.C., il grande filosofo taoista Chuang-tzu affermava che «ciò che chiamiamo mondo è l'unità di tutte le creature». Duemila anni dopo, l'antropologo Claude Lévi-Strauss sosteneva che era ormai tempo per le culture occidentali di «imparare che l'uomo è, in fondo, soltanto un essere vivente come molti altri e che egli può sopravvivere soltanto a condizione di rispettare questi altri esseri viventi». Albert Schweitzer parlava, a tale proposito, di «rispetto reverenziale per la vita».
A questo concetto di fondo dovrebbero rifarsi nel loro operare tutti i giardinieri, nome originario di contadini e agricoltori in quanto custodi e non padroni.

Le leggi dell'esistenza non provengono dall'uomo. Il deserto del Sahara era un tempo il granaio dell'Africa settentrionale: lo sfruttamento sconsiderato dei romani ne determinò la rovina. Gli Indiani del Nord America vissero per millenni in armonia con una natura indenne; ma furono sufficienti duecento anni di dominio bianco per ridurre ampie regioni di quel continente a steppe improduttive. Assenza di misura e brama di guadagno fecero e fanno dimenticare all'uomo che le risorse della Terra non sono inesauribili. Ma c'è anche un esempio, antichissimo, di un atteggiamento opposto: la Cina.

Nel 1943 Sir Albert Howard scriveva di questo paese: «In Cina i raccolti dei piccoli proprietari sono ancora costanti; la stessa fertilità del suolo non è diminuita nonostante i 4000 anni di sfruttamento».
Nei giardini, negli orti e nelle case cinesi niente viene gettato via con leggerezza: tutte le sostanze organiche vengono riciclare per farne compost e concimi. Per la società occidentale, fondata sull'usa e getta, i quattro millenni di fertilità del suolo cinese dovrebbero suggerire almeno qualche motivo di riflessione.

«Noi ricamiamo la nostra terra» dice ancora oggi, in Cina, chi lavora nel campo. Roland Rainer, che nel 1973 attraversò tutto il paese, sosteneva che questa immagine poetica definiva l'atteggiamento degli agricoltori cinesi: «Essi si prendono cura dell'ambiente con l'amore e l'impegno di un giardiniere e con tutto quello che ciò comporta.»
Sembrerebbe la descrizione di un paese popolato da permacultori!

In conclusione, che cosa vuol dire coltivare in permacultura? Semplicemente lavorare con la natura e non contro. Conoscere, sine superbia, le leggi naturali e osservare attentamente. Immergersi nella natura, risvegliare i sensi: tutti. «Chi vuole realizzare un sogno deve essere più vigilante degli altri e sognare più profondamente», Karl Foerster.


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