La Giornata del 2 ottobre assume il valore di affermazione di un nuovo orientamento politico, di rifiuto della guerra come condizione preliminare per una nuova società, ispirata all’insegnamento di Gandhi: “O l'umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l'umanità”.

Quest’anno il 2 ottobre cade in un momento particolarmente delicato:
⇒ l’ossessiva ricerca di maggiori finanziamenti per gli armamenti da parte del governo;
⇒ la difficoltà dello stesso parlamento ad abolire il programma dei caccia F-35;
⇒ il veto del consiglio supremo di difesa al parlamento rispetto alla sua sovranità decisionale sulle spese militari;
⇒ lo stato di sofferenza del Servizio Civile Nazionale, vero strumento di difesa civile, non armata e nonviolenta della patria ma che riceve fondi irrisori rispetto alla difesa militare;
⇒ la preparazione del Consiglio europeo di dicembre sulla difesa comune;
⇒ la riproposizione e il rifinanziamento da parte del governo della cosiddetta mini-naja.

Il motto bellicista dell’attuale ministro della difesa italiano è “per amare la pace, bisogna armare la pace”. È così che il ministero della difesa diventa il ministero della preparazione della guerra. Infatti l'esperienza storica ci insegna che “se armi la pace, ami la guerra”. È necessario ribaltare questa concezione arcaica, ancorché contraria allo spirito ed alla lettera della Costituzione italiana, nel suo contrario: se vuoi la pace prepara la pace, attraverso il disarmo e la costruzione di una vera difesa civile, non armata e nonviolenta.

Con le risorse liberate da un vero processo di disarmo può essere costruito un nuovo modello di difesa italiano ed europeo, a partire dal riconoscimento, economico ed organizzativo, della piena dignità del Servizio Civile Nazionale come forma di difesa non armata della Patria alternativa a quella militare. Una modello che abbia al centro la costruzione della pace con mezzi pacifici sul piano internazionale e la difesa delle istituzioni democratiche costituzionali sul piano nazionale. La sicurezza di tutti si costruisce attraverso il riconoscimento dei diritti civili e sociali delle popoli, non attraverso minacciosi programmi di riarmo militare degli Stati.

"Non esiste una via alla pace, la pace è la via" Gandhi.

                      Un valore etico
Qualche giorno fa, Dario Lo Scalzo ha pubblicato su ilcambiamento.it le sue riflessioni relative a questa giornata, ne riportiamo un estratto e lo ringraziamo per aver riportato un testo così carico di speranza e umanità:

"[...] una voce piacevole con toni alti e sorridenti annuncia che il 2 ottobre il mondo intero celebrerà la Giornata Internazionale della nonviolenza. I miei neuroni si scuotono a una velocità non prevista e si lanciano in un lungo processo di riflessioni che mi estraneano del tutto dal discorrere senza soste del conduttore.

Nel giugno del 2007 con una sua Risoluzione l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decide di commemorare la data di nascita di Mahatma Gandhi promuovendola e celebrandola come giornata mondiale della nonviolenza. Certo è un atto tardivo, ma comunque meritorio. I miei pensieri accelerano di velocità e sintetizzano. Siamo a poco più di un lustro dalla prima celebrazione mondialmente pubblicizzata della nonviolenza ed il bilancio è spaventosamente drammatico. È quasi paradossale ed urtante costatare come negli ultimi anni, più che mai, si sia assistito all’ascesa e alla recrudescenza della violenza nell’intero pianeta.

Degli ultimi decenni poi rimangono nelle nostre memorie i conflitti etnici, le guerriglie di ogni sorta in svariati angoli del mondo, gli atti terroristici e le invasioni dei territori e delle popolazioni dal sapore di nuovo colonialismo economico, molto spesso motivate e determinate dallo sfruttamento di risorse, di territorio, di spazi e di sovranità. Rimangono nelle menti le bombe, le guerre “chirurgiche”, le diatribe su armi chimiche e non armi chimiche, le violenze etniche, le insurrezioni civili pilotate, le sovranità popolari di molti paesi sistematicamente abusate e calpestate. Gli F35, i Drone da combattimento, le basi militari, le minacce di attacchi nucleari e quanto lunga potrebbe essere la lista degli atti di violenza fisica certificati e mediatizzati.

Ma la nonviolenza, quella che tra qualche giorno “tutto il mondo celebrerà” è più realisticamente un contenitore molto più grande. È una scelta etica, una strategia di consapevolezza e di azione che oggi, diciamocelo, è un valore sconosciuto al mondo politico, ai governanti ma anche tra i media la cui informazione dovrebbe invece nutrirsene indottrinando la collettività e, infine, in seno alla società, disattenta e poco sensibile al suo rilievo.

La nonviolenza sì, è vero, è lotta contro la violenza fisica, contro le guerre di ogni natura, incluse quelle che si proclamano guerre necessarie per la pace, ma è anche e soprattutto un atteggiamento positivo ed una maniera di vivere che rifiuta e non accetta nessuna forma di violenza: da quella religiosa, a quella discriminatoria, da quella politica a quella economica, da quella psicologica a quella razziale, da quella ambientale a quella mediatica, da quella intellettuale a quella morale, da quella interpersonale a quella sociale .

Così, a mio avviso, è giusto ricordare, commemorare il maestro e il saggio Gandhi, promuovere, educare, fare sapere, informare sul significato di quella giornata mondiale e della nonviolenza, ma non prendiamoci in giro sulle celebrazioni e i festeggiamenti della nonviolenza. Perché, al di là della sua etimologia, per la mia mente limitata, si celebra e si festeggia qualcosa che si è acquisito, che a noi proprio, che è divenuto nostra conquista sia a titolo individuale e come collettività. E di certo il mondo di oggi è ben lungi dal potersi dichiarare nonviolento. La nonviolenza non sembra essere neppure nei pensieri nè nell’immaginario di chi detiene la governance delle nazioni del globo né tanto meno nella moltitudine dei popoli che lo abitano.

La nonviolenza deve essere il cambio culturale da radicare in noi stessi, deve essere uno stile di vita, una filosofia di pensiero supportato da una quotidiana applicazione. È una maniera estremamente fine ed etica di approcciarsi al vivere quotidiano a tutti i livelli sociali. La nonviolenza si mette in pratica ogni giorno da parte di tutti quanti, ognuno con le proprie forze e nel proprio ruolo sociale.

Si è stanchi di vivere in questo mondo ovattato, in cui trionfano i formalismi, le chiacchiere da bar, le buone intenzioni verbali, le ipocrisie di governanti e cittadini, gli impegni e le promesse filosofiche e le profondità false. Siamo lontani, è bene saperlo e averne coscienza!


La nonviolenza è tutt’altro. E non corriamo immediatamente a guardare cosa fa il vicino di casa, o la nazione accanto, o come si comporta ed agisce il politico di turno o quello dello Stato più prossimo perché, sapete, la nonviolenza deve in primis essere dentro di noi e per conseguenza richiede un cambiamento personale che emerga dapprima interiormente per poi arrivare ad esprimersi in un comportamento sociale.

Viviamo in un mondo frantumato. Il nostro modello sociale ha fallito, e non per via della crisi economica, della crisi finanziaria e via dicendo. Fermiamoci un altro istante e riflettiamo. Stop! Viviamo una crisi di Amore senza precedenti. Il sistema ha fallito perché ha dato priorità alla violenza, alla volgarità, alla discriminazione, alla disumanizzazione delle interazioni e delle relazioni, alla legge del più forte, del più potente, della prevaricazione e della cupidigia. La cultura del rispetto a 360°, della pari dignità di ogni essere umano e del senso della comunità sono sepolti sotto la terra nauseabondo ed intollerabile degli egoismi, dell’interesse privato, della sopraffazione, del bieco potere, delle paure illusorie e dissimulatrici inculcateci per tenerci sottocontrollo.

La nonviolenza attiva è del resto e paradossalmente divenuta l’alternativa che fa paura; è ribelle, è rivoluzionaria, è eversiva, è spiazzante, è dirompente, è per assurdo una potenziale arma contro il sistema ed il potere. La nonviolenza è l’affermazione e l’applicazione dei principi costituzionali, è l’affermazione e l’applicazione della Dichiarazione universale dei diritti umani.

La nonviolenza è quello che il modello esistente vuole nascondere e disattendere; è ciò a cui il sistema, condotto da minoranze, ricordiamolo, non vuole educare per timore del risveglio delle menti e per evitare di crollare sotto le spallate di popoli interi, le maggioranze, che in fondo chiedono di vivere nel pacifismo, nella concertazione e nella cultura dell’amore. La nonviolenza è il sole e la luce che possono splendere giornalmente per il benessere di tutti gli esseri.

Salviamo le nostre vite, salviamo il nostro vivere e salviamo il nostro pianeta. Impegniamoci seriamente e con coscienza, agiamo e diamo concretamente voce ad un nuovo mondo. Pretendiamolo da noi stessi e dagli altri. Non fermiamoci solamente a “celebrare” la nonviolenza senza mai neppure aver provato a costruire un mondo nonviolento, senza conoscerla e senza avere giovato della sua enorme potenza benefica. Non fermiamoci alle apparenze, impariamo ad ascoltarci, educhiamo ogni giorno alla bellezza e alle forme di nonviolenza e trasmettiamole alle precedenti così come alle nuove generazioni.

Ops, nel mio lento camminare tra i corridoi dell’aeroporto mi rendo conto adesso che l’aereo è perso, ma in fondo poco importa perché salirci su per tempo sarebbe stata una forma di violenza al mio folleggiante pensare…

La nonviolenza attiva è la vera ricchezza, è la guarigione."

"Ricorda che è necessario andare avanti nella storia e che è necessario imparare a ridere... 
e che è necessario imparare ad amare... a te, fratello mio, lancio questa speranza, 
questa speranza di gioia, questa speranza di amore..."  Silo, ideologo del Nuovo Umanesimo.
leggi tutto...


È molto difficile dare una definizione della complessa figura di Ivan Illich (1926-2002): poliglotta ed eclettico, teologo e sociologo, filosofo e scrittore, ha compiuto una serrata analisi della modernità criticando soprattutto il predominio della macchina sull’uomo e la conseguente nascita di una società sempre più invivibile. Secondo Illich, la ricetta per superare l’imbarbarimento del mondo sta nella riscoperta dell’amicizia e della convivialità, cioè su una logica gratuita non fondata sullo scambio economico.

Illich nacque a Vienna il 4 settembre 1926, da padre croato e madre ebrea. Dopo aver frequentato il liceo di Firenze intitolato a Leonardo da Vinci, che gli assicura una preparazione scientifica di primo livello, si laureò in filosofia (1947) e in teologia (1951) presso la Pontificia università gregoriana a Roma, mantenendo un impegno costante nella ricerca nel settore delle scienze naturali.

Nel 1954 divenne sacerdote cattolico e due anni dopo fu nominato vice-rettore dell’Università cattolica di Porto Rico; nel 1961 fondò in Messico il Centro Intercultural de Documentacion che nelle intenzioni sarebbe servito a formare i missionari per il nord America ma che si rivelò uno strumento importante di analisi sociale, prendendo nette posizioni sui temi della pace e dell’incontro tra le culture. Tra mille polemiche con il Vaticano all’inizio degli anni ’70 il Centro venne chiuso e Illich, abbandonato il sacerdozio, cominciò a girare il mondo tenendo lezioni in molte università anche italiane: un’attività trentennale segnata dalla pubblicazione di molti libri in svariati ambiti.

Colpito da un tumore che tenta di curare utilizzando metodi tradizionali, in aperto conflitto con la medicina ufficiale, inizia a fumare oppio per alleviare il dolore. Convive con la malattia fino alla morte il 2 dicembre del 2002, a Brema.

                                                                                                            

Come detto, punto di partenza di molte sue riflessioni è il concetto di convivialità, inteso come l'opposto della produttività industriale. Se è vero che ogni essere umano viene identificato anche dal rapporto con l'ambiente e con le altre persone - "L'uomo che va a piedi e prende erbe medicinali non è l'uomo che corre a centosessanta sull'autostrada e prende antibiotici; ma tanto l'uno quanto l'altro non possono fare tutto da sé e dipendono da ciò che gli fornisce il loro ambiente naturale e culturale." - il rapporto industriale si configura come un riflesso condizionato, vale a dire come una reazione stereotipa del soggetto rispetto alle comunicazioni provenienti da un altro utente o da un ambiente artificiale che egli non sarà mai in grado di comprendere; viceversa, il rapporto conviviale è opera di persone che continuamente prendono parte alla costruzione della vita sociale.

La produttività, dunque, si identifica con un valore tecnico, mentre la convivialità è rappresentata come valore etico: una è un valore materializzato, l'altra un valore realizzato. Secondo il pensiero di Illich, le radici della crisi mondiale vanno ricercate nel fallimento dell'impresa moderna, vale a dire nella macchina che ha preso il posto dell'uomo. La scoperta umana porta alla specializzazione dei compiti, ma anche a una centralizzazione del potere e a una istituzionalizzazione dei valori: succede, però, che l'uomo si trasforma in un ingranaggio burocratico, in un accessorio della macchina. Se l'uomo vuole poter contare in futuro, disegnando egli stesso i limiti della società, non può che riconoscere e accettare l'esistenza di soglie naturali che non possono essere superate: in caso contrario, si rischia che lo strumento e la macchina si trasformino da servitori a tiranni. La società, insomma, una volta superata la soglia si trasforma in una prigione. La persona integrata nella collettività ricorre alla società conviviale per far sì che ciascuno possa utilizzare gli strumenti al fine di soddisfare le proprie esigenze, avvalendosi della libertà di modificare e cambiare gli oggetti che lo circondano, servendosene insieme agli altri.

"Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: «Guidatore, dacci dentro!». [...]
Ma «crisi» non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l'escalation del controllo. Può invece indicare l'attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all'improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero."

- Per approfondire:
La Perdita dei Sensi
Ivan Illich
La Perdita dei Sensi
Libreria Editrice Fiorentina
«La perdita dei sensi» è la raccolta di testi di appunti da conferenze fra il 1987 e il 2002, anno della morte di Illich.
Con la consueta libertà intellettuale, Illich delinea qui una «ecologia della percezione e dei sensi» che può ricostruire relazioni umane sostenibili e durevoli. Questo libro offre una summa del pensiero di Illich in modo ancor più suggestivo ed emotivamente carico rispetto ad altri testi, poiché si tratta della trascrizione di discorsi e lezioni.
Attraverso la sua viva voce, Illich propone una via di rinascita umana nel segno della responsabilità, radicalmente alternativa a quella propinata dall'imperante apparato tecnologico che ci mutila allontanandoci da noi stessi, dallo spirito e dalla natura. È un vero e proprio appello a superare «la disumanità di un mondo senza rapporti con il suolo», l'«impotenza programmata» e la «educazione alla sopravvivenza in un mondo artificiale», che per Illich rappresentano la «banalità del male».
leggi tutto...


"Il futuro è nelle mani dei bambini" Eglantyne Jebb

Alle soglie del Ventesimo secolo il “bambino” è ancora considerato solo in riferimento al mondo adulto; un adulto non del tutto compiuto, non una persona con proprie specifiche esigenze di tipo affettivo, psicologico, intellettivo. L’unico scrupolo relativo all’infanzia espresso sino a quel momento è quello di regolarne l’ingresso e i modi di lavoro.

Eglantyne Jebb è stata in grado di anticipare il concetto, rivoluzionario per l'epoca, che anche i bambini fossero titolari di diritti peculiari, distinti da quelli degli adulti, e inizia un’opera nei confronti delle istituzioni audace nelle sue rivendicazioni e anticonformista nei modi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di reperimento dei fondi.

Eglentyne nasce ad Ellesmere Shrophire il 25 agosto 1876 e cresce in una casa di campagna, in una famiglia benestante, fortemente impegnata nella propria comunità. Con lei crescono cinque fra fratelli e sorelle. Il padre Arthur Trevor Jebb è un avvocato e proprietario terriero. La madre, Louisa Eglantyne, fonda la Home Arts and Industries Association per sostenere i mestieri rurali tradizionali e dell’artigianato minacciati dalla meccanizzazione e dall’urbanizzazione. Sua sorella Louise contribuisce a fondare la Women’s Land Army durante la Prima Guerra Mondiale, che organizza nelle aziende agricole il lavoro delle donne che sostituiscono i mariti in guerra.
Eglantyne consegue la laurea in Storia Moderna a Oxford e insegna per un anno nelle scuole elementari. Si trasferisce poi a Cambridge per aiutare la madre e collaborò con la Charity Organisation Society che mirava a organizzare le opere di carità secondo metodi razionali e moderni. Eglentyne studia quindi in modo scientifico come aiutare le persone e nel 1906 pubblica Cambridge, A Study in Social Questions.

Con l’inizio della Prima Guerra Mondiale insieme alla sorella Dorothy scrive Note dalla stampa estera per la rivista «Cambridge Magazine». Alla fine della guerra pubblica in inglese sulla stessa rivista alcuni articoli di giornali esteri che descrivono le gravi conseguenze dell’embargo del governo britannico nei confronti di Austria e Germania, dove i bambini morivano di fame, a fronte del governo britannico, fermamente deciso a non dare aiuti al nemico sconfitto.
Nello stesso anno Eglantyne viene arrestata a Trafalgar Square mentre distribuisce volantini con fotografie di bambini austriaci affamati.Il governo sperava con l’arresto di mettere a tacere questa donna che insieme ad altri influenti amici quali Lord Parmoor, John Maynard Keynes ed altri svolgevano un’efficace attività di lobbying in tal senso. Eglantyne si difende in tribunale appellandosi al caso morale. Anche se riconosciuta colpevole viene solo multata per 5 sterline che – come scrive a sua madre - «equivale alla vittoria».

Il 15 aprile 1919 Eglantyne insieme alla sorella Dorothy istituisce un fondo per aiutare i bambini tedeschi e austriaci: Save the Children Fund. Inaspettatamente questa organizzazione presentata alla Royal Albert Hall a Londra il 19 maggio 1919 raccoglie rapidamente una grossa somma di denaro dal pubblico britannico e molti partecipano all’opera di soccorso. Per gestire il Fondo Eglantyne assicura che avrebbe utilizzato il metodo professionale imparato presso la Charity Organisation Society.

Nell’estate del 1919, Eglantyne Jebb scrive a Papa Benedetto XV per avere il supporto della Chiesa contro la carestia. In risposta al suo appello, nel novembre dello stesso anno, il Papa scrive l’Enciclica Paterno Iam Diu, chiedendo a tutte le chiese del mondo di raccogliere fondi per l’infanzia e l’anno successivo, nell’enciclica Annus iam Planus est, loda pubblicamente Save the Children per il suo lavoro. È la prima volta nella storia che la Chiesa Cattolica supporta una causa promossa da un’organizzazione non confessionale.

Durante il servizio che aveva prestato nella prima Guerra Mondiale, Eglantyne era stata molto colpita dalle sofferenze inflitte dalla guerra ai bambini ed essendo persuasa che «le guerre sono sempre guerre innanzitutto contro i bambini», aveva pensato che fosse necessario affermare alcuni diritti fondamentali propri dei bambini e nel 1923 riflettendo sulla vetta del monte Salève che domina Ginevra, stilò la prima Carta internazionale dei diritti del bambino: «che ogni bambino affamato sia nutrito, ogni bambino malato sia curato,ad ogni orfano, bambino di strada o ai margini della società sia data protezione e supporto».
La Carta scritta in stile semplice in cinque punti afferma che i bambini hanno dei diritti e la Comunità ha il dovere di proteggerli. La invia quindi alla Società delle Nazioni scrivendo: «Sono assolutamente convinta sia giunto il momento di riconoscere i diritti propri dei bambini» il testo viene adottato dalla Società delle Nazioni l’anno successivo il 26 settembre del 1924, con il nome di Dichiarazione di Ginevra e successivamente dalle Nazioni Unite. Sulla stessa carta si basa la Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1989 oggi ratificata da tutti i Paesi del mondo ad eccezione degli Stati Uniti e della Somalia.

Eglantyne muore appena sei anni dopo, a Ginevra, nel 1928. A soli 52 anni. Mentre la sua storia è stata dimenticata e anche se i diritti umani dei bambini devono ancora essere pienamente realizzati, il successo di Eglantyne nell’imporli all'agenda politica mondiale attesta la forza del suo spirito umanitario. Eglantyne Jebb trovava i bambini rumorosi e stancanti e li definisce anche “birbanti”, ma riconosce in loro il futuro. E capisce che è a nostro rischio e pericolo non riuscire a proteggerli e rispettarli.
«Per avere successo nella vita, è necessario dare vita»: Eglantyne non divenne madre, come ci si sarebbe aspettati da una signora benestante dell’età edoardiana, ma fu donna coraggiosa, carismatica, e di visione umana.

leggi tutto...


Come il pi greco è alla base delle descrizioni di tutte le circonferenze, così un valore costante è alla base delle spirali presenti in natura. Le curve vorticose presenti nelle più antiche creature acquatiche, come le conchiglie, sono le forme che ricorrono più di frequente in natura: seguono una traccia a spirale a crescita esponenziale. Ogni curva è più ampia della precedente secondo un fattore costante: la stessa spirale disegna la disposizione dei semi di un fiore come il girasole e delle stelle lungo la spirale di una galassia.

Leonardo Fibonacci (1175-1240) è stato il più insigne matematico europeo del Medioevo. Nato a Pisa, dopo aver assimilato le nozioni della tradizione greca pitagorica ed euclidea visse in Marocco per un certo periodo e lì imparò la matematica araba. Fibonacci è famoso perché ideò una serie lineare numerica che porta il suo nome e che comincia con il numero 1. I numeri che seguono sono determinati dalla somma dei due che li precedono immediatamente. Avremo così: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233...

Il risultato delle frazioni che si formano dividendo le cifre successive (1, 1/2, 2/3, 3/5, 5/8, 8/13...) è un numero che tende ad avvicinarsi sempre più a una costante chiamata sezione aurea, il cui valore equivale a 1,6180339887...

                                         1/1 = 1,000000                                         55/34 = 1,617978
                                         2/1 = 2,000000                                         89/55 = 1,618182
                                         3/2 = 1,500000                                         144/89 = 1,617978
                                         5/3 = 1,666666                                         233/144 = 1,618056
                                         8/5 = 1,600000                                         377/233 = 1,618026
                                         13/8 = 1,625000                                       610/377 = 1,618037
                                         21/13 = 1,615385                                     987/610 = 1,618033
                                         34/21 = 1,619048                                     ...

La sezione aurea è il limite infinito del rapporto di due cifre consecutive della serie di Fibonacci. Si tratta di un numero irrazionale, dotato di cifre decimali che continuano all'infinito. È un numero unico, conosciuto anche come phi, e ha affascinato generazioni di matematici e artisti. La sezione aurea, un tempo conosciuta anche come divina proporzione, è un numero speciale che è presente in tutto l'universo. Lo ritroviamo in natura a tutti i livelli: dai cristalli ai buchi neri, nel ritmo in cui prolificano i conigli e le api, nelle spirali che si disegnano sulla superficie degli ananas.

In natura gli elementi organici tendono ad associarsi a gruppi di 3, 5, 8, 13 elementi secondo la serie di Fibonacci: in ciascuna fila i numeri dei petali dei fiori, delle foglie delle piante e delle scaglie delle pigne, la disposizione delle macchie sulla pelle degli animali. Quasi tutte le forme a spirale della natura, conchiglie comprese, tendono a crescere e a moltiplicarsi seguendo la successione di Fibonacci o in rapporto alla sezione aurea. I numeri di Fibonacci si sono "infiltrati" anche nelle spirali dei codici del DNA. La curva a spirale espressa nel rapporto 1:1,618034 compone i frattali maggiormente presenti in natura ed è l'unica che può estendersi all'infinito.

La sezione aurea fu una scoperta di Pitagora (569 ca.-500 a.C.) e dei suoi seguaci. Nel 300 a.C. il matematico greco Euclide di Alessandria individuò la sezione aurea su una linea divisa in due segmenti ineguali. Se si divide una linea in due parti con una sezione aurea, così che il rapporto tra la parte maggiore e il totale abbia questo valore (1,618034), allora anche il rapporto tra la parte minore e la parte maggiore sarà una sezione aurea. Una linea è tagliata in una sezione aurea quando il rapporto tra le lunghezze AC e CB è uguale al rapporto tra AB e AC.
Sezione aurea di Euclide di Aurigemma

rettangolo e spirale aurei
Un'altra curiosità di questo numero: in un rettangolo aureo, il rapporto tra base e altezza è ancora una sezione aurea. Se dal punto relativo della sezione aurea del rettangolo deriviamo un quadrato, si formerà un altro rettangolo aureo e da questo un altro ancora e così via all'infinito.
All'interno di tale figura si viene a formare quella spirale ad andamento infinito onnipresente in natura, il cui valore è espresso dalla sezione aurea.

[...] Con questo rigore matematico la natura organizza sequenze ripetitive, frattali, schemi curvi e spiraliformi che tendono all'infinito e che ritroviamo nei movimenti dell'acqua. La sezione aurea è alla base delle giuste proporzioni delle simmetrie naturali. [...]

La serie aritmetica di Fibonacci è stata utilizzata da pittori, scultori, architetti e musicisti di tutti i tempi, spesso senza un'intenzione conscia degli autori: da Leonardo e Albrecht Dürer ai cubisti, ai simbolisti, ai futuristi come Gino Severini, fino a Le Corbusier e Salvador Dalì. La consideravano un codice per accedere al segreto dell'armonia. Piero della Francesca, oltre a essere uno dei più ispirati pittori del Rinascimento, era anche un fine matematico, tanto che un suo trattato fu copiato dal matematico Luca Pacioli nel suo De divina proportione (1509), libro dedicato alla sezione aurea e illustrato da Leonardo. Debussy probabilmente intuì la profonda relazione tra il mondo dell'acqua e la sezione aurea: il ritmo e le spaziature musicali delle sue opere ispirate all'acqua - le sonate per pianoforte Reflets dans l'eau (Riflessi nell'acqua) e Jardins sous la pluie (Giardini sotto la pioggia) e la sinfonia La mer (Il mare) - sono scanditi secondo la serie di Fibonacci.

- tratto da "L'Acqua Pura e Semplice", leggi anche QUI

ed ora... goditi la magia, guarda il VIDEO cliccando QUI

per saperne di più!
L'Acqua Pura e Semplice
Paolo Consigli
L'Acqua Pura e Semplice
Tecniche Nuove Edizioni
Voto medio su 4 recensioni: Da non perdere
Il Caos Sensibile - Libro
Theodor Schwenk
Il Caos Sensibile
Arcobaleno Edizioni
Voto medio su 4 recensioni: Da non perdere
La Rete della Vita - Libro
Fritjof Capra
La Rete della Vita
BUR
Voto medio su 4 recensioni: Da non perdere
La Risposta dell'Acqua
Masaru Emoto
La Risposta dell'Acqua
Edizioni Mediterranee
Voto medio su 8 recensioni: Da non perdere
The Water Wizard: 
The Extraordinary Properties 
of Natural Water
By Viktor Schauberger

Living Water: 
Viktor Schauberger and 
the Secrets of Natural Energy 
By Olof Alexandersson
leggi tutto...

Parlino le Montagne, Scorrano i Fiumi
David R. Brower,
Steve Chapple
Parlino le Montagne,
Scorrano i Fiumi
Voto medio su 2 recensioni: Buono
In moltissimi conosciamo la frase più volte citata nei libri "Non ereditiamo la Terra dai nostri padri: la prendiamo in prestito dai nostri figli". Ma credo che in pochissimi sappiamo che il suo autore, David R. Brower, non ricorda di averla detta, forse perché ci aveva dato giù con un bicchierino di troppo!
Nell'introduzione al libro "Parlino le montagne, scorrano i fiumi" egli stesso la definisce «troppo moderata».
Dopo averci riflettuto a lungo ho deciso che la penso come lui: quando diamo o riceviamo qualcosa in prestito, noi, si presuppone, ce ne prendiamo cura. Le nostre azioni rivolte alla Terra non hanno segni di rispetto, di riconoscenza, di appartenenza-senza-proprietà. E cura è proprio questo. Forse potrò sembrare una svampita sognatrice - sorrido - : al mattino mi sveglio riconoscente del sole, degli uccellini che cantano, saluto il fiume e porgo gratitudine all'acqua, cammino lentamente osservando i mie passi non per timore di cosa potrei calpestare (sto già calpestando il suolo!) ma per meravigliarmi di ciò che nella notte ha germogliato.
Riconosco il privilegio di vivere in un luogo così a contatto con la natura, ma fino a poco fa, tra i clacson e i palazzi, provavo ugualmente gratitudine e meraviglia.
Sul sito www.maninellaterra.org abbiamo cambiato la dicitura, forse non tutti l'avete notato. Vi è scritto: "L'intenzione di fare della Terra un Paradiso richiede azione concreta e consapevolezza della nostra responsabilità come custodi. Attraverso la Permacultura progettiamo insediamenti umani sostenibili." La Permacultura è una soluzione; quello su cui voglio riportare l'attenzione è ogni singola parola della prima frase. Ogni singola parola. Con questo spirito vi invito a leggere e condividere il testo riportato qui affinché siano le nostre azioni fonte di meraviglia e nuova vita.

Grazie e buon sole, Emanuela

______________________________ CPR della Terra: un invito ______________________________

Ero accanto a Lester Brown, presidente del World Watch Institute, […] si voltò improvvisamente verso di me e mi domandò se conoscessi l'autore della citazione che il suo editore aveva messo sulla copertina del libro: «Non ereditiamo la Terra dai nostri padri: la prendiamo in prestito dai nostri figli».
«No», risposi.
«Questa frase», rispose Lester, «è scolpita su un masso al National Aquarium, e sotto c'è il tuo nome.»
Ero abbastanza compiaciuto, ma anche piuttosto perplesso.
Quando tornai a casa, in California, andai a rovistare tra le mie carte per scoprire quando avevo pronunciato quelle parole. Trovai la risposta in un'intervista che avevo rilasciato in un bar del North Carolina, così rumoroso che capirsi era quasi un miracolo. Non ricordavo di aver mai detto niente di simile, probabilmente perché a quel punto ero già al terzo Martini.
Decisi che era troppo moderata. Non stiamo «prendendo in prestito» la Terra dai nostri figli, gliela stiamo rubando. E non è nemmeno considerato un crimine.
Quando sarà ora, fate che questo sia il mio epitaffio.
Dai tempi della Rivoluzione industriale noi esseri umani non facciamo che gozzovigliare. Abbiamo saccheggiato gran parte della Terra in cerca di risorse. Una piccola porzione della popolazione mondiale è riuscita a concedersi qualche ghiottoneria, ma adesso stiamo mangiando il grano della semina. Viviamo del più importante capitale naturale del Pianeta e non degli interessi. Il suolo, i mari, le foreste, i fiumi, lo schermo protettivo dell'atmosfera: stiamo esaurendo tutto. È stata una grande sbornia, ma ora ne patiamo i postumi.
I nostri figli non ancora nati crederanno che abbiamo bruciato i libri per fare luce, i mobili per alimentare l'aria del condizionatore e gli alberi per scaldarci. Per un po' ha funzionato. Ci siamo moltiplicati e abbiamo asservito la Terra. Le generazioni future ce ne renderanno merito, ma dovranno imparare che la Terra non va dominata, bensì accudita. Ce n'è una sola.
La soluzione è semplice: dobbiamo tornare nei luoghi devastati e medicare le ferite che abbiamo inflitto. Dobbiamo fare del nostro meglio per riportare il mondo a com'era duecento anni fa, prima che lo intossicassimo. Allo stesso tempo dobbiamo ridisegnare le nostre città. Altrimenti non ci sarà più posto per noi.
Credo che sia questa la sfida più importante da affrontare sulla Terra. Il vecchio e ormai logoro metodo di mettere se stessi prima di tutto non può più funzionare. […]

Mentre scrivevo questo libro sono andato per la prima volta a un concerto dei Grateful Dead. […] Quando ho abbracciato con lo sguardo la folla di 22.000 ventiquattrenni ondeggianti la prima cosa che ho pensato è stata che di sicuro la mia presenza innalzata l'età media.
Poi mi sono chiesto quale esperienza della natura incontaminata questi giovani avrebbero potuto fare. Che tipo di Pianeta, quelli della mia generazione e i ragazzi di cinquanta o sessant'anni che si dimenavano sul palco, stavamo lasciando loro in eredità? Pensavo a che cosa avrei detto a questa gente […]:
«Mentre voi ascoltate questa musica meravigliosa che attraversa così tanti confini noi stiamo buttando via ciò per cui vale la pena attraversarli. Una delle cose più importante rimaste sulla Terra è quella che io chiamo la natura selvaggia. Le vostre menti, i vostri corpi, le centomila reazioni chimiche che avvengono dentro di voi senza che lo sappiate […]: sono tutte cose che hanno preso forma nella natura selvaggia durante i quattro miliardi di anni della storia della vita sulla Terra. Non nella cosiddetta civiltà, non negli ultimi duecento anni, a partire dalla Rivoluzione industriale, ma nella natura selvaggia. Non ci sono stati errori. Voi siete qui.
Ci sono delle cose che potete fare per rendere la vita migliore», avrei aggiunto, «per rimettere ordine sulla Terra. Se non le fate voi, non le farà nessuno. La natura selvaggia, sia quella che sta dentro sia quella che sta fuori di voi, non esisterà più.» […] «Date un'impronta ecologica al vostro mestiere, qualunque sia: accertatevi di includere il CPR della Terra. La Terra è un organismo vivente, che pulsa. Ha continuamente bisogno di CPR: Conservazione-Preservazione-Risanamento.
Conservazione. Dobbiamo usare le nostre risorse razionalmente. In questi ultimi millenni non lo abbiamo sempre fatto.
Preservazione. Dobbiamo preservare ciò che non potremo mai sostituire. Cioè, la natura incontaminata, la biodiversità. Invece ci stiamo sbarazzando di entrambe più rapidamente di quanto chiunque altro abbia mai fatto.
Risanamento. Siamo abbastanza intelligenti da recuperare i fiumi che abbiamo sbarrato con le dighe, le foreste che abbiamo abbattuto, in mari che abbiamo insanguinato, inquinato e depredato; le montagne che abbiamo riempito di acciaio e spianato, i deserti che abbiamo rovinato o inavvertitamente creato; lo strato di ozono che abbiamo danneggiato. Molte cose sono ormai sparite e non possiamo riprodurle, ma certamente possiamo ridare integrità all'uomo.»
Quest'ultimo passaggio è un po' pesante. Perciò, per non perdere il mio pubblico, avrei aggiunto rapidamente: «Avete delle opportunità. Afferratele.»
Poi, pensando che forse quei giovani non avevano mai visto uno spazio incontaminato, privilegio che io, invece, ho avuto innumerevoli volte, avrei continuato: «Se quest'arena fosse stato uno spazio incontaminato, con tutti voi qui non lo sarebbe più. Potete visitare la natura selvaggia solo pochi alla volta. E portare la vostra musica. Non solo per ascoltarla, ma per comporne voi stessi. Imparate ad ascoltare la musica della Terra».
Qualcuno avrebbe potuto interrompermi dicendo: «Che tipo di musica?»
«Il suono di un ruscello, il canto melodioso di uno scricciolo. Volete barrare con una diga un ruscello? A voi la scelta. Mettete pure a tacere lo scricciolo, se ne avete il coraggio. Ma pensate alla domanda che vi faranno i vostri nipoti: ´Com'era quella musica?`» […]


"Avete delle opportunità. Afferratele."
Partecipa al corso di progettazione in permacultura:
dal 27 luglio al 7 agosto
a Castelnuovo di Farfa, Rieti www.facebook.com/events/129972733862079/
PRENOTA a permacultura@maninellaterra.org, ti aspettiamo!


Bibliografia di base
(bibliografia completa QUI)
acquistando su Macrolibrarsi ed inserendo il codice partner 3173
potrai inoltre sostenere Mani nella Terra, scopri di più
www.maninellaterra.org/p/sostienici-acquistando-su.html

Inoltre, ai nostri corsi, potrai acquistare una serie di libri

con uno sconto minimo del 10% e se vuoi, anche prenotarli in anticipo!
Introduzione alla Permacultura - Libro
Bill Mollison
Introduzione 
alla Permacultura
Buono
Permacultura per Tutti - Libro
Patrick Whitefield
Permacultura 
per Tutti
Da non perdere

Il Suolo - Un Patrimonio da Salvare
C. e L. Bourguignon
Il Suolo - Patrimonio
da Salvare
Voto medio su 4 recensioni: Buono
La Rivoluzione del Filo di Paglia
Masanobu Fukuoka
La Rivoluzione 
del Filo di Paglia
Da non perdere
L'Acqua Pura e Semplice
Paolo Consigli
L'Acqua 
Pura e Semplice
Da non perdere
leggi tutto...

Un giovane con una piccola borsa sulla spalla venne su camminando con comodo nei campi dove stavamo lavorando.
«Di dove sei?» chiesi.
«Di laggiù».
«Come sei arrivato qui?».
«A piedi».
«Perché sei venuto qua?».
«Non lo so».
La maggior parte di quelli che vengono qui non hanno fretta di rivelare i loro nomi o la storia del loro passato. Non chiariscono molto nemmeno il loro scopo. Dato che molti di loro non sanno perché vengono, ma vengono soltanto, è solo naturale.
All'inizio, l'uomo non sa da dove viene o dove va. Dire che si è nati dal grembo di nostra madre e ritorniamo alla terra è una spiegazione biologica, ma nessuno sa veramente che cosa c'è prima della nascita o che mondo ci aspetta dopo la morte.
Nato senza saperne la ragione, solo per chiudere gli occhi e partire per l'infinito ignoto: l'essere umano è davvero una tragica creatura.
L'altro giorno, avevo trovato un cappello di cariche (vimini) intrecciato lasciato da un gruppo di pellegrini che erano passati a visitare i templi di Shikoku. Su di esso stavano scritte le parole, "All'origine né est né ovest / Dieci infinite direzioni". Ora, tenendo il cappello in mano, chiesi nuovamente al giovane da dove venisse, e lui disse che era figlio di uno che era prete in un tempio a Kanazawa, e poiché era un stupidaggine stare a leggere versetti sacri ai morti tutto il giorno, voleva diventare contadino.
Non c'è né est, né ovest. Il sole sorge ad est, tramonta ad ovest, ma questa è solo un'osservazione astronomica. Sapere che non capisci né l'est né l'ovest è più vicino alla verità. Il fatto è che nessuno sa da dove viene il sole.
Fra le decine di migliaia di scritture, quella di cui dobbiamo essere più riconoscenti, quella dove tutti i punti importanti vengono fatti è il Sutra del Cuore. Secondo questo stura, «Il Signor Buddha dichiarò, "La forma è vuoto, il vuoto è forma. Materia e spirito sono una cosa sola ma tutto è vuoto. L'uomo non è vivo, non è morto, non è nato e non muore, senza vecchiaia né malattia, senza aumento né diminuzione"».
L'altro giorno mentre stavo mietendo il riso, dissi ai giovani che stavano riposando appoggiati ad un grosso covone, «stavo pensando che quando si semina il riso in primavera, il seme emette dei germogli vivi, e adesso che stiamo mietendo sembra morire. Il fatto che questo rituale si ripeta ogni anno significa che la vita continua in questo campo e che la morte annuale è essa stessa nascita annuale. Si potrebbe dire che il riso che stiamo mietendo adesso vive continuamente».
Gli esseri umani di solito vedono la vita e la morte in una prospettiva piuttosto corta. Che significato può avere la nascita della primavera e la morte dell'autunno per questa erba? La gente pensa che la vita è gioia e la morte è tristezza, ma il seme di riso, che riposa dentro la terra ed emette germogli a primavera, le sue foglie e i suoi steli che seccano in autunno, ancora conserva nel suo piccolissimo germe la gioia piena della vita. La gioia della vita non se ne va con la morte. La morte non è altro che un passaggio momentaneo. Potresti forse dire che questo riso, dato che possiede la gioia piena della vita, non conosce il dispiacere della morte?
La stessa cosa che succede al riso e all'orzo si ripete continuamente nel corpo umano. Ogni giorno capelli e unghie crescono, decine di migliaia di cellule muoiono, decine di migliaia ne nascono di nuove; il sangue che c'era nel corpo un mese fa non è lo stesso oggi. Quando pensi che le tue stesse caratteristiche si trasmettono ai corpi dei tuoi figli e nipoti, puoi dire che muori e rinasci ogni giorno, e ancora continuerai a vivere per molte generazioni dopo la morte.
Se si può assaporare e sperimentare ogni giorno la partecipazione in questo ciclo, nient'altro è più necessario. Ma la maggioranza della gente non è capace di godersi la vita mentre fluisce e cambia da un giorno all'altro. Si aggrappa alla vita come l'ha già sperimentata, e questo attaccamento abitudinario porta con sé la paura della morte. Badando solo al passato, che è già andato, o al futuro che deve ancora venire, dimenticando di vivere sulla terra qui e ora. Mentre si dibattono nella confusione, osservano le loro vite che passano come in un sogno.
«Se la vita e la morte sono realtà, non è forse inevitabile la sofferenza umana?».
«Non esiste né la vita, né la morte».
«Come puoi dire questo?».
«Il mondo stesso è un'unità di materia dentro il flusso dell'esperienza, ma la ragione delle persone divide i fenomeni in dualismi come la vita e la morte, lo yin e lo yang, l'essere e il vuoto. La mente arriva a credere nell'assoluta validità di quello che i sensi percepiscono e allora, per la prima volta, la materia com'è si trasforma in oggetti come gli esseri umani li percepiscono normalmente.
Le forme del mondo materiale, i concetti della via e della morte, della salute e della malattia, della gioia e del dolore, traggono tutti la loro origine nella mente umana. Nel stura, quando Buddha disse che tutto è vuoto, non stava soltanto negando la realtà intrinseca di ogni cosa che è costruita dall'intelletto umano, ma stava anche affermando che le emozioni umane sono illusioni.».
«Vuoi dire che tutto è illusione? Non resta nulla?».
«Nulla? A quanto pare il concetto di vuoto resta ancora nella vostra mente», dissi ai giovani. «Se non sapete da dove siete venuti o dove state andando, allora come fate ad essere sicuri di essere qua, in piedi davanti a me? L'esistenza è forse senza senso?».
L'altra mattina sentii una bambina di quattro anni domandare a sua mamma, "Perché sono venuta in questo mondo? Per andare all'asilo?".
Naturalmente sua mamma non poté dire onestamente "Sì, è proprio così, perciò vai, su!". Eppure, si direbbe che la gente in questi giorni veramente nasce per andare all'asilo.
Per tutto il liceo la gente studia con diligenza per imparare perché è venuta al mondo. Studiosi e filosofi, anche se si rovinano la vita nel tentativo, dicono che saranno soddisfatti se riusciranno a capire solo questo.
In origine gli esseri umani non avevano scopo. Adesso, sognando uno scopo o l'altro, vanno avanti a dibattersi cercando di trovare il senso della vita. È un incontro di lotta libera individuale. Non c'è nessuno scopo a cui uno debba pensare, o che debba andare in giro a cercare. Fareste bene a domandare ai bambini se una vita senza scopo sia o meno senza senso.
Da quando entrano all'asilo cominciano i dolori della gente. L'essere umano era una creatura felice, ma ha creato un mondo duro e adesso lotta cercando di aprirsi un varco per uscirne.
In natura c'è la vita e c'è la morte e la natura è piena di gioia.
Nella società umana c'è vita e c'è morte e la gente vive nel dolore.

- da La Rivoluzione del Filo di Pagliapag. 174 - 178
leggi tutto...


"Tre passioni, semplici ma irresistibili, hanno governato la mia vita: la sete d'amore, la ricerca della conoscenza e una struggente compassione per le sofferenze dell'umanità."
Bertrand Arthur William Russell, scrittore, filosofo e matematico britannico, premio Nobel per la letteratura.


Nel corso della sua lunghissima vita (1872-1970) Bertrand Russel rappresentò una delle figure più significative di intellettuale impegnato nella promozione della pace e dei diritti umani. Filosofo, matematico e logico, propugnatore di una visione della vita anticonformista perché improntata fortemente sulla libertà e sulla responsabilità individuali, Russel fu uno dei pensatori più importanti del 900 e premio Nobel della letteratura nel 1950. Nato in Inghilterra da una famiglia nobile, dedicò gli anni della formazione e della prima carriera accademica allo studio della matematica e della logica diventando professore a Cambridge. Incarico da cui fu rimosso nel 1914 a causa delle sue idee pacifiste che gli causarono sei mesi di carcere. I decenni successivi lo videro impegnato sempre su questi due versanti: lo studio e l’approfondimento teorico nel campo filosofico, e l’impegno civile per la risoluzione dei conflitti attraverso vie pacifiche. Durante la guerra fredda elaborò la proposta di un disarmo generalizzato (Russel era molto critico sia nei confronti degli USA sia dell’URSS) e l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini di guerra.

In occasione dell'anniversario della sua nascita (18 maggio 1872), riproponiamo
uno dei suoi messaggi, tratto da un'intervista della BBC del 1959.

clicca play e assicurati che i sottotitoli siano attivi (l'icona a forma di fumetto deve essere rossa)

Ecco alcune sue citazioni:• L'amore è una esperienza attraverso la quale tutto il nostro essere viene rinnovato e rinfrescato, come accade alle piante quando la pioggia le bagna dopo la siccità.
• In ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato.
• Il fatto che un'opinione sia ampiamente condivisa, non è affatto una prova che non sia completamente assurda.
• L'educazione dovrebbe inculcare l'idea che l'umanità è una sola famiglia con interessi comuni. Che di conseguenza la collaborazione è più importante della competizione.
• Sarei disposto ad aver meno piaceri, se potessi essere un po' più intelligente.
• Tutto quel che sapete far bene contribuisce alla vostra felicità.


altre citazioni su wikiquote http://it.wikiquote.org/wiki/Bertrand_Russell
Bertrand Russel su wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Bertrand_Russell
fondazione per la Pace http://www.russfound.org/ (in inglese)
per approfondire http://www.mcmaster.ca/russdocs/russell.htm (in inglese)
leggi tutto...

La Terra è la materia prima di chi coltiva.
Bisogna tener conto delle caratteristiche fondamentali che la natura ha già predisposto.

                terreno argilloso                                terreno sabbioso                             terreno di medio impasto          

Terreni sabbiosi
Sono tereni permeabili all'aria e all'acqua, che si riscaldano facilmente ma che altrettanto rapidamente si raffreddano. Questi terreni contengono generalmente scarse sostanze nutritive e rischiano costantemente di venire erosi dal vento.
Un rapido sguardo ad alcuni fenomeni fisici e chimici può chiarirci meglio queste particolarità dei terreni sabbiosi. Di forma sferica che ne impedisce la compressione, i granelli di sabbia rotolano separati gli uni dagli altri, dando luogo a innumerevoli interstizi, attraverso i quali, ad esempio, l'acqua può passare come setaccio. In questo caso si dice che il terreno è molto poroso. Il terreno sabbioso è anche molto ricco d'aria, quindi di azoto atmosferico e ossigeno. Dal punto di vista chimico, esso presenta grandi quantità di grani di quarzo, ma è privo di altri minerali essenziali al nutrimento delle piante. Il quarzo (chimicamente acido silicico) contribuisce a riscaldare il terreno e aiuta le piante nel rafforzare la loro struttura. I terreni sabbiosi possono essere allo stato puro o composti, ossia presentare percentuali più o meno alte di limo.
Come si riconoscono: se si prende in mano un campione di terreno sabbioso, la sabbia scorre via fra le dita.
Importante: in questi terreni è bene riuscire ad aumentare la percentuale di humus e di sostanza organica: in tal modo il terreno, in origine troppo permeabile, diventa più compatto. Gli interventi culturali più importanti consistono nell'impiego di argilla, di composto ricco di limo e di una buona pacciamatura.

Terreni limosi
Sono terreni ricchi di humus, capaci di immagazzinare al meglio calore, acqua, aria e sostanze nutritive, oltre a contenere anche calcio. Dal punto di vista fisico, la struttura di questi terreni fertili e buoni appare costituita da lamelle stratificate in maniera più o meno compatta. È facile comprendere che una struttura così costituita ha "maglie" più fitte dei terreni sabbiosi. In una terra ricca di limo esistono i migliori presupposti sia per l'accumulo delle sostanze nutritive sia per il lavoro degli organismi del suolo. Anche in questo caso dovremo distinguere tra terreni limosi pesanti, misti ad argilla, medio-pesanti, misti a sabbia, e umosi.
Come si riconoscono: il limo ricco di humus si sbriciola tra le dita in aggregati morbidi che aderiscono gli uni agli altri senza attaccarsi.
Importante: compost naturale, pacciamatura, rotazione delle culture ne conservano e accrescono la fertilità.

Terreni argillosi
Sono terreni per natura pesanti, impermeabili all'aria e all'acqua, che si riscaldano lentamente. Hanno tessitura finissima e, se privi di sostanza organica e struttura, divengono compatti e poco fertili; in caso di siccità tendono a indurire fino a fendersi e ad andare in pezzi come i mattoni, mentre, se la stagione è umida, si trasformano in masse appiccicose. Sono terreni che immagazzinano bene le sostanze nutritive, ma difficili da lavorare e da aerare.
Come si riconoscono: schiacciata fra le dita, l'argilla forma una massa compatta, tanto da poterla modellare!
Importante: i terreni argillosi vanno resi più soffici con aggiunta di sabbia e apporto di compost e di materia organica. La pacciamatura aiuta a migliorare la struttura. Migliorando la struttura i terreni argillosi possono dirsi fertili.

Terreni torbosi
Sono terreni originati da sedimenti organici. La terra di torbiera alta è acida, povera di sostanze nutritive, in grado di trattenere molta acqua.
Come si riconoscono: un campione di terreno può essere strizzato come una spugna perché contiene molta torba.
Importante: la terra di torbiera alta può essere migliorata con sabbia, limo, calcare e compost. Se ben curata, se ne può ricavare un terreno soffice e ricco di sostanze nutritive. I terreni di torbiera bassa sono invece generalmente abbastanza calcarei; la loro reazione è neutra o leggermente alcalina.


CONOSCI E LAVORA CON LA TERRA!
Dal 2 al 4 aprile 2015: corso di agricoltura naturale nei pressi di Scandriglia (RI) a soli 50km da Roma.
Partecipa anche tu! Insieme a Massimiliano Petrini, sperimentatore ricercatore conoscitore e docente
diplomato all'Accademia Italiana di Permacultura, realizzeremo un orto!


leggi tutto...


La terra è la bruna epidermide del nostro pianeta, la massa più o meno grumosa dove le piante affondano le loro radici. Il suolo in cui cresce la vegetazione può avere uno spessore di diversi metri o soltanto di pochi centimetri, ma non più di 10-30 centimetri dello strato superiore sono costituiti da fertile humus. I nostri progenitori chiamavano questi pochi palmi di terreno, con reverenza, "madre terra". Appellativo davvero non ingiustificato, dato che piante, animali ed esseri umani trovano in essa in loro sostentamento. Se questo strato dovesse scomparire il nostro pianeta tornerebbe ad essere un corpo celeste senza vita.

La Terra ha un diametro di circa 12.600 chilometri. Steso su questa grandissima sfera lo strato di humus è come un velo sottilissimo che rappresenta in più punti grandi "strappi", là dove si estendono mari, ghiacciai, nude catene montuose o deserti. Per formare questa materia ricca di vita ci sono voluti milioni di anni. Nei suoi diversi strati il terreno, la Terra è composta da particelle minerali e organiche. Attraverso le ere infinitamente lunghe dell'evoluzione della vita sul pianeta, le forze della natura hanno trasformato in polvere le montagne primordiali. Nel corso dei millenni, l'acqua corrente e le tempeste, il freddo e il caldo hanno eroso le rocce, le hanno spezzate e frantumate, poi la polvere di roccia si è lentamente stratificata. Possiamo farci un'idea di questa gigantesca e paziente opera di erosione nelle grandi valli fluviali, là dove le acque non sono state ancora regolate. In Egitto, ad esempio, prima che si costruisse la diga di Assuan, le acque del Nilo trasportavano sulla pianura il fertile limo che avevano raccolto fra le montagne dell'Etiopia. Dove questo si depositava, ai lati del fiume, al ritiro delle acque restavano campi fertili e ben concimati. Nella fine fanghiglia strappata alle montagne sono presenti minerali e microelementi. La composizione di queste preziose sostanze nutritive cambia da una zona all'altra, a seconda del tipo di roccia che ha dato origine al suolo. Esistono rocce dette eruttive, nate delle eruzioni dei vulcani primordiali; rocce sedimentarie, cioè depositate nel corso delle ere geologiche; rocce metamorfiche, ovvero modificate, nella loro struttura, da calori e pressioni fortissimi e da fenomeni tettonici; rocce calcaree, nate per lo più dalla stratificazione di resti di piante e animali preistorici.

Con l'erosione di tutti questi tipi di roccia si è formato, in milioni di anni, il suolo. Esso si presentava diverso da zona a zona come sono diverse le montagne dei vari continenti. Ai singoli strati localizzati si è aggiunta, in qualche punto, una sottile polvere di roccia, trasportata dal vento a migliaia di chilometri di distanza. Dove questa polvere si depositava, si formava un terreno fertile, coltivabile e ricco di limo. Si pensi alla famosa "terra gialla" della Cina e alla fertile pianura intorno a Magdeburgo (Germania).

Ma non sono state soltanto le rocce a formare il suolo. Anche le piante e gli animali che popolarono il pianeta di era in era hanno contribuito a creare nuova terra. I loro rifiuti organici hanno dato vita a quel prezioso strato superiore che prende il nome di humus. Questo straordinario processo di trasformazione era già iniziato con i primi muschi e licheni sviluppatisi nelle fessure delle rocce, su minuscole quantità di polvere di queste stesse rocce. Con la morte e la decomposizione degli organismi viventi, la terra riceveva nuovo incremento. Un esempio mirabile di questo processo naturale di formazione dell'humus si riscontra nel terreno del bosco misto. Senza interventi esterni la natura rinnova a ciclo continuo le sue riserve di "terra viva" e di sostanze nutritive.

Le diverse modalità della "creazione" sono divise tra loro da molti milioni di anni. I tipi di suolo a cui hanno dato origine sono assai diversi, La terra può essere bruna, nera, rossa e gialla. Accanto all'arida sabbia dei deserti si sono formati fertili terreni argillosi, pesanti e impermeabili. Per chi coltiva è importante, a fini pratici, distinguere questi tipi: terreno sabbioso, sabbia limosa, limo sabbioso, terreno limoso, limo argilloso, argilla. Questa suddivisione non deve essere rigida, poiché le diverse sostanze presenti nel terreno variano in percentuale da zona a zona.
[consigliamo la lettura di "Conoscere la terra: i terreni"]

La natura ha impiegato tempi lunghissimi per creare queste varietà di terreno, e il processo continua ancora oggi: le rocce continuano ad essere erose, e assieme ai rifiuti organici generano nuova terra.
L'humus è quindi una risorsa naturale capace di rigenerarsi, a condizione che siano rispettate le leggi della natura. In caso contrario è possibile che un terreno diventi - e spesso in modo irreversibile - un deserto. La diminuzione del livello delle falde idriche, la trasformazione di terre fertili in una sorta di steppa e l'erosione del suolo sono altrettanti sintomi di questo processo che ha all'origine gli errori e la superbia dell'uomo.
"Le foreste hanno preceduto l'uomo, i deserti lo seguono", previsione di Chateaubriand.
Non facciamola avverare.


RINVERDISCI IL DESERTO!
Dal 2 al 4 aprile 2015: corso di agricoltura naturale nei pressi di Scandriglia (RI) a soli 50km da Roma.
Partecipa anche tu! Insieme a Massimiliano Petrini, sperimentatore ricercatore conoscitore e docente
diplomato all'Accademia Italiana di Permacultura, realizzeremo un orto!


leggi tutto...


Nell'orto il permacultore non si comporta da padrone assoluto: animali e piante sono suoi fratelli.
Non è un sogno romantico. Anche la scienza occidentale si viene convincendo, sia pur lentamente, di ciò che hanno intuito i grandi pensatori orientali e molti popoli primitivi: tutta la vita sulla Terra si svolge secondo cicli estremamente complessi, in cui la sopravvivenza dell'essere più progredito dipende dal funzionamento delle forme di vita più semplici.
La distruzione dei minuscoli batteri del terreno segna anche la fine di piante, animali e uomini.

Intorno al 350 a.C., il grande filosofo taoista Chuang-tzu affermava che «ciò che chiamiamo mondo è l'unità di tutte le creature». Duemila anni dopo, l'antropologo Claude Lévi-Strauss sosteneva che era ormai tempo per le culture occidentali di «imparare che l'uomo è, in fondo, soltanto un essere vivente come molti altri e che egli può sopravvivere soltanto a condizione di rispettare questi altri esseri viventi». Albert Schweitzer parlava, a tale proposito, di «rispetto reverenziale per la vita».
A questo concetto di fondo dovrebbero rifarsi nel loro operare tutti i giardinieri, nome originario di contadini e agricoltori in quanto custodi e non padroni.

Le leggi dell'esistenza non provengono dall'uomo. Il deserto del Sahara era un tempo il granaio dell'Africa settentrionale: lo sfruttamento sconsiderato dei romani ne determinò la rovina. Gli Indiani del Nord America vissero per millenni in armonia con una natura indenne; ma furono sufficienti duecento anni di dominio bianco per ridurre ampie regioni di quel continente a steppe improduttive. Assenza di misura e brama di guadagno fecero e fanno dimenticare all'uomo che le risorse della Terra non sono inesauribili. Ma c'è anche un esempio, antichissimo, di un atteggiamento opposto: la Cina.

Nel 1943 Sir Albert Howard scriveva di questo paese: «In Cina i raccolti dei piccoli proprietari sono ancora costanti; la stessa fertilità del suolo non è diminuita nonostante i 4000 anni di sfruttamento».
Nei giardini, negli orti e nelle case cinesi niente viene gettato via con leggerezza: tutte le sostanze organiche vengono riciclare per farne compost e concimi. Per la società occidentale, fondata sull'usa e getta, i quattro millenni di fertilità del suolo cinese dovrebbero suggerire almeno qualche motivo di riflessione.

«Noi ricamiamo la nostra terra» dice ancora oggi, in Cina, chi lavora nel campo. Roland Rainer, che nel 1973 attraversò tutto il paese, sosteneva che questa immagine poetica definiva l'atteggiamento degli agricoltori cinesi: «Essi si prendono cura dell'ambiente con l'amore e l'impegno di un giardiniere e con tutto quello che ciò comporta.»
Sembrerebbe la descrizione di un paese popolato da permacultori!

In conclusione, che cosa vuol dire coltivare in permacultura? Semplicemente lavorare con la natura e non contro. Conoscere, sine superbia, le leggi naturali e osservare attentamente. Immergersi nella natura, risvegliare i sensi: tutti. «Chi vuole realizzare un sogno deve essere più vigilante degli altri e sognare più profondamente», Karl Foerster.


RISCOPRITI GIARDINIERE!
Dal 2 al 4 aprile 2015: corso di agricoltura naturale nei pressi di Scandriglia (RI) a soli 50km da Roma.
Partecipa anche tu! Insieme a Massimiliano Petrini, sperimentatore ricercatore conoscitore e docente
diplomato all'Accademia Italiana di Permacultura, realizzeremo un orto!




Bibliografia di base
(bibliografia permacultura completa QUI)
acquistando su Macrolibrarsi ed inserendo il codice partner 3173
potrai inoltre sostenere Mani nella Terra, scopri di più
www.maninellaterra.org/p/sostienici-acquistando-su.html

Inoltre, ai nostri corsi, potrai acquistare una serie di libri
con uno sconto minimo del 10% e se vuoi, anche prenotarli in anticipo!
La Rivoluzione del Filo di Paglia
Masanobu Fukuoka
La Rivoluzione 
del Filo di Paglia
Da non perdere
Il Mio Orto Biologico
E, AccorsiF. Beldì
Il Mio Orto Biologico

Voto medio su 4 recensioni: Buono
Il Suolo - Un Patrimonio da Salvare
C. e L. Bourguignon
Il Suolo - Patrimonio
da Salvare
Voto medio su 4 recensioni: Buono
Permacultura per Tutti - Libro
Patrick Whitefield
Permacultura 
per Tutti
Buono
L'Acqua Pura e Semplice
Paolo Consigli
L'Acqua 
Pura e Semplice
Da non perdere
leggi tutto...