• La fine del mondo: progettare il futuro


    La prima volta che ho sentito parlare del 2012 è stata ad una conferenza scientifica nel 2002. Cosa si prevedeva sarebbe accaduto da un punto di vista geologico ci fu spiegato in termini, appunto, scientifici.

    In questi anni, film, documentari, libri, talk-show hanno trattato di questo argomento e si sa, quando tutti parlano di qualcosa è facile che questa venga manipolata. Ma c'è anche una parte di verità. Il 2012 non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo, inteso non come la realtà geografica, geologica, biologica, ma proprio ciò che la parola mondo significa in latino, cioè sistema.
    Il sistema ad un certo punto crolla.

    La passione per la fine del mondo può essere letta in chiavi diverse, tra cui l'arroganza di vivere un tempo unico, irripetibile. Un'altra chiave più simbolica, è la necessità, il bisogno di un cambiamento radicale, l'affermazione di un nuovo paradigma che veda l'emergere di un mondo più sostenibile. E quando si parla di cambiamento inevitabilmente si presentano due "opzioni": lavorare per il cambiamento personale (individuale, non individualista) o per quello della società.

    Di una cosa sono certa, se voglio rispondere a "come voglio che sia il mondo" dovrò prima ritrovare chi sono io. Per farlo bisogna staccare questo io dal soggetto collettivo ed essere disobbedienti. Non nel senso comune del termine, ma nel senso di non seguire più gli schemi di pensiero convenzionale.

    Piuttosto porsi delle domande ed ascoltare cosa dice la propria intuizione, la propria sensazione, ricordandosi che le prime domande sono ancora quelle del soggetto collettivo. Perciò rispondere umilmente con un "non lo so", "non capisco" va bene, almeno all'inizio. Poi ci si comincia a divertire, perché la maggior parte delle risposte arriva nei modi più strani: da una frase di un libro, sentendo due persone che parlano in autobus… oppure in sogno. Ad ogni modo, la risposta arriva come se "qualcuno" ci sentisse. Questo "qualcuno" è l'Io che ognuno È.

    Tornando al cambiamento, solo chi è ancora immerso nel soggetto collettivo non si è reso conto di quando è già cambiato e continua a cambiare. Parlo soprattutto di quelle realtà che mi piace chiamare "differenziate", come ecovillaggi e monete locali alternative.

    Alla base di tutto questo c'è una cosa tanto importante quando bellissima: la libertà interiore nel progettare. Questa libertà non richiede approvazione perché è una continua scoperta. E la cosa interessante del progettare è che nessuno ha ragione. È come nel brain-storming: tutte le idee che si buttano giù hanno lo stesso valore.

    Chi decide se un'idea è intelligente o meno è la razionalità. Se ci lasciamo guidare dall'intuizione, invece, non dovremo decidere un bel niente: la risposta si renderà manifesta. Quanto vogliamo metterci in gioco è la decisione da prendere. Si tratta di disponibilità, non di chissà quale battaglia. La disponibilità che abbiamo nei confronti di noi stessi è direttamente proporzionale a quella verso gli "altri". Che sia una disponibilità utile, è essenziale; l'utilità sarà anch'essa "decisa" dall'intuizione.

  • 1 commenti:

    Anonimo ha detto...

    Ciao Ema,
    le tue parole arrivano proprio al momento giusto.
    Un abbraccio!
    Luca