Serge Latouche,  ex economista e filosofo francese, è considerato il principale promotore della decrescita.

Decrescita: una parola oggi sulla bocca di molti. Uno slogan, una bandiera. Lei, che l'ha tenuta in qualche modo a battesimo, potrebbe declinare per noi i valori sui quali si incardina e le pratiche in cui si articola?
La decrescita è un circolo virtuoso che si articola in otto obiettivi, in un processo che possiamo chiamare delle otto "R". Le prime due delle quali sono certamente "Rivalutare" e "Riconcettualizzare" e questo comporta un rovesciamento del modo di pensare e di apprendere la realtà. È necessario decolonizzare l'immaginario dai valori della società della crescita, che sono la concorrenza, l'appropriazione e la mercificazione dell'ambiente, la velocità, e ritrovare un modo di vivere in armonia con la natura, recuperando il senso del limite.
Questo comporta ovviamente di cambiare i rapporti di produzione: quindi "Ristrutturare" ovvero adattare, in funzione del cambiamento dei valori, le strutture economiche e produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita. Cambiare i rapporti di distribuzione, quindi "Ridistribuire", combattendo le diseguaglianze, garantendo a tutti gli abitanti del pianeta l'accesso alle risorse l'accesso alle risorse naturali, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose a tutti.
È necessario poi "Rilocalizzare" ovvero consumare prodotti locali, sostenendo così l'economia locale. Ogni decisione di natura economica andrebbe presa su scala locale, per bisogni locali.
"Ridurre": l'impronta ecologica, lo spreco, gli orari di lavoro, la tossicodipendenza dalla moda.
"Riutilizzare" superando l'ossessione, funzionale alla società dei consumi, della continua tensione al nuovo; "Riciclare", recuperando tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.

«Il "modello di sviluppo" è quello voluto dalla società capitalistica che sta per giungere alla massima maturità. Proporre altri modelli di sviluppo, significa accettare tale primo modello di sviluppo. Significa voler migliorarlo, modificarlo, correggerlo. No, non bisogna accettare tale "modello di sviluppo". E non basta neanche rifiutare tale "modello di sviluppo". Bisogna rifiutare lo "sviluppo". [...] E poiché si dovrà ricominciare da capo con uno "sviluppo", questo "sviluppo" dovrà essere totalmente diverso da quello che è stato.» Come in altri casi, le parole di Pier Paolo Pasolini parlano incredibilmente del e al nostro presente. Perché, a suo avviso, lo sviluppo non può essere sostenibile?
Conosco bene gli Scritti corsari in cui Pier Paolo Pasolini parla della crescita e dello sviluppo. Io credo che anche lo sviluppo sia una parola tossica e che non possa esistere uno sviluppo senza crescita. Lo sviluppo è una trasformazione qualitativa della crescita che è un fenomeno quantitativo. Dobbiamo uscire dalla crescita perché lo sviluppo non è, non è mai stato e non sarà mai sostenibile. È un progetto economico basato sulla crescita infinita e soprattutto è negato dalla realtà naturale della limitatezza del pianeta. Basti pensare che, ad esempio, con un tasso di crescita molto basso, del 3,5% annuo (che è quello della Francia tra il 1949 e il 1959) si ha una moltiplicazione di 31 volte in un secolo, di 961 volte in due secoli e di più di 16.000 volte in tre secoli! E facendo una proiezione di lunga durata, si ottengono cifre inverosimili. Questo dà il sendo di quanto siamo fuori dalla misura.

Per un'abbondanza frugale è uno dei suoi ultimi lavori tradotti in Italia. Come si esce dal circolo vizioso della produzione di beni, bisogno e consumi?
Naturalmente per uscire da un circolo vizioso si deve innescare un circolo virtuoso. E qui torniamo alla proposta delle otto "R", di cui parlavo prima. È necessario innanzitutto ridurre la creazione di bisogni artificiali e per questo dobbiamo lottare, in primo luogo, contro la pubblicità e contro la colonizzazione dell'immaginario che questa ha prodotto e produce. Il fine della pubblicità è renderci insoddisfatti di ciò che abbiamo, per farci desiderare ciò che non abbiamo. E poi, è necessario ridurre il consumo, soprattutto il consumo artificialmente creato e dovuto all'obsolescenza programmata dei beni e degli oggetti. Siamo continuamente indotti a rimpiazzare il computer o il telefono perché non funzionano più, mentre potrebbero al contrario essere riparati [aggiunta Mani nella Terra: non potrebbe essere così anche per le relazioni?], potrebbero essere progettati degli oggetti programmati per durare più a lungo. Bisogna muoversi nella riduzione della produzione di beni, senza ridurre il benessere. Potremmo avere delle lavatrici che invece che durare due anni, durino venti o trent'anni.

Se quella del progresso e della crescita infinita, che assicura il benessere per tutti, è un'ideologia, la filosofia della decrescita felice non rischia di esserne il paradigma speculare? Non sarebbe più opportuno dire che la decrescita è necessaria, che ci attende una fase di impoverimento materiale ma che questo cambiamento non va inteso come un arretramento ma al contrario come una temporanea perdita di equilibrio che può condurci a un approdo più armonico, con le altre culture e con l'ecosistema?
Io penso che non si tratti in realtà di un impoverimento, ancorché materiale. Si tratta piuttosto di arricchirsi diversamente. Si tratta di fare meglio e, se possibile, di fare tutti tutto, ma tutto di meno. Questo si lega ad esempio al problema dell'obsolescenza programmata e soprattutto al tema del risparmio, in primo luogo del risparmio energetico. Bisogna ripensare il modo di vivere e di risparmiare l'energia che è una risorsa limitata e preziosa. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 Kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l'Europa occidentale cinque, anche in Italia c'è un gradissimo spreco di energia, mentre un terzo dell'umanità resta ben al di sotto di questa soglia. Questo spreco va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.

La decrescita è una dimensione che non seduce tutti. Alcuni sono liberi di interpretarla mollando tutto, rallentando, dedicandosi ad altri doveri e altri piaceri, altri sono (o si sentono) invischiati nelle pastoie di una quotidianità angusta che non lascia intravedere orizzonti diversi. Per chi ha perso il lavoro il tempo libero non ha molto fascino... È solo una questione di prospettiva?
Decrescita è certamente una parola che può non essere seducente. Ciò a cui dobbiamo pensare è una prospettiva di prosperità senza crescita. Quello della disoccupazione è certamente un problema drammatico, ma non si può combattere la disoccupazione senza uscire dalla dimensione della crescita. È escluso il rilancio dell'occupazione attraverso il rilancio dei consumi, è necessario piuttosto ridurre drasticamente gli orari di lavoro: lavorare di meno per lavorare tutti e questa certamente per gli operai rappresenta una decolonizzazione dell'immaginario molto forte. Non è una cosa facile, ma il progetto di decrescita può creare la speranza necessaria per andare verso una società di prosperità senza crescita, una società di abbondanza frugale.

In qualche modo è come se fossimo alla fine di una "belle époque". Il tempo è circolare e i processi storici e biologici sono fatti di cicli. Abbiamo, a suo avviso, la consapevolezza storica e gli strumenti culturali per essere, come società e come individui, protagonisti e non vittime della decrescita?
Mi piace questa definizione di "belle époque". Io parlo spesso dei "trent'anni gloriosi": le decadi dal 1945 al 1975. Questo periodo è stato una parentesi nella storia umana, un evento eccezionale che ha coinciso con l'apoteosi della società dei consumi. Poi il sistema ha esaurito la sua possibilità di funzionare. In realtà già da alcuni decenni non è più la "belle époque" e siamo in una condizione di forte precarietà. La crisi avrebbe potuto prodursi negli anni Ottanta, ma il sistema ha trovato un modo per salvarsi. Oggi siamo a un bivio e non è più possibile continuare così: tutti cercano di far ripartire, ancora una volta, la stessa logica, ma è un ciclo che si è esaurito. Io non uso mai la parola decrescita per parlare di recessione, che è, semmai, una decrescita forzata e che ci rende quindi vittime e non protagonisti. Penso che noi abbiamo le risorse e gli strumenti per affrontare questa fase: il difficile è rompere con la colonizzazione dell'immaginario in cui siamo immersi. La decrescita è certamente una sfida. È una scommessa, che però vale la pena di fare e che può essere vinta.


L'umanità si trova oggi ad un bivio:
 una via conduce alla disperazione, l'altra all'estinzione totale. 
Speriamo di avere la saggezza di scegliere bene.
Woody Allen



In ordine cronologico, i libri scritti da Serge Latouche, tradotti in italiano.
Acquistando su macrolibrarsi potrai sostenere Mani nella Terra senza spendere nulla di più!
leggi qui: sostienici acquistando su macrolibrarsi.it
L'Invenzione dell'Economia
Serge Latouche
L'Invenzione dell'Economia
Arianna Editrice

Come Sopravvivere allo Sviluppo
Serge Latouche
Come Sopravvivere
allo Sviluppo
Bollati Boringhieri
Voto medio su 1 recensioni: Buono
La Scommessa della Decrescita
Serge Latouche
La Scommessa 
della Decrescita
Feltrinelli

Breve Trattato sulla Decrescita Serena
Serge Latouche
Breve Trattato 
sulla Decrescita Serena
Bollati Boringhieri

L'Invenzione dell'Economia
Serge Latouche
L'Invenzione dell'Economia
Bollati Boringhieri

Come si esce dalla Società dei Consumi
Serge Latouche
Come si esce dalla Società 
dei Consumi
Bollati Boringhieri
Il Tempo della Decrescita
Serge Latouche,
Didier Harpagès
Il Tempo della Decrescita
Eleuthera Editrice
Per un'Abbondanza Frugale
Serge Latouche
Per un'Abbondanza Frugale
Bollati Boringhieri
Voto medio su 1 recensioni: Da non perdere

Grazie per aver letto il nostro articolo, se ti è piaciuto condividilo!