Venerdì scorso, mentre gustavo in compagnia un panino sotto alla grande quercia dell'orto, è emersa una riflessione "tutto ciò che ci piace è sempre scarso". Questa mattina sono stata alla conferenza di Serge Latouche all'Università Roma 3 (leggi l'intervista qui http://www.maninellaterra.org/2012/11/la-sfida-della-decrescita-intervista-serge-latouche.html). Dall'unione di questi due eventi nasce questo articolo.




















La rivoluzione dell'abbondanza

Nelle società contemporanee il concetto di scarsità sembra essere intimamente connesso sia con il concetto di valore (se tutto ciò che è scarso ha valore, ne deriva che tutto ciò che ha valore debba essere necessariamente scarso), sia con quello di sviluppo illimitato. Infatti, il paradigma di uno sviluppo progressivo delle risorse implica il riconoscimento di un'insufficienza di sviluppo nella situazione presente, cioè il riconoscimento di una situazione di scarsità nel "qui e ora" che diviene, in molti casi e sicuramente nel nostro modello di società, la molla in grado di giustificare la necessità di un maggiore sviluppo nel prossimo futuro.

Nella contemporaneità il modello di sviluppo crescente comporta come conseguenza consumi crescenti.
Se continuiamo a produrre automobili, telefonini, computer, oggetti d'arredo, abiti, scarpe, ecc., è necessario che qualcuno acquisti tutti questi oggetti, che ci vengono offerti per le strade, nelle vetrine dei negozi, nelle immagini pubblicitarie, nei discorsi quotidiani… Con tutte le paia di scarpe che possediamo, dove mai potremo andare? Anche se tutto questo potrebbe provocarci piacere, in realtà ci siamo intossicati, esattamente come dopo un pranzo troppo abbondante.

La crisi economica che attraversiamo ha prodotto la quadratura del cerchio, perché improvvisamente non ci sono più le risorse economiche per acquistare tutti questi beni, da cui è sembrato per un attimo lungo decenni che dovesse - o almeno potesse - dipendere la nostra felicità.

Ce lo dicevano in molti, già da decenni, parlando dei danni ambientali che lo sviluppo crescente implicava; ma finché si trattava di insostenibilità ambientale si pensava di poterla ignorare. Ora si è aggiunta anche un'insostenibilità ti tipo economico; questo sembra davvero aver cambiato tutto. E sta ancora cambiando.
Il dato più interessante è proprio quello che dicevamo all'inizio, infatti, nella prospettiva dello sviluppo illimitato (ed anche insostenibile) il focus della nostra  attenzione riguarda ciò che non c'è.
È il riconoscimento della scarsità ad alimentare la macchina dei consumi. Paradossalmente, pur avendo così tanto, addirittura troppo, continuiamo a soffermare la nostra attenzione su ciò che non abbiamo ancora, ma che forse potremmo avere. Che succede se proviamo a sovvertire questa prospettiva? Succede un fatto alquanto singolare: usciamo dalla logica dello sviluppo illimitato, ma al contempo anche dalla logica della necessità di un consumo illimitato. Usciamo così miracolosamente anche dalla logica della scarsità e ci troviamo magicamente in una prospettiva di abbondanza!

In altri termini potremmo scoprire che ciò che abbiamo già, è moltissimo e che non ci servono altre scarpe, altri vestiti, altre case, altri soldi, altre auto, altri cellulari. Ne abbiamo già tantissimi e, ancora meglio, la qualità della nostra vita può essere indipendente dalla quantità di beni che possiamo consumare.

Ma c'è una domanda alla quale dobbiamo rispondere, perché se non (ri)conosciamo cosa e come pensiamo, e quindi come agiamo, non possiamo neanche essere in grado di abbracciare la decrescita e applicarne i "principi", o, almeno, vivere "nell'abbondanza del qui e ora".

Che cosa rappresenta per me il denaro? Potrebbe essere una forza, come una forma di energia circolante nel mondo che può portare benessere a molti, se ben impiegato? Il denaro che ho in mente è un fattore di esclusione o di inclusione sociale? Unisce, o divide? Genera felicità, oppure sofferenza?

Infine, così come è cominciato, questo articolo si conclude con un'altra riflessione, o meglio un invito a riflettere: parlando di ciò che non c'è o non abbiamo, stiamo davvero solo parlando di qualcosa di materiale?

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