leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!


Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

L’Articolo 30 è particolarmente impegnativo. Innanzitutto perché tra i suoi destinatari mette insieme gli stati, i gruppi, le singole persone, tutti accomunati dall’obbligo di non porre in atto comportamenti che abbiano come scopo la distruzione dei diritti e delle libertà fondamentali quali riconosciuti dalla Dichiarazione universale e dalle successive Convenzioni giuridiche che formano il vigente Diritto internazionale. Questa ‘comunanza’ di soggetti sta ad indicare che la persona umana in quanto tale è soggetto di Diritto internazionale. Si parla di “distruzione”, assumendo che ci sono atti privati e pubblici che possono condurre appunto all’annientamento dei diritti internazionalmente riconosciuti. Anche una singola persona, se particolarmente potente, può distruggere la meravigliosa costruzione universale dei diritti. L’omicidio, la pena di morte, la guerra, politiche di asservimento all’economia senza regole uccidono i diritti umani. Chi delibera l’aggressione ad un paese o la realizzazione di una “guerra preventiva” incorre nel perentorio divieto dell’Articolo 30. Ci sono teorie e pubblicazioni che, più o meno subdolamente, inneggiano alle guerre sante o rispolverano l’incubo del bellum iustum o spiegano (giustificano…) lo scontro delle civiltà: i loro autori incorrono nella sanzione morale dell’Articolo 30.

C’è anche chi riconosce di aver sbagliato facendo guerre preventive o strozzando la vita sociale con l’”aggiustamento strutturale”: ci si domanda se non sia il caso di allargare la tipologia dei crimini contro l’umanità. La guerra preventiva, con tutto quello che ha provocato, non è una marachella. Lo stesso dicasi per certe decisioni di politica economica. La logica dei due pesi - due misure è incompatibile con la giustizia dei diritti umani.

Il contenuto dell’Articolo 30, suffragato da competente dottrina e giurisprudenza interna e internazionale, dice che i diritti umani e le libertà fondamentali non sono una concessione degli Stati, non sono spiegabili con teorie contrattualistiche. I diritti fondamentali sono innati, una volta formalmente riconosciuti con appropriati strumenti giuridici (Costituzioni, Convenzioni giuridiche internazionali) non possono essere cancellati anche se ad esercitare questo compito barbarico fosse un parlamento. Non è dato tornare indietro. Il messaggio che l’Articolo 30 rivolge agli stati e a tutti è: andare avanti, sulla via del perfezionamento degli ordinamenti e delle politiche avendo come punto di riferimento la centralità della persona umana e il superiore-migliore interesse dei bambini.

In certi ambienti di erudita supponenza persiste il vizio salottiero di continuare a disquisire sul fondamento dei diritti umani, nella piena ignoranza di ciò che si è costruito e sviluppato, in termini di diritto e di mobilitazione operativa, a partire dalla Dichiarazione universale. Si fa finta di non essere stati (opportunamente, felicemente) presi in contropiede dall’Articolo 1 della Dichiarazione. Invece di partire da ciò che c’è di obiettivamente buono e positivo per passare all’applicazione delle norme, a fare dei diriti umani un’Agenda politica puntuale e incalzante, si tenta di rimettere in discussione tutto e ripartire da zero. Oppure, in ambienti meno salottieri, si insiste nel denunciare le violazioni dei diritti umani per concludere che le ‘carte’ giuridiche sono inutili, i diritti umani sono un’invenzione dell’occidente, non sono comprensibili in altre culture, e via dicendo. Anche in questo caso si fa il gioco di quanti, in posizione di potere, vogliono riportare all’ora zero l’orologio del Diritto internazionale dei diritti umani. Classi governanti di potenti stati è come se si fossero pentite di ciò che i loro padri illuminati hanno “inventato” nel corso degli anni quaranta del secolo ventesimo.

E invece, la strada maestra è quella che, lungi dall’azzerare, parte dalla conoscenza di ciò che di buono è stato impiantato negli ultimi sessanta anni: per denunciare le violazioni dei diritti umani – non le norme che li riconoscono! – e, soprattutto, per fare dei diritti umani altrettanti punti all’ordine del giorno dell’Agenda politica.
In conclusione sul punto, se la legge è buona e giusta, si parta dalla legge per applicarla, non dalle sue violazioni per buttarla nel cestino.
Non si abbia reticenza a dire che i diritti umani sono universali: c’è l’universalità logica (un diritto umano o diritto fondamentale non è tale se non è universale) e c’è l’universalizzazione reale, sul campo, dei diritti umani: ovunque nel mondo, dove si attenta alla vita e all’integrità fisica e psichica della persona, dove ci sono guerre, violenze sulle donne e i bambini, epidemie, fame, sete, deforestazioni, sale l’invocazione, anzi il grido: diritti umani,  parole percepite come equivalenti a ‘bisogni vitali’, a ‘urgenze esistenziali’. Certamente, c’è un problema di inculturazione all’interno delle storie particolari dei popoli e dei gruppi: i sistemi regionali dei diritti umani – europeo, interamericano, africano, l’incipiente sistema arabo – esistono per rispondere a questa necessità. Dal canto loro, gli studiosi dei diritti umani si sforzano di individuare principi e valori che sono comuni alle radici delle grandi culture.

La democrazia è certamente un valore e un diritto fondamentale radicato nella dignità umana, ma la democrazia-metodo varia a seconda dei contesti. E comunque, il discorso dei diritti umani è quello della gradualità, della comunicazione, della dialogicità, del dare l’esempio.
leggi tutto...

leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 29 
1. Ogni individuo ha doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
2. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite.


ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!


Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

Il penultimo Articolo della Dichiarazione universale ricorda agli individui che ai loro diritti fondamentali corrispondono altrettanti doveri non meno fondamentali. L’ultimo Articolo, il 30, farà lo stesso discorso in punto di obblighi agli Stati.
Nelle conferenze pubbliche che mi capita di fare, c’è spesso qualcuno che al termine obietta: lei ha parlato soltanto di diritti, dovrebbe parlare anche dei doveri, anzi dovrebbe parlare prima dei doveri e poi dei diritti.

La mia risposta, ovviamente, è che diritti e doveri sono le due facce di una stessa medaglia che si chiama: responsabilità personale e sociale della persona. Ciascuna persona, in quanto soggetto titolare, in via originaria, di diritti fondamentali, è radice di legge fondamentale, dunque grembo, pro quota, di sovranità popolare.
La consapevolezza di avere doveri verso gli altri e verso la comunità di appartenenza nel suo insieme, combacia con la consapevolezza di essere noi, ciascuno di noi, legge fondamentale. Il ‘soggetto’ destinatario dello Ius positum universale dei diritti umani è quello con le caratteristiche lumeggiate dal personalismo comunitario: non è insomma l’individuo isolato ed egoista. La legge impone “obblighi”, l’educazione fa emergere i “doveri” da declinare, concretamente, quotidianamente, con assunzione di responsabilità nel perseguire i beni personali nel più ampio contesto del bene comune a livello locale, nazionale, mondiale. Il riferimento alla comunità mondiale è reso esplicito nel terzo comma dell’Articolo 29: i principi e i fini delle Nazioni Unite sono indicatori di bene comune universale, da perseguire all’interno delle strategie, fra loro interconnesse, di ‘sviluppo umano’ e di ‘sicurezza umana’.

Nel contesto dei diritti umani, doveri-obblighi-responsabilità si collegano al tema della cittadinanza e dei relativi diritti (articolo 15, articolo 21). È difficile pretendere l’adempimento di doveri da parte di coloro ai quali non sono riconosciuti diritti: per esempio, nel caso degli immigrati regolarmente residenti in Italia, lavorare e pagare le tasse, ma senza diritto di elettorato attivo e passivo.

Il secondo comma parla di restrizioni che possono porsi all’esercizio dei diritti dei singoli. Esse sono legittime in casi eccezionali, se si tratta di salvaguardare gli altrui diritti e libertà fondamentali e di soddisfare le esigenze della morale e dell’ordine pubblico nonché il benessere generale in una società democratica. I diritti fondamentali della persona figurano nell’elenco della Dichiarazione universale, delle successive Convenzioni giuridiche, nella Costituzione Italiana: per la loro individuazione non si pongono problemi. Più delicato è l’accertamento delle “esigenze” pubbliche e la valutazione della loro “giustezza”. Delicato, perché tale compito spetta allo Stato e ai suoi “poteri”: legislativo, esecutivo, giudiziario. È di tutta evidenza che si tratta di un’operazione la cui legittimità sostanziale è direttamente proporzionale alla democraticità dei regimi e alla specifica competenza e sensibilità dei governanti e di quanti esercitano funzioni pubbliche. È lo stesso Diritto internazionale a porre dei paletti. Si deve essere in presenza di circostanze di eccezionale gravità: catastrofi naturali, dimostrazioni di massa violente, incidenti industriali di portata maggiore (per esempio, con emissione di sostanze altamente tossiche), tali da costituire, come recita l’Articolo 4 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, “pericolo pubblico eccezionale che minacci l’esistenza della nazione” (quindi, non semplice ‘pericolo pubblico’). In queste circostanze gli Stati possono adottare misure che comportano la sospensione temporanea delle garanzie di alcuni diritti fondamentali, a condizione che ciò sia deliberato con ‘atto ufficiale’ (dunque, trasparenza) e che non comporti la violazione del principio di non-discriminazione.

Il citato Articolo 4 (v. anche l’omologo articolo 15 della Convenzione europea sui diritti umani del 1950) portante sui cosiddetti “stati d’eccezione”, stabilisce che la garanzia di alcuni diritti fondamentali è assolutamente inderogabile, neppure temporaneamente: diritto alla vita, divieto di tortura, di schiavitù, di discriminazione, irretroattività della legge penale, riconoscimento della personalità giuridica. Inderogabili sono anche i diritti alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione,  riconosciuti dall’Articolo 18 della Dichiarazione universale. A proposito di questi diritti, è il caso di sottolineare che quanto attiene alla costruzione di una moschea o di altro tempio religioso rientra, in via principale, nella sfera d’applicazione dell’Articolo 18 della Dichiarazione, non dell’Articolo 4 del Patto internazionale.

Il Comitato diritti umani (civili e politici) delle Nazioni Unite, esercitando la sua funzione di interprete autentico dell’Articolo 4 del Patto, parla al riguardo di obblighi che hanno la natura di norme perentorie (peremptory norms) di Diritto internazionale generale. Lo Stato che voglia avvalersi di questa facoltà di deroga deve informarne il Segretario Generale delle Nazioni Unite sui motivi e sulla presunta durata della deroga. Presso le Nazioni Unite è consultabile un apposito registro nel quale figurano i vari ‘stati d’eccezione’ in atto: la pubblicità come garanzia.

Siamo in presenza di una norma internazionale che tenta di mettere insieme i diritti innati della persona e la sovranità degli stati, con una intrinseca illogicità: se per i diritti umani vale, tra gli altri, il principio della loro interdipendenza e indivisibilità, non si vede come sia possibile discriminare fra diritti tutti egualmente fondamentali…
Un aspetto interessante riguarda l’inderogabilità assoluta del diritto alla vita. Il citato Comitato diritti umani (civili e politici) delle Nazioni Unite ha affermato che l’inderogabilità di certi diritti, tra i quali appunto il diritto alla vita, vale anche nei conflitti armati: saltando qualche passaggio, c’è qui la conferma che la guerra è vietata e che la pena di morte deve essere parimenti vietata.
Certamente delicato è anche l’accertamento della morale pubblica, una materia sulla quale bisogna procedere avendo in mente il concetto di laicità quale indicizzata da “tutti i diritti umani per tutti”, compresi dunque i diritti rafforzati dei soggetti più vulnerabili a cominciare da quelli dei bambini. Nella misurazione della moralità pubblica, deve pertanto tenersi conto del principio del “superiore e migliore interesse del bambino” quale principio generale di qualsiasi ordinamento.

Anche e soprattutto per questa delicatissima materia dei limiti ai diritti fondamentali della persona, si rende necessario integrare le funzioni dei tradizionali organi di garanzia (magistratura ordinaria e costituzionale) con quelle delle cosiddette Istituzioni Nazionali per i Diritti Umani: Commissione Nazionale, Difensore Civico Nazionale, Garante Nazionale dei Diritti dell’Infanzia, secondo i principi stabiliti dalle Nazioni Unite (in particolare, indipendenza dall’Esecutivo). Questi organi hanno il compito di sorvegliare la situazione dei diritti umani, fornire consulenza al governo e al parlamento, avanzare proposte di miglioramento della legislazione e degli strumenti di garanzia, rendere più efficace l’intero sistema di garanzie mediante l’esercizio di funzioni di prevenzione delle violazioni e di tutela, per via extra-giudiziaria, dei diritti dei cittadini nelle loro controversie con le pubbliche amministrazioni.

Anche e soprattutto per l’esercizio delle funzioni d’autorità delle pubbliche istituzioni si rende indispensabile l’educazione e l’addestramento del relativo personale per il rispetto e la garanzia dei diritti umani: dai funzionari civili ai militari, dai magistrati ai poliziotti. Naturalmente, l’incipit sta nei programmi di educazione civica, in ambito sia scolastico che extra-scolastico.
leggi tutto...

leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possono essere pienamente realizzati.

ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!


Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

È il diritto umano alla pace: pace interna e pace internazionale, pace nella giustizia (opus iustitiae pax). La giustizia è quella dei diritti umani, cioè è anche giustizia sociale ed economica. La pace proclamata dall’Articolo 28 è, per seguire Norberto Bobbio, pace positiva, intesa come la costruzione di un sistema di istituzioni, di relazioni e di politiche di cooperazione all’insegna di: “se vuoi la pace, prepara la pace”. Il contrario della pace negativa, cioè della mera assenza di guerre guerreggiate, come parentesi tra una guerra e la successiva, da vivere preparandosi alla prossima guerra potenziando gli arsenali militari e coltivando sentimenti nazionalistici a difesa dell’interesse nazionale, da perseguire ovunque nel mondo e con ogni strumento, compresa appunto la guerra.

In questa ottica di pace negativa ha vissuto il mondo nei secoli passati. Finchè è sopraggiunta nel 1945 la Carta delle Nazioni Unite la quale ha innovato, anzi rivoluzionato quel vecchio Diritto internazionale che, assumendo il principio di sovranità degli stati a suo fondamento, ne legittimava i due attributi principali: il diritto di fare la guerra (ius ad bellum) e il diritto di fare la pace (ius ad pacem), messi sullo stesso piano, alla mercè della convenienza e della forza degli stati più potenti. Nel corso dei secoli, l’esercizio del diritto di far la guerra ha di gran lunga prevalso sull’esercizio del diritto di fare la pace.

Il ‘nuovo’ Diritto internazionale basato sulla Carta delle Nazioni Unite definisce la guerra come ‘flagello’, la ripudia e la interdice. L’uso della forza militare, per fini diversi da quelli tipici della guerra, dunque per fini di giustizia (difendere la vita delle popolazioni, salvaguardare l’ambiente e le infrastrutture vitali, acciuffare i presunti criminali e consegnarli ai tribunali internazionali, ecc.) è avocato all’ONU quale autorità sopranazionale, deputata a gestire il sistema di sicurezza internazionale.

A conferma che la guerra è interdetta dal vigente Diritto internazionale c’è l’Articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 che perentoriamente prescrive: “Qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalle legge”.
La Carta delle Nazioni Unite è coerente: la guerra è vietata e gli stati sono obbligati a far funzionare il sistema di sicurezza collettiva, anche per prevenire il ricorso all’Articolo 51 della Carta il quale, a titolo di eccezione rigorosamente circostanziata, prevede che gli stati possano usare lo strumento militare per respingere un attacco armato con l’obbligo però di immediatamente informare il Consiglio di Sicurezza perché metta la situazione sotto la propria autorità e controllo.

Ma la Carta, a quasi sette decenni dalla sua entrata in vigore, rimane inattuata per le parti più delicate: gli stati hanno l’obbligo di conferire parte delle loro forze militari, in via permanente, alle Nazioni Unite, ma finora nessuo di essi ha adempiuto a tale obbligo. Sicchè l’ONU, nei casi di necessità, deve chiedere agli stati che le facciano l’elemosina di gruppetti di Caschi Blu, con tutti i ritardi, le impreparazioni e altri tipi di inadeguatezze che non poche ‘missioni di pace delle Nazioni Unite’ hanno mostrato.
A partire dal 1948, cioè poco dopo l’entrata in campo delle Nazioni Unite, il mondo venne a trovarsi in regime bipolare, cioè di guerra fredda o di equilibrio del terrore, a causa della contrapposizione ideologica, politica e strategica dei due Blocchi capeggiati rispettivamente da Stati Uniti e Unione Sovietica, con sfrenata corsa al riarmo sia convenzionale sia nucleare. Non c’è stata una guerra mondiale, le guerre sono state esportate nei paesi del sud del mondo. Per le questioni di pace e sicurezza rimaneva poco spazio all’ONU nella sua funzione di autorità sopranazionale. Nel 1989 crollano i Muri, finisce l’epoca del bipolarismo, si respira un’aria nuova, ha fine il tempo dell’esilio dell’ONU. Il Consiglio di Sicurezza commissiona a Boutros-Boutros Ghali, Segretario Generale delle Nazioni Unite,  il famoso Rapporto “Un’Agenda per la Pace”, in cui l’energico Segretario Generale delle Nazioni Unite mette gli stati di fronte al muro delle loro responsabilità dicendo: non avete più alibi per non far funzionare l’Organizzazione delle Nazioni Unite nel delicato campo della pace e della sicurezza internazionale. La risposta è di tutt’altro segno. Boutros Ghali non sarà rieletto a causa del veto opposto dagli Usa. Il Presidente Bush senior, parla della necessità di un “nuovo ordine mondiale”, al cui interno avrebbero dovuto riprendere vigore i principi del vecchio Diritto internazionale esaltante la sovranità degli stati, con relativi muscoli armati, e le Nazioni Unite avrebbero dovuto accontentarsi di un ruolo ancillare. Una concezione di ordine mondiale diametralmente opposta a quella contenuta nella Carta delle Nazioni Unite e nell’Articolo 28 della Dichiarazione universale.

La delusione è grande. Il criminale dittatore dell’Iraq Saddam Hussein offre l’occasione per iniziare il decennio delle guerre guerreggiate. La superpotenza ne approfitta nel tentativo di riappropriarsi di quel diritto di fare la guerra che la Carta delle Nazioni Unite ha, dal punto di vista giuridico, cancellato una volta per tutte. Il terrorismo internazionale, nelle sue varie forme e matrici, atterrisce, uccide, prolifica. Si arriva alla seconda guerra del Golfo, teorizzata, propagandata e messa in pratica dalla superpotenza come “guerra preventiva” in flagrante violazione del vigente Diritto internazionale.

Nel frattempo, entrano in funzione prima i Tribunali internazionali speciali (per la ex Jugoslavia e per il Rwanda, 1993 e 1994), poi la Corte Penale Internazionale permanente (1998),  paladina del principio di universalità della giustizia penale internazionale. Le guerre continuano, sono illegali, non portano alla vittoria, si alimenta il terrorismo, si pratica la tortura in guanti più o meno bianchi, si restringono le libertà fondamentali con i ”Patriot Act”. Da ultimo, il mondo subisce il tracollo dell’economia mondiale basata sul neoliberismo e sulle speculazioni finanziarie in un contesto di rinnovata corsa al riarmo.
Più che mai, occorre agire perché il diritto umano delle persone e dei popoli alla pace sia rispettato secondo un’Agenda politica che esalti il primato della legalità dei diritti umani (la forza della legge) sulla richiamo della foresta della Realpolitik (la legge della forza).
Con tutta l’attenzione che merita, rileggiamo l’Articolo 11 della Costituzione Italiana, che è in perfetta sintonia col Diritto internazionale basato sulla Carta delle Nazioni Unite e sulla Dichiarazione universale: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internaizonali rivolte a tale scopo”.

Questo Articolo risulta oggi rafforzato sia dall’alto che dal basso: dall’alto, in virtù del Diritto internazionale quale si è venuto sviluppando a partire dal 1948;  dal basso, in virtù della norma “pace diritti umani” che è stata inclusa, a partire dal 1988, in numerose Leggi regionali (prima fra tutte quella del Veneto) e, a partire dal 1991, nei nuovi Statuti di migliaia di Comuni e Province. Questa norma recita, nel suo testo standard:
"Il Comune …, in conformità ai principi costituzionali e alle norme internazionali che riconoscono i diritti innati delle persone umane, sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e promuovono la cooperazione fra i popoli - Carta delle Nazioni Unite, Dichiarazione universale dei diritti umani, Patto internazionale sui diritti civili e politici, Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia - riconosce nella pace un diritto fondamentale delle persone e dei popoli.
A tal fine il Comune promuove la cultura della pace e dei diritti umani mediante iniziative culturali e di ricerca, di educazione, di cooperazione e di informazione che tendono a fare del Comune una terra di pace.
Il Comune assumerà iniziative dirette e favorirà quelle di istituzioni culturali e scolastiche, associazioni, gruppi di volontariato e di cooperazione internazionale"
.

Per un esempio, vale la pena di citare l’Articolo 2 dello Statuto del Comune di Vicenza:
“1. Il Comune, in conformità ai principi costituzionali ed alle norme internazionali che riconoscono i diritti innati delle persone umane, sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e promuovono la cooperazione fra i popoli, riconosce nella pace un diritto fondamentale della persona e dei popoli.
2. A tal fine il Comune promuove una cultura della pace e dei diritti umani mediante iniziative culturali e di ricerca, di educazione e di informazione, e con il sostegno alle associazioni che promuovono la solidarietà con le persone e con le popolazioni più povere.
3. Il Comune promuove l'inserimento degli immigrati e dei rifugiati politici nella comunità locale rimuovendo gli ostacoli che impediscono alle persone dimoranti nel territorio comunale di utilizzare i servizi essenziali offerti ai cittadini.
4. Il Comune, con riferimento alla "Dichiarazione universale dei diritti umani" approvata dall'ONU, riconosce il valore della vita umana e promuove ogni iniziativa di concreta solidarietà  verso ogni persona indipendentemente dalle sue condizioni fisiche, psichiche, economiche e sociali, dalle sue convinzioni politiche e religiose, dalla sua razza e dalla sua età”
.

L’Articolo 5 dello Statuto della Provincia di Catanzaro:
“1. La Provincia di Catanzaro, in conformità ai principi costituzionali e alle norme internazionali che tutelano i diritti delle persone e sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e promuovono la cooperazione fra i popoli, riconosce nella pace un diritto fondamentale delle persone e dei popoli.
2. La Provincia promuove la cultura della pace e dei diritti umani e dichiara il proprio territorio terra di pace, ispirandosi alle garanzie della Carta delle Nazioni Unite, alla dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo, al Patto Internazionale sui diritti civili e politici, alla Convenzione Internazionale sui diritti dell'infanzia”
.

L’Articolo 1 della legge regionale del Piemonte “Interventi regionali per la promozione di una cultura ed educazione di pace, per la cooperazione e la solidarietà internazionale”:
 “1. La Regione Piemonte in coerenza con le norme, le dichiarazioni internazionali e i principi costituzionali, che sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, riconosce la pace come diritto fondamentale dei popoli e condizione irrinunciabile per il progresso civile, sociale ed economico.
2.  In attuazione di tali principi, anche ai sensi degli articoli 2 e 4 dello Statuto, la Regione interviene al fine di favorire il radicamento nella comunità piemontese della cultura di pace e dei suoi presupposti quali le libertà democratiche, i diritti umani, la non violenza, la solidarietà, la cooperazione internazionale e l’educazione allo sviluppo sostenibile.
3.   La Regione promuove iniziative sul territorio regionale nonché, nel rispetto dei limiti posti dalle leggi dello Stato, dei rapporti internazionali e ai sensi della legge 26 febbraio 1987, n. 49, sostiene, promuove e realizza interventi di aiuto e cooperazione con i Paesi in Via si Sviluppo (PVS) e Paesi dell’Europa Centrale e Orientale (PECO), anche in relazione ad eventi eccezionali causati da conflitti armati o calamità naturali.
4.   Le iniziative si ispirano ai principi sanciti e dettati dalle Nazioni Unite e alle risoluzioni delle conferenze internazionali sulla pace, la cooperazione e lo sviluppo evitando comunque interventi che possano essere utilizzati, direttamente o indirettamente, per attività di carattere militare”
.

Il diritto alla pace, come diritto umano fondamentale, è ovviamente molto impegnativo per gli Stati e per quelle culture che ne esaltano gli attributi per così dire muscolosi della sovranità statual-nazionale. Se alla persona e ai popoli è riconosciuto il diritto alla pace, come diritto fondamentale, ne consegue che agli stati è automaticamente sottratto il diritto di far la guerra e viene loro imposto il dovere di far la pace. In latino suona molto bene: officium pacis invece di ius ad bellum. D’altronde la stessa Carta delle Nazioni Unite, con l’Articolo 4, stabilisce che possono diventare membri dell’ONU quegli Stati che sono “amanti della pace” (peace-loving States): si pensi allo scandalo dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza che sono ai primi posti della classifica dei paesi produttori ed esportatori di armi… L’Italia, non-membro permanente, non è da meno.

Qual è il contenuto dell’obbligo degli Stati di costruire la pace positiva? A titolo indicativo: impegnarsi, con determinazione, per far funzionare le Nazioni Unite e le altre legittime istituzioni multilaterali; impegnarsi perché l’Unione Europea, con una sola voce, faccia la scelta preferenziale delle Nazioni Unite per democratizzarle e potenziarle; disarmare; educare al rispetto dei diritti umani e formare il personale militare per le funzioni di pace positiva; istituire il Servizio civile di pace (con pertinenti Corpi civili di pace) in conformità con la Raccomandazione del Parlamento Europeo del 10 febbraio 1999 “sull’istituzione di un corpo civile di pace europeo”; non ospitare bombe atomiche (si viola il Trattato sulla non-proliferazione nucleare); non ospitare basi militari straniere, in particolare quelle il cui uso è contrario alla Carta delle Nazioni Unite e al vigente Diritto internazionale; denunciare i trattati (o comunque le intese, anche informali) riguardanti basi militari, in contrasto con l’Articolo 11 della Costituzione e con il Diritto internazionale dei diritti umani; destinare più fondi alla cooperazione internazionale per lo sviluppo; non intralciare le attività di cooperazione e solidarietà internazionale di Comuni, Province e Regioni; togliere il termine “guerra” dalla denominazione (con adeguamento dei contenuti formativi) delle Scuole militari di Civitavecchia e di Firenze in ottemperanza con quanto dispone il citato Articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, ratificato dall’Italia nel 1977. Ne ripetiamo il testo, repetita iuvant: “Qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge”.
leggi tutto...

leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 27


1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici. 

2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!


Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

Quanto dispone l’Articolo 27 è infatti all’insegna della libera fruizione del bello e della creatività in tutti campi, dalla letteratura e dalla poesia alla scienza e a tutte le forme artistiche.
La dimensione umanistica che pervade il diritto e il sapere dei diritti umani trova qui esplicito riconoscimento ed incentivo. C’è il respiro dell’umanesimo integrale, che tonifica la persona nel suo tendere al benessere fisico e psichico.
Il sapere dei diritti umani è, in quanto tale, il sapere del bello, perché è il sapere degli universali che pone al centro l’immenso valore della dignità della persona segnata dalla ragione e dalla coscienza.

La creatività culturale, artistica, scientifica non è fine a se stessa. Essa è in funzione della ricerca della verità nelle sue varie forme. E poiché la verità rende liberi, quello della creatività umana è un percorso di conquista e fruizione di tutte le libertà fondamentali.
Nella congerie di malattie, povertà estrema, violenze, disoccupazione e precarietà del lavoro, corsa al riarmo, inquinamento e distruzione dell’ambiente naturale che, in tutte le parti del mondo, angosciano la vita quotidiana di centinaia e centinaia di milioni di “membri della famiglia umana”, è anche per me difficile procedere sul filo della bellezza e della creatività culturale, artistica e scientifica.

Ma l’inno al bello, alla creatività e alla crescita culturale, come l’inno alle libertà “da” e “per”, è la denuncia più forte che si possa fare delle privazioni e delle umiliazioni cui sono sottoposti tanti esseri umani e le loro famiglie.
Con questa premessa, cercherò comunque di procedere nella sintetica interpretazione dell’Articolo 27. Nell’Articolo in questione si parla di cultura, di arte, di scienza, di partecipazione alla vita culturale e artistica, nonché ai “benefici” (non agli orrori, si badi bene) della scienza.

Cultura e vita culturale hanno ovviamente un significato molto ampio e le definizioni sono innumerevoli. Sociologi, antropologi e filosofi da sempre sono impegnati su questo terreno. La cultura è da intendere non come una statica icona, ma dinamicamente, come un processo che si modifica, evolve o anche involve. Questa dinamica è fatta di credenze, simboli, norme, riti, abitudini, comportamenti che variano a seconda dei luoghi in cui le comunità umane – possiamo anche dire: le ‘articolazioni’ sociali della ‘famiglia umana’ – hanno costruito e vivono le loro specifiche storie.
Poesia, arti visive, musica, scienza sono tra quei beni, immateriali nella loro essenza, che più si fruiscono più si moltiplicano. Fa parte della cultura, anzi del patrimonio culturale, non soltanto tutto ciò che ha il sigillo ufficiale dell’UNESCO come “patrimonio dell’umanità” (World heritage), ma anche altri elementi della produzione culturale (letteraria, artistica, scientifica) che contribuiscono a fare identità e segnano la storia delle comunità umane.

Oggi, nel mondo globalizzato al positivo e al negativo, la vita dei popoli, dei gruppi, delle famiglie, degli individui, “interdipende”. L’interdipendenza planetaria è squilibrata, ci sono popoli e gruppi che, più che interdipendere, dipendono. I territori, anche quelli che per secoli sono stati caratterizzati da mono-culture nazionali, si multi-culturalizzano.
Il campo è aperto per ricercare insieme e condividere un paradigma di valori universali. È il campo privilegiato, tipicamente, dalle attività dell’Unesco intese a elucidare concetti e costruirvi sopra accordi internazionali e programmi di cooperazione. Giova ricordare qualche punto della sua Costituzione: “poiché le guerre nascono nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che devono essere costruite le difese della pace”; “la reciproca ignoranza di storie e modi di vivere è stata causa comune, nella storia dell’umanità, di quel sospetto e di quella mancanza di fiducia tra i popoli che hanno fatto sì che le differenze siano spesso sfociate nella guerra”; “la più ampia diffusione della cultura e l’educazione dell’umanità per la giustizia, la libertà e la pace sono indispensabili alla dignità della persona e costituiscono sacro dovere al quale tutte le nazioni devono adempiere in uno spirito di reciproca assistenza e impegno”.
L’Unesco è, per sua originaria vocazione, assertrice di interculturalità. La sua Conferenza generale ha adottato il 20 ottobre 2005 (con i soli voti contrari di Usa e Israele) la Convenzione “sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali”, entrata in vigore il 18 marzo 2007, grazie anche alla rapidità con cui tutti gli stati membri dell’UE l’hanno ratificata.
Gli assunti da cui parte la Convenzione sono così riassumibili: la diversità delle culture è patrimonio comune dell’umanità e deve essere custodita a beneficio di tutti; l’interazione e la creatività nutrono e rinnovano le espressioni culturali; attività, beni e servizi culturali, poiché servono a trasmettere identità, valori e significati non devono essere trattati come aventi un valore soltanto commerciale.
Ci si domanda se tutte le culture abbiano diritto di reclamare il rispetto e la garanzia internazionale. Nella Convenzione citata, l’Unesco fissa dei paletti nella forma di “principi-guida”. Il primo di questi  riguarda il rispetto dei diritti umani: “La diversità culturale può essere protetta e promossa soltanto se i diritti umani e le libertà fondamentali, quali la libertà di espressione, di informazione e di comunicazione, così come la capacità degli individui di scegliere le espressioni culturali, sono garantiti. Nessuno può invocare le disposizioni di questa Convenzione allo scopo di violare i diritti umani e le libertà fondamentali quali sanciti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o garantiti dal diritto internazionale”.

Quella cultura che alberghi nel suo seno, e insista nel perpetuare, principi che siano in contrasto con quanto prescrive il Diritto internazionale dei diritti umani in forma di divieti assoluti (discriminazione uomo-donna, discriminazione razziale, esaltazione della guerra, ecc.), non è legittimata a rivendicare il rispetto della sua identità. Certamente, non saranno i bombardamenti e le occupazioni territoriali gli strumenti né legittimi, né efficaci, per favorire la graduale trasformazione di quella cultura.
La omologazione culturale è la peggiore nemica della cultura come ricchezza “liberamente” conquistata e sviluppata. Omologazione significa distruzione di identità, impoverimento del patrimonio culturale, ostacolo alla creatività culturale e artistica. Se deliberatamente perseguita, è marcata dal segno dell’egemonismo di questo o quello stato, di questa o quella centrale di potere economico, finanziario, tecnologico, va nella direzione opposta a quella prescritta dalla citata Convenzione dell’Unesco. Il nazionalismo è, allo stesso tempo, omologazione ed esclusione.
Le scoperte e le creazioni della scienza e dell’arte non devono restare confinate dentro sfere elitarie e impermeabili, poiché esse costituiscono dono alla comunità per l’arricchimento culturale e sprituale di tutti, senza che ciò costituisca sottrazione di titolarità e di merito a chi li ha prodotti (copyrights, brevetti).
In virtù del Diritto internazionale dei diritti umani gli Stati hanno l’obbligo di rendere possibile non soltanto la fruizione di beni culturali, artistici e scientifici esistenti, ma anche la creazione di nuovi mediante incentivi alla ricerca e alla produzione artistica.
L’Articolo 15 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali stabilisce puntualmente al riguardo: “2. Le misure che gli Stati parti del presente Patto prenderanno per conseguire la piena attuazione di questo diritto comprenderanno quelle necessarie per il mantenimento, lo sviluppo e la diffusione della scienza e della cultura”.
La scienza e le arti devono essere libere. Coerentemente con questo assunto, il terzo comma del citato Articolo obbliga gli Stati “a rispettare la libertà indispensabile per la ricerca scientifica e l’attività creativa”.

La scienza e le arti possono fare molto per la causa dei diritti umani. Si pensi alla ricerca nel campo della medicina o in quello della difesa dell’ambiente naturale. Si pensi a certi brani musicali che hanno ispirato e ispirano movimenti sociali di promozione umana. Le arti sono potenti strumenti di comunicazione, di identificazione spirituale, sociale e politica, di dialogo interculturale. Costituiscono codici ricchi di simboli comunicativi. Si può prendere come esempio la musica perchè è la più impalpabile, la più spirituale, forse la più universale (se possibile) delle arti, e allo stesso tempo la più materialmente codificata: il ‘pentagramma’ è un esperanto ante litteram, di universale conoscenza e fruizione. Si pensi a cosa significa suonare insieme o cantare insieme per il rispetto di un medesimo codice di regole e per la pratica della socializzazione. Un’orchestra o un coro polifonico sono dei paradigmi di “unità nella diversità”.

Si può parlare di etica anche per la scienza e le arti? Una possibile risposta sta nell’Articolo 1.2 dello Statuto che l’Università di Padova, fondata nel 1222, ha rinnovato nel 1995: “L’Università degli Studi di Padova, in conformità ai principi della Costituzione della Repubblica Italiana e della propria tradizione che data dal 1222 ed è riassunta nel motto “Universa Universis Patavina Libertas”, afferma il proprio carattere pluralistico e la propria indipendenza da ogni condizionamento e discriminazione di carattere ideologico, religioso, politico o economico. Essa promuove l’elaborazione di una cultura fondata su valori universali quali i diritti umani, la pace, la salvaguardia dell’ambiente e la solidarietà internazionale”.
leggi tutto...

leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
2. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli


ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!


Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

La traduzione italiana ufficiale di “education” in “istruzione” può essere fuorviante. “Education” comprende sia l’istruzione - trasmissione di dati cognitivi presuntivamente ‘neutri’ – sia l’educazione quale processo più ampio che insieme con i blocchi cognitivi della storia, del latino, della fisica, ecc., propone valori ed opera per la loro volontaria interiorizzazione da parte dei discenti.
Il tradizionale modo di concepire l’istruzione scolastica è per così dire sospettoso nei riguardi dei valori. L’educazione non teme di contaminarsi da valori, non sarebbe educazione se avesse questo timore. Ma quali valori per quale educazione finalizzata a quali obiettivi?

Il secondo comma dell’Articolo 26, pur nella sintesi del suo enunciato, dà la risposta. Il primo comma dell’Articolo 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali è ancora più esplicito quanto a contenuti e finalità dell’educazione:
“1. Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo all’istruzione. Essi convengono sul fatto che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e del senso della sua dignità e rafforzare il rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali. Essi convengono inoltre che l’istruzione deve porre tutti gli individui in grado di partecipare in modo effettivo alla vita di una società libera, deve promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra tutte le nazioni e tutti i gruppi razziali, etnici o religiosi ed incoraggiare lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace”.

Il secondo comma di questo Articolo definisce in maniera puntuale quali devono essere i cardini di un sistema educativo che sia congruo rispetto ai contenuti e alle finalità del processo educativo quale prima definito: “l’istruzione superiore deve essere resa accessibile a tutti su un piano di eguaglianza, in base alle attitudini di ciascuno, con ogni mezzo a ciò idoneo, ed in particolare mediante l’instaurazione progressiva dell’istruzione obbligatoria… deve perseguirsi attivamente lo sviluppo di un sistema di scuole di ogni grado, stabilirsi un adeguato sistema di borse di studio, e assicurarsi un continuo miglioramento delle condizioni materiali del personale insegnante”.

Ai sensi del vigente  Diritto internazionale l’istituzione di scuole private rientra fra i diritti di libertà, il cui esercizio deve essere conforme a quanto prescritto dal quarto comma dell’Articolo 13 del Patto internazionale: “Nessuna disposizione di questo articolo sarà interpretata nel senso di recare pregiudizio alla libertà degli individui e degli enti di fondare e dirigere istituti d’istruzione, purché i principi enunciati nel 1° paragrafo di questo articolo vengano rispettati e l’istruzione impartita in tali istituti sia conforme ai requisiti fondamentali che possano essere prescritti dallo Stato”. Il quale Stato, a sua volta, dovrà rispettare quanto disposto dal citato 1° paragrafo. Insomma priorità viene data alla scuola pubblica, ma sia questa sia la scuola privata devono impartire un’educazione che, per i contenuti essenziali riguardanti i diritti della persona, la pace e la solidarietà, deve essere la stessa.

Il Diritto internazionale dei diritti umani fissa dunque dei paletti molto chiari. È legittimo chiedersi se, soprattutto per quanto riguarda contenuti e finalità, i Ministri che si sono succeduti in Italia alla Pubblica Istruzione abbiano preso visione diretta delle norme internazionali sopra citate.
Al di là di polemiche vetero-ideologiche o neo-ideologiche su scuola pubblica e privata, resta il dato del calvario fatto subire all’educazione civica. Il Diritto internazionale dice giustamente che questa è il nucleo centrale del disegno educativo finalizzato a formare la persona-cittadino/a.

L’UNESCO si è fatta carico di elucidare contenuti e metodologia dell’educazione civica già nel 1974 con la Raccomandazione sull’educazione per la comprensione, la cooperazione e la pace internazionali sull’educazione relativa ai diritti umani e alle libertà fondamentali. I contenuti riguardano dunque i diritti umani, la pace, la solidarietà, il dialogo interculturale, la cittadinanza attiva. Questo documento è un efficace compendio di pedagogia e di didattica, rimane un ‘classico’. Ovviamente, esso va integrato dalla abbondante documentazione che è stata prodotta in relazione ai vari ‘anni’ e ‘decenni’ delle Nazioni Unite dedicati all’educazione alla pace, alla nonviolenza, sempre in relazione al paradigma dei diritti umani.  Rimane fermo che l’educazione civica deve essere interdisciplinare, partecipata, trasversale ai vari insegnamenti, orientata all’azione.

Chi educa deve preoccuparsi di indicare percorsi d’azione, in costante interazione con il territorio, cioè con gli amministratori locali e le associazioni e i gruppi di volontariato. Naturalmente, è fondamentale l’interazione con le famiglie, proprio sul terreno dell’educazione civica che, in questo contesto, diventa fertile co-educazione dove devono incontrarsi, non scontrarsi, la responsabilità degli insegnanti-educatori, i diritti dei bambini e degli adolescenti, i diritti-doveri-responsabilità dei genitori.
Con riferimento ai figli, particolarmente delicata si presenta l’applicazione del secondo comma dell’Articolo 26 della Dichiarazione universale specificato da quanto dispone il terzo comma dell’Articolo 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali: “Gli Stati parti del presente Patto si impegnano a rispettare la libertà dei genitori e, ove del caso, dei tutori legali, di scegliere per i figli scuole diverse da quelle istituite dalle autorità pubbliche, purché conformi ai requisiti fondamentali che possono essere prescritti o approvati dallo Stato in materia di istruzione, e di curare l’educazione religiosa e morale dei figli in conformità alle proprie convinzioni”.

A partire dall’entrata in vigore nel 1990 della Convenzione internazionale sui diritti dei bambini e dei minori, questi hanno diritti internazionalmente riconosciuti (diritti ‘rafforzati’ in ragione dell’età), i quali devono pertanto essere garantiti, oltre che a scuola, anche e soprattutto nell’ambiente familiare. I ragazzi sono riconosciuti come titolari di diritti fondamentali, anche civili e politici. Recita l’Articolo 12 della suddetta Convenzione: “Gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa, le opinioni del fanciullo essendo debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità”. Incalza l’Articolo 14: “1. Gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. 2. Gli Stati parti rispettano il diritto e il dovere dei genitori oppure, se del caso, dei rappresentanti legali del bambino, di guidare quest’ultimo nell’esercizio del summenzionato diritto in maniera che corrisponda allo sviluppo delle sue capacità”.

Il messaggio per i genitori è che i loro figli sono ‘soggetti’ e non ‘oggetti’ e che in concreto bisogna agire nel “superiore interesse dei bambini”, come proclama l’Articolo 3 della citata Convenzione internazionale. Altrimenti detto, ai diritti dei bambini, più che i diritti dei genitori, corrispondono i doveri dei genitori.
leggi tutto...

leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 25
1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; e ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
2. La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.


ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!


Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

È un Articolo che riassume e ricapitola tutti gli altri nel segno della dignità integrale della persona. Il contenuto di questa norma internazionale è come la carezza amorevole che il Diritto internazionale dei diritti umani fa alla persona, egualmente a ciascun membro della famiglia umana, ma con particolare attenzione a chi meno ha ed ha più bisogno. A causa dell’inflazione mass-mediatica siamo costretti a subire molti sdolcinati, e poco credibili, usi dell’espressione “I care”.

Nel caso dell’Articolo 25 è la norma internazionale che si prende cura delle necessità vitali delle persone. Come tale, essa non soltanto è credibile, ma ci obbliga a farla “azione” nel quadro di una prospettiva vitale che è molto più della mera sopravvivenza di persone e popoli, molto più del superamento millimetrico della soglia di povertà. L’Articolo parla infatti di un tenore di vita che produca e alimenti il benessere integrale della persona e della sua famiglia, cioè dell’essere umano fatto di anima e di corpo, di spirito e di materia.

In questo contesto il concetto di salute è quello definito dalla Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: “una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non meramente l’assenza di malattia”. Precisa questa stessa Costituzione che “il godimento del più alto conseguibile livello di salute costituisce uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano senza distinzione di razza, di religione, di fede politica, di condizione economica o sociale” e che “la salute di tutti i popoli è fondamentale ai fini del conseguimento della pace e della sicurezza ed è dipendente dalla più piena collaborazione degli individui e degli stati”.

In questo contesto di promozione della dignità umana su scala mondiale e in chiave di responsabilità condivise, è appena il caso di  sottolineare che il ‘benessere’ dei diritti umani non è fatto di lussi, di stravaganze, di consumismi. La lezione che ne discende è di sobrietà nel consumare e nel comportarsi, da mettere in atto all’interno della micro-comunità familiare e nelle più ampie comunità sociali d’appartenenza.
L’Articolo 25, nella sua puntuale didascalità, è il codice genetico dello stato sociale e dell’intera Agenda politica dei diritti umani. La traduzione operativa di questa consiste nelle politiche sociali e nelle azioni positive nei settori della sanità, della casa, dell’occupazione, dell’assistenza, della speciale protezione dei bambini e della maternità. Da sottolineare che il secondo comma dell’Articolo dice che i bambini sono tutti eguali, dentro o fuori del matrimonio.

Una breve riflessione sul diritto all’alimentazione. In tante parti del mondo si continua ancora a morire di fame, a causa di carestie, violenze, guerre, ma anche a causa di espropriata autosufficienza alimentare. Periodicamente si lanciano campagne mondiali contro la fame nel mondo. Ricordo che la prima fu lanciata dalla FAO nel 1960, l’ultima nel 2000 con gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
Per sfamare occorrono certamente viveri e danaro, ma bisogna oltresì consentire ai paesi derubati dall’autosufficienza di recuperarla, nel quadro di una più corretta divisione dei termini di scambio tra paesi ad economia povera da un lato, e paesi ad economia sviluppata, dall’altro.

Dentro il tema alimentazione c’è quello dell’acqua e dell’accesso all’acqua potabile.
L’ONU ha adottato varie iniziative sul tema dello sradicamento della povertà estrema. In particolare il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha stilato nel 2007 un documento intitolato “ Principi guida su diritti umani e povertà estrema: i diritti del Povero” inteso a dar voce ai poveri. In questo documento c’è un paragrafo dedicato a “il diritto all’acqua” come diritto fondamentale. Da molti anni, organizzazioni non governative e movimenti solidaristici transnazionali si stanno battendo per questa causa sostenendo, a ragione, che l’acqua è bene comune globale (global common good) e che, pertanto, bisogna sottrarla alle privatizzazioni: per l’acqua non ci sono vie di mezzo tra pubblico e privato. L’acqua è un bene di tutti e come tale deve essere gestito e protetto dalle pubbliche istituzioni, interne e internazionali.

Neppure la sanità può essere oggetto di esclusiva privatizzazione. Il diritto fondamentale alla salute si traduce in: cure mediche e salute per tutti. La sanità è un servizio pubblico elementare, come tale oggetto, in via primaria, di politiche pubbliche. Fa parte dell’imperfezione umana commuoversi (eventualmente) di fronte a chi muore di fame e restare indifferenti di fronte a chi, per mancanza di danaro, è costretto a soffrire e morire prematuramente per mancata assistenza sanitaria.
Pochi mettono in relazione l’Articolo 25 con l’Articolo 1 della Dichiarazione universale. Ma bisogna farlo. Coloro che “nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, coloro cioè che sono la legge fondamentale, hanno diritto a vivere, non a sopravvivere fortunosamente o a morire di stenti. Morendo prematuramente o stentando a sopravvivere è lo stesso “diritto umano sussistente” (Antonio Rosmini) che entra in crisi, è lo stesso ordinamento giuridico che perde di sostanza precettiva.

Quanto costa aiutare tutti i membri della famiglia umana a vivere degnamente?
Prima di quantificare la risposta nei vari contesti geografici, andiamo a guardare quanto costano gli armamenti, le guerre ’preventive’ palesi e camuffate, quanto danaro è bruciato dalla speculazione finanziaria, quanti danni hanno provocato la deregulation, il neoliberismo, le politiche di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale, l’inquinamento dell’ambiente naturale, la non volontà degli stati più forti di governare l’economia mondiale per i fini di giustizia che sono elencati nell’Articolo 25.

La spesa militare mondiale è stata di 1.339 miliardi di dollari nel 2007, con un aumento del 6% rispetto al 2006 e del 45% rispetto al 1998. La cifra corrisponde al 2,5% del PIL mondiale per un importo di 202 dollari per ciascun abitante della terra (Annuario SIPRI 2008).
Dopo questa denuncia, la risposta è: “diritti umani-Agenda politica” nell’ottica del trinomio indissociabile stato di diritto-stato sociale-pace positiva.
leggi tutto...

leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.


ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!

Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

L’Articolo 7 (lettera d) del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali è più esplicito nel dire che gli stati sono obbligati a garantire una remunerazione del lavoro “che assicuri a tutti i lavoratori, come minimo… il riposo, gli svaghi, una ragionevole limitazione delle ore di lavoro, e le ferie periodiche retribuite, nonché la remunerazione per i giorni festivi”. A sua volta, l’Articolo 37 della Costituzione Italiana stabilisce che “il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunciarvi”.
Siamo in presenza di disposizioni di perentoria precettività, i cui termini applicativi sono fissati, e costantemente aggiornati, dal legislatore nazionale all’interno del dialogo sociale tra governo, sindacati dei lavoratori, associazioni padronali.

La persona umana non è una macchina (anche questa però è soggetta ad usura…) e deve avere la possibilità reale di sviluppare tutte le sue potenzialità in adeguati periodi di riposo e di fertile ricreazione. Anche il lavoro è, deve essere occasione di sviluppo della persona secondo dignità. È per questo che la legislazione internazionale in materia disciplina minuziosamente le condizioni di lavoro, che devono essere idonee a garantire la salute dei lavoratori. In concreto, è interpellata la responsabilità personale del datore di lavoro insieme con quella di sopraordinati organismi di sorveglianza.

La civiltà dei diritti umani insieme con la civiltà del lavoro ha portato a stabilire che c’è l’obbligo di rispettare il diritto alle ferie e allo svago anche del detenuto-lavoratore. Una sentenza della Corte Costituzionale del 2001 dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 20, sedicesimo comma, della legge del 26 luglio 1975 n.354 (norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui non riconosce il diritto al riposo annuale retribuito al detenuto che presti la propria attività lavorativa alle dipendenze dell’amministrazione carceraria. La Corte motiva che il diritto al riposo annuale integra una di quelle ‘posizioni soggettive’ che non possono essere in alcun modo negate a chi presti attività lavorativa in stato di detenzione.

L’Articolo 24 della Dichiarazione parla anche di “svago” per il lavoratore, cioè di fruizione di momenti ludici e di ricreazione culturale e artistica. Il lavoratore deve avere la possibilità di prendere parte liberamente alla vita culturale, come dispone l’Articolo 27 della Dichiarazione. Questo ci porta a considerare le ferie come un periodo che, come dicevano i nostri avi, ritempra il corpo e lo spirito. Insomma, una salubre parentesi nella routine lavorativa tanto più necessaria quanto usurante è il tipo di lavoro. Il diritto allo svago ha un significato e una portata non circoscrivibili alla logica dell’una tantum. Ha a che fare con la coltivazione di umanesimo negli stessi luoghi di lavoro. Sono dunque interpellati architetti, artisti visivi, musicisti per arricchire di bello gli uffici, le fabbriche, i cantieri.
Questi pensieri sembrano appartenere al mondo dei sogni o delle fatuità nel tempo che viviamo, disturbati come siamo da tante insicurezze. La realtà del precariato e della disoccupazione insieme con l’ambigua proposta della flexicurity ha come risultato quello di bruciare o comunque di rendere superfluo l’umanesimo del e nel lavoro. L’assenza o l’intermittenza del lavoro, lo stesso lavoro in settori dell’economia informale, costituiscono di per sè “ferie”, ma ferie stressanti e drammatiche, per così dire a tempo indeterminato, segnate non dalla possibilità di ritemprarsi e svagarsi più del solito, ma dall’ansia, dalla frustrazione, dal risentimento nei confronti di sistemi di governo che sono sudditi del mercato e della speculazione finanziaria, che considerano le politiche per la “piena occupazione”, prescritte dalle norme internazionali, non un obbligo ma un optional. Si pensi ancora a chi, per mantenere sé e la propria famiglia, ha doppio o triplo lavoro, magari anche con lavoro notturno continuativo… Si pensi al lavoro in regime di ‘caporalato’ o a quello degli immigrati ‘irregolari’.

Che senso ha per queste masse di umanità precaria l’Articolo 24 della Dichiarazione?
C’è disagio nel tentare di trovare la risposta ad un interrogativo che interpella la coscienza e la responsabilità di tutti. Ma non si può restare inerti nella tristezza e nell’arrendersi ai determinismi. La cultura, anzi il sapere dei diritti umani, ci dice: sforzati di tradurre i diritti umani in una organica e coerente Agenda politica.
leggi tutto...

leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 23

1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!


Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

Il contenuto di questo Articolo è ulteriormente specificato dagli Articoli 6, 7 e 8 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966, dove è innanzitutto stabilito che le misure che gli Stati sono obbligati a prendere “per dare piena attuazione a tale diritto”, dovranno comprendere “programmi di orientamento e di formazione tecnica e professionale, nonché l’elaborazione di politiche e di tecniche atte ad assicurare un costante sviluppo economico, sociale e culturale ed un pieno impiego produttivo”.
Il messaggio che proviene dal Diritto internazionale è chiaro: il settore del lavoro non può essere lasciato al libero arbitrio del mercato, ma deve costituire oggetto di politiche pubbliche nel quadro di una più ampia programmazione di stato sociale. È inoltre stabilito che deve esserci “la possibilità eguale per tutti di essere promossi, nel rispettivo lavoro, alla categoria superiore appropriata, senza altra considerazione che non sia quella dell’anzianità di servizio e delle attitudini personali”. La meritocrazia trova qui i parametri conformi a dignità umana, come tali prioritari rispetto a qualsiasi altra tipologia.

Il diritto umano al lavoro trova anche riscontro nella Convenzione internazionale contro la discriminazione razziale, nella Convenzione internazionale contro ogni forma di discriminazione nei riguardi delle donne, nella Convenzione internazionale sui diritti dei bambini, nella Convenzione internazionale sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, nella Carta africana sui diritti dell’uomo e dei popoli e in tanti altri strumenti giuridici, internazionali e regionali-continentali.

Nell’interpretazione del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociali e culturali il diritto al lavoro è un diritto che inerisce ad ogni persona ed è allo stesso tempo un diritto collettivo. Esso comprendente tutte le forme legittime di lavoro, dipendente o non.
La produzione di norme giuridiche internazionali in materia di lavoro ha il suo principale laboratorio nell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, OIL, con sede a Vienna. La sua Conferenza è formata da delegazioni nazionali ‘tripartite’, comprendenti i rappresentanti dei governi, dei sindacati dei lavoratori, delle organizzazioni padronali. Alcuni organi interni di controllo sull’applicazione della normativa sono formati da persone indipendenti dagli stati. Tra le molte Convenzioni OIL si segnala la numero 22 portante sulla politica dell’occupazione, la quale parla del diritto ad una “occupazione piena, produttiva e liberamente scelta”. Purtroppo questa prospettiva rimane molto lontana per milioni di esseri umani.

La disoccupazione e la mancanza di lavoro sicuro spingono i lavoratori a trovare occupazione nel settore informale dell’economia. Il vigente Diritto internazionale è molto deciso nello stigmatizzare sia il lavoro forzato sia il lavoro prestato in settori dell’economia informale. Il primo è definito dall’OIL come “qualsiasi lavoro o servizio esigito dalla persona sotto la minaccia di una qualsiasi penalità e per il quale la persona non si è offerta volontariamente”. Gli stati sono obbligati ad abolire, vietare e contrastare qualsiasi forma di lavoro forzato, come anche prescritto dall’articolo 5 della Convenzione sulla schiavitù. Gli stati devono altresì intervenire per ridurre quanto più possibile il numero di lavoratori che operano al di fuori dell’economia formale, obbligando i datori di lavoro a rispettare la legge e dichiarare i nomi dei loro lavoratori in modo da rendere possibile la garanzia dei loro diritti.

Gli stati sono inoltre obbligati a proibire il lavoro dei minori di sedici anni. Tra i loro obblighi, oltre quelli di assicurare non discriminazione, pari opportunità ed eguaglianza, c’è quello di adottare misure che assicurino che le misure di privatizzazione non ledano i diritti dei lavoratori. In particolare, il Comitato delle Nazioni Unite afferma senza mezzi termini che “specifiche misure destinate a incrementare la flexicurity dei mercati del lavoro non devono rendere il lavoro meno stabile o ridurre la protezione sociale dei lavoratori”.
Già, la flexicurity. Ci si può ubriacare (colpevolmente) di flexicurity così come avvenne con la deregulation. Anche in sede di Unione Europea c’è il rischio che si istituzionalizzi il vizio della flexicurity. Il Diritto internazionale dei diritti umani esige che, in tema di occupazione, si parta col piede giusto (anzi, obbligato), cioè dal diritto al lavoro come diritto fondamentale che è, allo stesso tempo, diritto alla piena occupazione e diritto allo stato sociale. Il diritto al lavoro come tale non ha pertanto nulla a che vedere con l’ideologia neoliberista e relative vischiose varianti.

Il diritto umano al lavoro è strettamente collegato ai cosiddetti diritti sindacali, a fondare e far parte di sindacati. Il Diritto internazionale ‘riconosce’ i sindacati, non parla invece di ‘partiti’, se non nel contesto regionale dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa. È il caso di ricordare che dal 1961 è in vigore la Carta sociale europea, più volte riformata, sulla cui applicazione veglia il Consiglio d’Europa, in particolare attraverso il Comitato europeo dei diritti sociali, organo formato da esperti indipendenti. Ad esso possono presentare reclami proprio le associazioni sindacali e organizzazioni non governative. La Dichiarazione universale non fa cenno allo sciopero. Ci pensa invece l’Articolo 8 (1 comma, lettera d) del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che impone agli stati l’obbligo di garantire “il diritto di sciopero, purchè esso venga esercitato in conformità alle leggi di ciascun paese”. Il rinvio è dunque alla legge nazionale, la quale deve però essere conforme ai principi generali del Diritto internazionale, e considerare quindi lo sciopero quale articolazione connaturale al diritto fondamentale al lavoro. È appena il caso di sottolineare che l’esercizio di questo diritto deve avvenire nel rispetto di tutti gli altri diritti fondamentali, in uno spirito di alta responsabilità sociale.

Se ne dicono tante sui sindacati. Certamente, essi devono essere guidati da persone che abbiano nella mente e nel cuore i diritti dei lavoratori, e che non  vengano a compromesso con istanze vetero-corporative. Si possono e si devono criticare quelle dirigenze sindacali che si sono burocratizzate o, più o meno palesemente, partiticizzate. Ma chiediamoci: se non ci fossero stati i sindacati, sarebbe stato possibile avviare la ‘civiltà del lavoro’? E se non ci fossero oggi, sarebbe possibile riprendere quel cammino?

Riflessione finale, forse troppo ovvia. L’Articolo 1 della Costituzione Italiana proclama che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. E se il lavoro non c’è? Senza fondamento(a) la Repubblica crolla. E se al posto del lavoro si mette il precariato o la flexicurity, quanto ne guadagna la statica della Repubblica?
leggi tutto...

leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 22 


Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità

ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!


Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

Con questo Articolo, la Dichiarazione universale apre la serie di norme che fanno riferimento al valore del benessere integrale dalla persona umana in ottica di welfare e di stato sociale, fornendo così le radici al successivo Patto internazionale del 1966 dedicato specificamente ai diritti economici, sociali e culturali. L’Articolo 9 di quest’ultimo stabilisce l’obbligo degli Stati parti di “riconoscere il diritto di ogni individuo alla sicurezza sociale, ivi comprese le assicurazioni sociali”.

L’Articolo 22 della Dichiarazione fa riferimento alla persona quale ‘membro della società’, dalla quale deve ricevere e alla quale deve dare. C’è qui sottesa la filosofia del personalismo comunitario all’interno della più ampia visione di umanesimo integrale. Alla sicurezza sociale viene infatti associata la realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali, “indispensabili “ alla dignità umana e al libero sviluppo della personalità. Nel commentare i precedenti Articoli, abbiamo più volte evocato la verità ontologica dell’integrità dell’essere umano, fatto di anima e di corpo, di spirito e di materia.

Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociali e culturali, che sorveglia l’applicazione del citato Patto internazionale, definisce il diritto alla sicurezza sociale come quello che comprende “il diritto ad accedere e mantenere benefici, sia in danaro sia in natura, senza discriminazione, al fine di assicurare la protezione, tra l’altro, dalla mancanza di reddito da lavoro causata da malattia, disabilità, maternità, incidenti sul lavoro, disoccupazione, anzianità, morte di membri della famiglia, nonché da precario accesso alle cure sanitarie, insufficiente aiuto alla famiglia, in particolare per i bambini e gli adulti non auto-sufficienti”.

Possiamo quindi definire la sicurezza sociale della persona come quella condizione nella società che le consente di essere, quanto più possibile, libera dal bisogno, oltre che dal potere e dalla paura.
 L’Articolo 22 della Dichiarazione usa il termine ‘libero sviluppo’ della personalità. Oggi, quando parliamo di ‘sviluppo’, abbiamo in mente processi di ampiezza planetaria, con prevalente riferimento alle popolazioni dei paesi ad economia povera e con particolare attenzione ai programmi della cooperazione internazionale allo sviluppo.
 La Dichiarazione delle Nazioni Unite “sul diritto allo sviluppo” (1986) fornisce una definizione multidimensionale dello sviluppo come “un ampio processo economico, sociale, culturale e politico, che mira al costante miglioramento del benessere dell’intera popolazione e di tutti gli individui sulla base della loro attiva, libera e significativa partecipazione allo sviluppo e nell’equa distribuzione dei benefici che ne derivano”. L’Articolo 2 di questa Dichiarazione proclama che “la persona umana è il soggetto centrale dello sviluppo e deve essere partecipante attivo e beneficiario del diritto allo sviluppo” e che “tutti gli esseri umani, individualmente e collettivamente, hanno la responsabilità dello sviluppo, tenendo conto del bisogno che siano pienamente rispettati i loro diritti e libertà fondamentali e i loro doveri verso la comunità, che solo può assicurare la piena e completa realizzazione dell’essere umano”.

Dunque, centralità della persona e sviluppo della personalità in un contesto di responsabilità condivise. L’appello alla responsabilità personale è contestuale all’obbligo imposto alle pubbliche istituzioni di garantire la sicurezza sociale delle persone attraverso “lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale” per soddisfare i diritti economici, sociali e culturali. 
Lo “stato sociale” non è pertanto un optional per gli stati, è quanto dispone anche il secondo comma dell’Articolo 3 della Costituzione Italiana: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Insomma lo “stato sociale” è altrettanto indispensabile dello “stato di diritto”, sono le due facce di quella medaglia che si chiama: “statualità umanocentrica”.

Il citato Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociali e culturali chiarisce che gli stati hanno l’obbligo di istituire e far funzionare un “sistema” di sicurezza sociale che può essere variamente articolato (anche con interconnessioni pubblico-privato), ma comunque sempre in grado di garantire le persone contro rischi e imprevisti sociali, tale quindi da coprire almeno nove settori: sanità, malattia, vecchiaia, disoccupazione, invalidità da incidenti sul lavoro, aiuto alla famiglia e ai bambini, maternità, disabilità, orfani.

L’Articolo 22 della Dichiarazione universale indica anche l’ambito spaziale e istituzionale in cui il  diritto alla sicurezza sociale deve essere soddisfatto: nazionale e internazionale. Allo Stato si chiede di ‘sforzarsi’ tenuto conto della sua “organizzazione” e delle sue “risorse”. Dunque, non alla mercè di questa o quella ideologia. Il suddetto articolo dice anche: se tu, Stato, non ce la fai coi tuoi propri mezzi, è tuo obbligo renderti parte attiva nel funzionamento degli organismi multilaterali perché si realizzino politiche di governo dell’economia mondiale nel segno di tutti i diritti umani per tutti e della giustizia sociale. 
Il Diritto internazionale dei diritti umani non dà posto al neoliberismo, alla sovranità del mercato, alla deregulation, all’ultima variazione sul tema ‘mercato’: la flexicurity, di cui diremo più ampiamente commentando il “diritto al lavoro”.

Durante l’orgia di deregulation, neoliberismo, ‘nuova economia’, ‘economia virtuale’ degli anni ottanta e novanta del secolo scorso, di cui oggi paghiamo pesantemente le conseguenze, si sentiva inneggiare: “più società, meno stato”. L’imperativo dei diritti umani dice invece: “più società, più pubbliche istituzioni, più stato sociale, più multilateralismo”. La garanzia dei diritti umani esige che ci siano, e funzionino correttamente, pubbliche istituzioni gestite da persone le quali avvertano fino in fondo che la  loro responsabilità è “pubblica” e che la loro legittimazione, sostanziale e formale, deriva dal rispetto che esse hanno per la eguale dignità delle persone e per i loro bisogni vitali.

Battuta finale: la Conferenza Internazionale del Lavoro (89° sessione, 2001) ha ribadito che “la sicurezza sociale è un fondamentale diritto umano ed un altrettanto fondamentale mezzo per creare coesione sociale”. Come dire: riducendo insensatamente la spesa sociale, oltre che danneggiare l’integrità psico-fisica delle persone, si mette a rischio la ‘pace sociale’ e la democrazia. I Governi Locali, che sono in prima linea nel dover rispondere ai bisogni di sicurezza sociale di quanti vivono nei loro territori, ne sanno qualcosa. Che lo Stato renda loro possibile l’esercizio della loro primaria “responsabilità di proteggere” i diritti umani.”
leggi tutto...

leggi prima Cosa sono i diritti umani?

Articolo 21
1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.
3. La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.


ora guarda il video (1 minuto) e divulgalo anche tu!


Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova.

Col diritto di elettorato attivo e passivo, che richiama anche il principio delle pari opportunità nella partecipazione alla vita politica e alla pubblica amministrazione, siamo nel cuore dei principi democratici, quelli che riguardano i modi con cui la sovranità popolare si esprime. Già, “potere di popolo”: quanto ne ha oggi, nell’era della globalizzazione, il popolo di un singolo stato? La sovranità popolare si esercita sia per legittimare i rappresentanti del popolo a fare le leggi e governare, sia per partecipare alla presa delle decisioni tra una tornata elettorale e la successiva. Perché la sovranità appartiene al popolo e non, per esempio, ad un ricco imprenditore o ad un ricco calciatore o ad una famiglia circense? La risposta ce la dà il paradigma dei diritti umani: la sovranità appartiene al popolo perché ciascuno/a dei suoi membri è titolare di dirittti innati, cioè è grembo di legge fondamentale. Ciascun membro della famiglia umana è sovrano/a pro quota sua, la famiglia umana in quanto tale è titolare in toto di sovranità nel mondo interdipendente e globalizzato. Poiché i diritti umani sono sia civili e politici sia economici, sociali e culturali - tutti universali, interdipendenti e indivisibili -, la democrazia dei diritti umani è “tutta la democrazia”: politica, economica, sociale; locale, nazionale, internazionale. Democrazia è insomma un concetto multidimensionale.

Dire diritti democratici significa dire diritti di cittadinanza quale elemento essenziale di inclusione nella città, nello stato, nell’Unione Europea, nel mondo. Tutti coloro che vivono legalmente nella città devono poter esprimere il diritto di elettorato attivo e passivo. In questa direzione va la Convenzione del Consiglio d’Europa riguardante la partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale (1992). Il Trattato sull’Unione Europea già da anni ha anticipato al riguardo, stabilendo che i cittadini dell’UE hanno il diritto di elettorato attivo e passivo per il Parlamento europeo e per le amministrazioni locali da esercitare nel luogo di residenza, a prescindere quindi dalla cittadinanza nazionale.

In questo momento, la pratica della democrazia portata avanti soltanto all’interno del singolo stato è in grave crisi. Questa investe anche quei paesi in cui più antica è l’esperienza della democrazia. Insistere nel mantenere la pratica democratica dentro i confini dello stato nazionale equivale ad accanimento terapeutico. Naturalmente, personalismi, strumentalizzazioni partitocratiche, assenteismo elettorale aggravano questa patologia. Lo spazio nazionale è troppo limitato.

La democrazia è essenzialmente legittimazione popolare di coloro che incarnano l’autorità di governo, partecipazione politica popolare ai processi decisionali, controllo. Cosa e quanto controllano i parlamenti nazionali (e regionali e comunali), se è vero com’è che le grandi decisioni si prendono altrove?

Ciò che è avvenuto nel mondo a partire dalla prima Guerra del Golfo (1991), mediante il tentativo di esportare la democrazia con guerre preventive e occupazioni territoriali, mina la credibilità dei valori democratici oltre che la legittimità di chi li professa.
Il valore della democrazia è certamente un bene universale, è inscindibile dalla dignità della persona. Come i diritti umani, la democrazia è una conquista. La sua diffusione nel mondo deve avvenire per ‘contagio’ virtuoso, i cui effetti saranno tanto più celeri e duraturi quanto più i paesi di antica esperienza democratica daranno prova di coerenza.

Anche per la pratica democratica nel mondo vale quanto è necessario fare per sviluppare il dialogo interculturale nella città: occorre comunicare, scambiare idee ed esperienze, educare al rispetto dei diritti umani, cooperare su un piede di parità all’interno delle Nazioni Unite e delle altre legittime istituzioni multilaterali. La cooperazione internazionale nei vari campi alimenta il terreno in cui sviluppare la ‘contaminazione’ democratica del mondo. La deregulation (economica e istituzionale: competitività selvaggia + svilimento delle Nazioni Unite) ha ostacolato, se non addirittura interrotto questo virtuoso processo.
Occorre ora rilanciare la causa della democrazia (‘tutta’ la democrazia dei diritti umani) estendendone il raggio d’azione dalla città e dal villaggio fino alle massime istituzioni internazionali. È l’ora della democrazia internazionale o transnazionale o cosmopolitica. Si tratta in particolare di democratizzare il sistema delle Nazioni Unite e le principali istituzioni multilaterali. All’ONU, occorre dare più spazio alle (3.500) organizzazioni non governative che vi hanno status consultivo, consentendo ai loro ‘coordinamenti’ di avanzare pareri formali. Occorre anche, finalmente, istituire l’Assemblea Parlamentare delle Nazioni Unite, in analogia, per esempio, con le Assemblee Parlamentari del Consiglio d’Europa e della OSCE.

In America Latina, nel quadro istituzionale del MERCOSUR, funziona il Parlamento latinoamericano, chiamato anche “Parlatino”. Più di recente in Africa, nel quadro dell’Unione Africana e di altri sottosistemi di cooperazione sub-continentale, è entrato in funzione il Parlamento Panafricano. Ci sono anche l’Assemblea parlamentare paritetica UE-ACP (paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico) e l’Assemblea parlamentare Euromediterranea nel quadro del Partenariato Euromediterraneo. I grandi mezzi d’informazione non ne parlano, ma siamo in presenza di interessanti sviluppi della democrazia. Naturalmente, il Parlamento Europeo, direttamente eletto dai cittadini dell’UE, è il primo e tuttora unico esempio di autentica democrazia sopranazionale.

Ora, bisogna collegare fra loro le istituzioni e le pratiche democratiche che esistono ai vari livelli territoriali, in particolare dare più visibilità internazionale ai Governi Locali, istituendo un Comitato dei Governi Locali in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite, in analogia col Comitato delle Regioni dell’UE e del Congresso dei Poteri Locali e Regionali del Consiglio d’Europa. Le radici territoriali della democrazia stanno nelle città, in Italia nei Comuni. Lanciando il principio di sussidiarietà e il principio di autonomia territoriale locale (self-government) nello spazio glocale del mondo e facendo partecipare i Governi Locali alla governance globale si rinvigorisce la democrazia locale (la più genuina) e allo stesso tempo si fornisce linfa vitale alle Organizzazioni internazionali.

Ma non c’è vera democrazia ‘rappresentativa’ se i cittadini non hanno possibilità di scegliere – per nome e cognome – coloro che li rappresentano. Togliere le ‘preferenze’ dalle leggi elettorali significa violare il Diritto internazionale dei diritti umani (oltre all’art. 21 della Dichiarazione universale, anche l’omologo art. 25 del Patto internazionale sui diritti civili e politici). Mandare al Parlamento Europeo personale politico da riciclare a fine carriera o per altri motivi di mercantilismo infra-partitico è controproducente non soltanto per la qualità del sistema UE, ma anche per la diffusione della democrazia nel mondo.
Ultima battuta di una riflessione necessariamente limitata.

Maggioranza e minoranza: il gioco democratico si fa sulla dialettica tra questi due poli. Eterno quesito: la maggioranza contiene la parte più sana della società (la sanior pars, come dicevano, problematizzando, i più antichi ordini religiosi)? Scegliere bene implica capacità di discernere. Quanto libera è un’opinione pubblica-corpo elettorale, bombardata da disinformazione e cattiva informazione? Non c’è alternativa al gioco aritmetico della democrazia rappresentativa, ci sono però i correttivi. Il primo di questi è una sana educazione civica con al centro i diritti umani da cui si apprende che i diritti fondamentali di coloro che appartengono alla minoranza sono perfettamente gli stessi diritti fondamentali di chi appartiene alla maggioranza. Ne discende che, stando così le cose, conviene a tutti alternarsi nell’esercizio delle responsabilità di governance. Il riferimento è al mitico turnover della cui necessità dovrebbero in particolare convincersi, per la loro personale salute e per quella della democrazia, coloro che bramano stare incollati sempiternamente alle poltrone del potere.
leggi tutto...